il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

AMATO/38: quando il magistrato “deve” anche apparire al di sopra delle parti !! … dal processo Ruby al processo Amato

Aldo Bianchini

SALERNO – Ieri mattina ho assistito alle prime battute della prima udienza del “processo Amato” nell’aula della Corte d’Assise d’Appello del tribunale di Salerno. Un’aula stracolma di avvocati e di consulenti per un processo che nell’ottica di una “grande farsa” si avvia verso una settimana intensa con nuovi interrogatori da parte della Guardia di Finanza -sezione tributaria- di soggetti (imputati e testi) davvero poco credibili, con qualcuno che ha cambiato addirittura quattro-cinque volte la versione dei fatti e per il quale la Corte si avvia a chiedere una “perizia psichiatrica”. Ma di questo e delle prime battute del processo avrò tempo e modo di parlarne nei prossimi giorni. In aula ho osservato a lungo Paolo Del Mese, dignitoso nel suo vestito blu, un po’ malfermo sulle gambe per via della sua nota ed evidente infermità. Ha atteso per ore nel corridoio e nell’aula, sempre con grande compostezza, guardava tutti in faccia diritto negli occhi, non aveva timore di nessuno, non si nascondeva e non nascondeva la sua innocenza e con grande equilibrio e serenità ha  stretto anche la mano al suo inquisitore (il pm Vincenzo Senatore) in uno dei momenti di pausa dell’udienza. Poi qualcuno gli ha amichevolmente sussurrato nell’orecchio di concedersi a qualche giornalista, una in particolare che lo aveva già fotografato di soppiatto !!, dignitosa la risposta negativa che condivido in pieno; lui non ha niente da dire a chicchessia, innanzitutto ai giornalisti, parlerà soltanto nel processo e non fuori dal processo. Ecco, mi sono detto, Paolo Del Mese non solo è innocente ma fa di tutto anche per apparirlo, e lo fa con grande umiltà e dignità. La stessa cosa dovrebbero incominciare ad imparare ed a fare tanti magistrati in questo Paese-Italia in cui ognuno va per i fatti suoi. Mi è tornata alla mente la requisitoria del pm Ilda Boccassini nel “processo Ruby” di Milano (di cui ho ampiamente scritto qualche giorno fa !!) e mi sono convinto che quello è il tipico esempio in cui il PM non riesce ad apparire al di sopra della parti pur essendo, per sostanza e professionalità, certamente super partes. Quel digrignare i tratti somatici del viso (quasi alla De Luca !!), quella voce affannosa ed affannata, quell’eccessiva passionalità e veemenza oratoria, gli inevitabili errori grammaticali (dovuti soltanto alla grande tensione nervosa del momento), ne hanno condizionato l’effetto mediatico sull’immaginario collettivo della gente comune che, come me, vorrebbe dai magistrati, da questi magistrati, il massimo della serenità non disgiunta da una ferma autorevolezza. Ecco è questo che manca, la giusta dose di autorevolezza che, ovviamente, non è arrendevolezza ma piena coscienza del ruolo che un inquirente è chiamato a recitare sul palcoscenico del processo. Ci vorrebbe una giusta misura che, almeno per il momento, sembra una cosa irraggiungibile per i tanti personaggi che occupano i ruoli chiave non soltanto nella magistratura. Non conosco direttamente la Boccassini, dunque non posso esprimere alcun giudizio sostanziale. Conosco, invece, il ceppo familiare dal quale è venuta al mondo ed in tutta sincerità devo ammettere che si tratta di un ceppo di prima qualità. Conosco, invece, la cugina Elisabetta (magistrato nel Tribunale di Salerno) per ragioni giornalistico-processuali; conoscevo benissimo lo zio di Ilda e il papà di Elisabetta, il compianto magistrato Nicola Boccassini deceduto (dopo tante traversie giudiziarie) il 22 gennaio 2010. Di lui conservo un ricordo molto positivo che non è stato mai scalfito neppure dalle chiacchiere e dai processi a suo carico. All’indomani della sua morte scrissi un editoriale ( cfr Dentrosalerno.it del 24.01.2010) del quale mi fa piacere ripubblicare un passaggio umano e intenso: <<L’ultima volta che l’ho visto ci siamo incontrati sul Corso Vittorio Emanuele di Salerno, anzi per meglio dire l’ho visto seduto, quasi accasciato su una delle tante panchine del corso. Mi sembrò di rivedere l’immagine di Fiorentino Sullo buttato su una panchina dinnanzi al Municipio di Salerno. Abbandonato da tutti, visibilmente distrutto fisicamente e profondamente avvolto da una crisi psicologica devastante; aveva perso tutta la baldanza e la sicurezza di un tempo, anche lo sguardo era spento. E pensare che aveva improntato la sua vita alla correttezza dei rapporti ed all’assoluta disponibilità verso il prossimo. Il suo fisico imponente primeggiava sempre, da lì il vezzo di essere presente sempre e comunque. Mi avvicinai e gli strinsi la mano, non era più quella mano forte del ’93. Mi sedetti al suo fianco, forse si sorprese anche della mia solidarietà umana. Gli dissi che non avevo mai creduto nella sua totale estraneità ai fatti addebitatigli ma che ero convinto che a lui fosse stato riservato un trattamento durissimo e fuori dalle righe, probabilmente a causa dei tanti nemici che aveva battuto e lasciato alle sue spalle. Insomma gli esternai la mia convinzione che il magistrato Boccassini era stato sacrificato come contrappeso sull’altare della battaglia che la magistratura salernitana stava combattendo contro la politica e la malavita organizzata. La gente del corso nel suo andirivieni quasi ci evitava e nessuno si avvicinava. Con gli occhi, con uno sguardo drammaticamente intenso mi fece capire quanto infimo possa essere il livello di riconoscenza della gente. Mi ringraziò con semplicità e mi annunciò la sua intenzione di andare avanti fino al suo rientro in magistratura. La storia e il Signore hanno deciso in maniera diversa>>. Ci sarà, ovviamente, tempo e modo per riparlarne. Alla prossima.

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.