il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

GIUSTIZIA: Il processo, dalle aule di giustizia alle redazioni giornalistiche … da Sala Consilina l’armadio dei veleni di Della Valle e la verità di Manzo sul processo Mediaset


Aldo Bianchini

SALERNO – “Politica, magistratura e stampa”, un duello che si ripete da sempre e che durerà sempre, almeno fino a quando non sarà risolto l’eterno dilemma linguistico “scontro-confronto e conflitto-dialogo”. Se fino a quando Silvio Berlusconi è stato seduto a palazzo Chigi si parlava di “toghe rosse” e di “giustizia ad orologeria”, con Matteo Renzi si parla di “rapporti meno accesi” ma comunque “molto più complessi”. Questo tanto per far intendere a tutti che, appena si parla di riforma, lo scontro è davvero istituzionale tra un potere vero dello Stato (la politica) e un servizio che si è trasformato in potere (la magistratura), nel mezzo c’è la stampa (per non dire il giornalismo !!) che viene tirata per la giacchetta dall’una e dall’altra parte a seconda le convenienze e, badate bene, il riconosciuto abbassamento del livello professionale della categoria dei giornalisti. Ebbene a cercare di dipanare questo misterioso ed antico conflitto ci hanno provato a Sala Consilina l’avvocato Raffaele Della Valle (storico difensore di Enzo Tortora) e il capo redattore de “Il Mattino” Antonio Manzo (il massacratore del presidente di Cassazione Antonio Esposito per quella conversazione sulla sentenza Mediaset/Berlusconi dell’agosto del 2013). Ma andiamo con ordine; nelle stesse ore, o quasi, a Bari nel Teatro Petruzzelli (da qualche tempo restituito alla civiltà sociale dopo il clamoroso incendio) il presidente dell’ A.N.M. (Associazione Nazionale Magistrati) Rodolfo Sabelli l’aveva sparata davvero grossa, del genere alzo zero sul corpo del governo in materia di intercettazioni: “Se è inaccettabile una diffusione incontrollata delle intercettazioni può ritenersi legittima, alla luce del diritto all’informazione, la diffusione di conversazioni che, ancorchè non direttamente rilevanti nel procedimento in cui sono state captate, rivestano però un elevato interesse pubblico sul piano, ad esempio, delle responsabilità contabili o di quelle politiche ? Il disegno di legge pare propendere per la soluzione negativa”. Quella di Sabelli è sicuramente una linea di pensiero e per questo va rispettata anche se non condivisa; ma se pensiamo che l’intercettazione è diventata ormai l’unico strumento investigativo nell’ambito del pianeta giustizia (le investigazioni tradizionali sono un antico ricordo !!) dobbiamo concludere che questo strumento è sicuramente al centro del problema. E Sabelli, intelligentemente ma di parte, chiama in causa la stampa per alleggerire, forse, le responsabilità di tutte quelle Procure che vomitano all’esterno e/o sui taccuini di giovani giornaliste tutto quello che dalle intercettazioni emerge senza avere il minimo rispetto per chi, anche inopinatamente, è oggetto di devastanti intercettazioni telefoniche e ambientali. Insomma dare tutto alla stampa sarebbe soltanto un escamotage per alleviare le responsabilità della continua violazione del segreto istruttorio. Nel merito da Sala Consilina, nell’ambito del convegno “Il processo: dalle aule di giustizia alle redazioni giornalistiche”, è arrivata a mio avviso subito una risposta importante da parte del notissimo avvocato penalista Raffaele Della Valle che ha paragonato l’istituto delle intercettazioni al “vecchio e storico armadio dei veleni del farmacista”. In pratica Della Valle ha detto che ai tempi dell’armadio dei veleni soltanto uno deteneva la chiave, e questi era il farmacista; tutti i contenitori in esso depositati erano i potenziali diffusori dei veleni; bastava tenere chiuso l’armadio per porre fine alla strage degli innocenti. L’allusione è chiara, anzi chiarissima, e per gli addetti ai lavori non c’è bisogno di aggiungere altro. Ma Raffaele Della Valle non si è fermato qui ed è passato alla proposta di una soluzione complessiva del problema “politica – magistratura – stampa” lanciando l’idea di una norma tassativa che possa bloccare qualsiasi pubblicazione di atti giudiziari nel corso delle indagini preliminari, per renderli disponibili per tutti “avvocati, indagati e giornalisti” soltanto al momento delle determinazioni del gip sulle richieste del pm. Una novità epocale e dalla difficile realizzazione, ma la voce è autorevolissima e potrà almeno lanciare una nuova linea di pensiero. Ma se l’intervento di Raffaele Della Valle ha rappresentato la parte tecnica del convegno, ottimamente organizzato dall’impareggiabile Geppino D’Amico (presidente del Rotary di Sala Consilina) in memoria dell’indimenticabile Avv. Prof. Alfredo De Marsico, quella che ha recitato da giornalista consumato il capo-redattore Antonio Manzo è stata sicuramente molto più coinvolgente in quanto, su sollecitazione del penalista Della Valle, ha finalmente spiegato per filo e per segno come arrivò nell’agosto del 2013 alla conversazione con il presidente di Cassazione Antonio Esposito in relazione alla sentenza di condanna di Berlusconi nel processo Mediaset, condanna che, è necessario ricordare, ha poi prodotto l’espulsione dell’ex presidente del consiglio dagli scranni di Palazzo Madama. In una impressionante ed inoppugnabile sequenza di date ed orari Antonio Manzo ha tracciato la “vera storia” di quel clamoroso caso politico-giudiziario-giornalistico. Da premettere che Manzo ed Esposito si conoscevano da tempo e si davano anche del “tu”. Nei giorni prima della sentenza, quindi sul finire del mese di luglio del 2013, il presidente Esposito telefonava quasi ogni giorno al giornalista Manzo per rendicontargli i lavori della sua sezione penale in merito al processo Mediaset, rivelazioni che Manzo, per rispetto del rapporto di amicizia, non pubblicava sul suo giornale. La svolta ci fu esattamente mezzora dopo che il presidente Esposito aveva letto il dispositivo di sentenza; difatti, secondo la versione di Manzo, il presidente chiamò il giornalista per descrivere il clima che si era respirato in camera di consiglio. Il giornalista, a quel punto, chiese se poteva pubblicare qualcosa ma il presidente prese tempo e gli diede appuntamento a dopo qualche giorno. Il 5 agosto 2013, quattro giorni dopo la sentenza, il giornalista chiamò il presidente che rilasciò una corposa e devastante intervista (quella del “non poteva non sapere”) che nella sede de Il Mattino viene attentamente e scrupolosamente registrata; erano all’incirca le 17.30 del pomeriggio, un rapido scambio di fax e il presidente conferma la sostanza della conversazione che in tarda serata viene prima anticipata alle varie rassegne stampa e poi pubblicata sull’edizione de Il Mattino del 6 agosto 2013. Scoppia il caso, il presidente Esposito protesta violentemente (già dopo le prime anticipazione nelle rassegne stampa) e pretesta una presunta manipolazione dell’intervista, nasce un caso con ripercussioni che ancora oggi fanno sentire i suoi effetti. Nella realtà la conversazione con il presidente non è mai stata manipolata, anche se non si è mai capito se Esposito sapesse o non avesse intuito che la conversazione veniva registrata, come molto spesso accade. Poi il bravissimo collega Antonio Manzo ha sapientemente intriso il caso con una parentesi gialla costituita dal ritorno da Napoli verso la sua abitazione in Eboli; con se aveva la bobina del registratore ed erano le tre di notte; fu assalito da dubbi circa la sua sicurezza ed incolumità durante tutto il viaggio. “In questo Paese non si sa mai -ha detto Manzo-, pensavo al fatto che qualcuno avesse potuto registrare le mie conversazioni con il presidente e che potesse decidere di sottrarmi la bobina nel tragitto da Napoli ad Eboli, anche con un finto posto di blocco. Entrai ed uscii dall’autostrada, passai addirittura dinanzi alla Basilica di Pompei per una preghiera a volo e mi spaventai quando giunto davanti casa non trovai le chiavi d’ingresso”. Applausi a scena aperta, applausi che hanno fatto anche commuovere il valente giornalista di lungo corso; applausi che hanno prodotto in me una rivisitazione del caso. Nell’agosto del 2013, pur apprezzando il lavoro di Manzo, non aveva condiviso alcuni passaggi; oggi, alla luce del suo racconto, mi devo ricredere e plaudire alla sua grande professionalità che per dovere di cronaca e rispetto della notizia ha superato anche il profondo steccato dell’amicizia. Per la cronaca, Giuseppe Blasi ha moderato i lavori di Sala Consilina e il sindaco Francesco Cavallone ha portato i saluti dell’intera comunità.

1 Commento

  1. Rispetto alle questioni poste dall’ottimo articolo del Direttore mi sembra utile offrire ulteriore materiale di riflessione .
    E’ un vecchio articolo del 2011, e pure sembra scritto ieri, quasi a dimostrazione che sulla Giustizia non si muove niente o se si cerca di muovere qualche cosa giù strali e attacchi velonisissimi da parte .della Corporazione Togata.Leggere per credere.
    “L’Italia è il paese dove si può finire sotto processo per una denuncia non circostanziata che la magistratura usa per cercare conferma a un’ipotesi investigativa; dove si può essere condannati in primo e secondo grado e dopo 15 anni vedere annullata la sentenza in Cassazione per sette capi su otto e per l’ottavo vederla confermare nonostante una legge in discussione (e approvata qualche mese dopo) non consideri più il fatto come reato.

    L’Italia è il Paese dove i pubblici ministeri che hanno sostenuto quell’accusa e i giudici che hanno deciso quei processi hanno fatto regolarmente la carriera, uno addirittura tentando quella politica, un altro divenendo ispettore presso il Ministero di Grazia e Giustizia.

    Questo per evitare di ribadire che l’Italia è il Paese dove il pm e i giudici di Enzo Tortora sono invecchiati solo in preda all’eventuale ansia per il rimorso delle loro coscienze.

    Il problema di molti processi italiani è il “libero convincimento del giudice”, insindacabile al punto da non potersi neppure accertare, a posteriori, se in realtà esso si sia formato sulla base di un giudizio etico (quando non politico) anziché giuridico.

    Il “libero convincimento” (implicazione del monopolio interpretativo della legge da parte della Cassazione) si accompagna all’obbligatorietà dell’azione penale e al diritto dei magistrati di essere giudicati per i loro errori da un Organo di rilievo costituzionale nel quale sono in maggioranza rispetto ai componenti designati dal Capo dello Stato e dal Parlamento. Nel 1948 furono pensati quali giusti contrappesi per garantire l’indipendenza della magistratura e l’uguaglianza di tutti dinanzi alla legge stante un Parlamento in grado di incidere sullo status di magistrati/funzionari dello Stato (stipendi, regole per la carriera, eccetera) e protetto contro accuse improvvide o pretestuose grazie all’immunità riconosciuta ai suoi membri. Oggi però sono fonte di squilibrio istituzionale.

    Negli anni Ottanta iniziò a diffondersi il sospetto, poi rivelatosi fondato, che molta classe politica eccedesse nel coltivare interessi propri in nome altrui e che i partiti di opposizione sapessero. La verità era che tre decenni addietro i partiti dell’arco costituzionale avevano siglato un “patto” in forza del quale alla DC competeva l’esclusiva di governare e al PCI di decidere distribuzione dei costi e vantaggi sociali e ambedue si impegnavano a non fare riforme che potessero mettere in discussione l’impianto giuridico-ideologico della Costituzione repubblicana.

    Coerentemente negli anni Settanta/Ottanta, Centro e Centrosinistra si erano concentrati sull’occupazione dello Stato e delle sue articolazioni industriali e finanziarie mentre la Sinistra sulla penetrazione nei settori dell’istruzione, della giustizia, dei beni culturali e degli enti locali, finendo per dotarsi, democraticamente e legittimamente, di una controstruttura pubblica motivata politicamente.

    La Sinistra aveva compreso che col tempo la DC si sarebbe compromessa nel tentativo di conciliare interessi concorrenti che presiedevano altrettante scelte di vita aventi pari diritto e si stava preparando a sostituirla. Quella intuizione regalò alla Sinistra il governo del territorio, dell’istruzione (superiore e universitaria) e… della Giustizia ma non il governo del Paese di cui si sentì scippata da Silvio Berlusconi nel 1994.

    La liason tra Sinistra e Magistratura ebbe inizio, negli anni Settanta, con la decisione del pretore Amendola sull’uso pubblico del bagnasciuga del mare. La sentenza, nonostante le ricadute sulle regole di edilizia e urbanistica, sulla proprietà privata e alcune attività imprenditoriali, fu snobbata dalla DC come atto, politicamente inerte, di un pretore d’assalto. Alla sinistra non sfuggì invece che offriva la prova della possibilità della via giudiziaria alla riforma della società italiana. E soprattutto intuì che indicava come creare fra Magistratura e una parte della società civile (quella di volta in volta interessata) il feeling indispensabile per facilitare il suo avvento al potere.

    Tangentopoli doveva segnare il punto di svolta ma Berlusconi convinse gli Italiani che alcuni Magistrati avevano ceduto alle sirene del PDS (ex PCI) pronto a rappresentare i loro interessi corporativi in cambio del sostegno alla conquistare il potere.

    La sentenza di Amendola fu decisiva anche dal punto di vista ideologico perché affermava il diritto del metro etico/politico per la formazione del “libero convincimento del giudice”. Con quella sentenza l’Ordine giudiziario affermò inoltre il suo diritto/dovere di far prevalere i principi costituzionali (come il principio di eguaglianza sostanziale) sulla legge vigente attraverso l’interpretazione provocatoria (più che creativa) delle norme. Qualche anno dopo altre sentenze sul rapporto di lavoro dipendente (cui seguì lo Statuto dei lavoratori) dissolse i residui dubbi sulla praticabilità della via giudiziaria alle riforme.

    Da allora molto è cambiato, rimane però intatta la potestà dei giudici di formare il proprio “libero convincimento” su personali parametri etico/politici di qualificazione giuridica dei fatti dunque di compensare i deficit normativi, che ritengono esistenti, ricorrendo a una giurisprudenza ermeneuticamente progrediente.

    Ma questa facoltà, in una Democrazia con sovranità popolare, non può essere riconosciuta a un Ordine Giudiziario privo di rappresentatività e la cui coscienza democratica e onestà intellettuale sono valutabili solo attraverso gli atti, non giudicabili e tantomeno sanzionabili, dei suoi componenti. Se poi il 70% degli Italiani chiede oggi alla Politica di riequilibrare il rapporto fra potere e responsabilità dei giudici (inquirenti e decidenti), è della scomparsa di sintonia con i cittadini che la Magistratura dovrebbe preoccuparsi, non di una legge che nascerà minus quam perfecta visto che a decidere sulla responsabilità dei giudici saranno comunque i colleghi.”
    Oggi una “farsa” di responsabilità civile è stata introdotta , si cerca di porre un freno all’uso e abuso delle intercettazioni, di limitare il ricorso alla carcerazione preventiva solo quando sia effettivamente necessaria, ma se i risultati sono quelli tracciati dall’ANM a Bari……….stiamo freschi e al fresco.

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