il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Amato dynasty: Ricostruzione storica del “Gruppo Amato”, da “don Antonio” al tintinnio delle manette.

A cura di Aldo Bianchini

L’inizio dell’avventura

L’avventura, ovvero l’ingresso nella “casta proletaria”, della famiglia Amato ha inizio nell’arco di tempo a cavallo tra gli anni ’40 e ’50. Il capostipite, unico e indiscusso della family, è stato Antonio Amato, il commendatore. Gestiva un piccolo negozio di cruscami e di carrubi (sciuscelle!!) a Fratte, acquisito da alcuni suoi antenati che lo gestivano già da una novantina di anni prima (intorno al 1868 !!) e transitato di mano in mano fino agli anni immediatamente  pre e post Seconda Guerra Mondiale. Siamo nell’epoca in cui le mitiche sciuscelle abbondavano su tutto il cosiddetto “Masso della Signora” ed erano alla portata di tutti anche come bene commestibile. Questo fatto può dare l’esatta dimensione delle condizioni economiche dell’umile “don Antonio” che ogni mattina spingeva a mano il suo carretto su e giù per via Due Principati per raggiungere la zona portuale e viceversa. Il guaio era quando lo doveva spingere in salita quel benedetto carretto che per ironia della sorte era più leggero in discesa in quanto per il viaggio di ritorno su di esso venivano caricati beni più pesanti dei cruscami e delle sciuscelle. Per agevolare la spinta aveva ideato un sistema geniale, si piegava un po’ su se stesso e posizionava la spalla destra contro la “tavola di fermo” del carretto e così riusciva a spingere meglio. Il continuo utilizzo della spalla, però, gli procurò una fastidiosissima “periartrite scapolare” che l’ha accompagnato fino alla fine dei suoi giorni. Passava, quindi, ogni mattina e con qualsiasi tempo nelle immediate vicinanze dell’ Hotel Montestella (incrocio tra Via Due  Principati e Corso Vittorio Emanuele) dove alloggiava il famoso capitano delle forze alleate Earl Monroe (ex cestista statunitense che a Salerno fece il bello e il cattivo tempo !!) che prese in grossa simpatia, fino all’amicizia, il tenace carrettiere. Monroe, molti non lo immaginano neppure, fu per moltissimi salernitani come una manna caduta dal cielo, tanta era la sua proverbiale bontà, per alcuni fu una sorta di bestia nera. Il capitano delle forze alleate inserì il giovane Amato nel novero dei piccoli fornitori di cruscami e procurò ad Antonio numerosi clienti che, ovviamente, pagavano con le tessere e le AM-lire. Per i più giovani è necessario spiegare cos’era la AM-Lira. L’Am-lira ovvero Allied Military Currency è stata la valuta che l’AMGOT mise in circolazione in Italia dopo lo sbarco in Sicilia avvenuto nella notte tra il 9 e 10 luglio del 1943. Il valore era di 100 “am-lire” per un dollaro degli Stati Uniti. Totalmente intercambiabile con la normale lira italiana per decisione militare, contribuì alla pesante inflazione che colpì l’Italia verso la fine della Seconda guerra mondiale. Siamo dunque nel periodo più inquietante della fine del conflitto e la fortunata conoscenza del capitano Monroe catapulta verso l’alto il già intraprendente e tenace Antonio che incomincia a disporre di un cospicuo, per l’epoca, capitale economico. Antonio Amato non era nato per morire povero, lui questo lo sapeva benissimo e ci credeva  fortemente, ma non avrebbe mai immaginato di morire miliardario.

 

Dalle am-lire al pastificio

In quegli anni, dopo il disastro della seconda guerra mondiale, sotto la spinta della ripresa economica nascono anche le iniziative imprenditoriali di Pezzullo, Scaramella, Crudele e Ferro; incomincia a deflettere, invece, l’antica e storica azienda Rinaldo (risalente addirittura alla fine dell’800 in piena seconda rivoluzione industriale) per la morte del suo titolare. Tutte imprese che operano nel mondo della pasta, segno questo che il settore offre sicurezza per gli investimenti. Il passo, per don Antonio, è breve; dai cruscami alla farina ed alla pasta davvero non c’è ostacolo. Oltretutto don Antonio ha i soldi. Parte deciso alla conquista della “Rinaldo & C.-Molini e pastificio”, posta all’inizio del Corso Vittorio Emanuele e che il prof. Nicola Oddati ha splendidamente ritratto nella sua opera letteraria fotografica su Salerno. Incontra la vedova di Rinaldo, la sig.ra Coppola, e la convince a cedergli il 50% delle quote azionarie. Nasce così la “Rinaldo & Amato”. Passano pochi anni e nel giugno del 1958, esattamente il 25 di quel mese, il baldanzoso Antonio Amato, che nel frattempo ha messo su famiglia, rileva con più che probabili “forzature bancarie” l’intero pacchetto azionario della Rinaldo & Amato e lancia sul mercato la nuova società denominata “Antonio Amato & C. Molini e Pastifici s.p.a.”. Al timone del vascello, don Antonio, non conosce ostacoli e piazza subito il colpo vincente, in due anni tra il 1959 e il 1961 costruisce un nuovo stabilimento nell’allora zona periferica della città, Mercatello.

 

Dal pastificio alla Loggia massonica

Spinto dall’inarrestabile sete di potere e dagli esponenti della Loggia Massonica salernitana si iscrive anche alla P2 con tessera n. 807. Dal 1958 e nei successivi cinquant’anni il suo immenso impero non conosce ostacoli; dall’alto della sua torre di comando di Mercatello governa non solo la Città ma anche tutta la cosiddetta “casta proletaria”.

 

La famiglia

Ma torniamo alla famiglia che, con grande passione, aveva messo su prima del travolgente successo imprenditoriale. Sposa Tina una giovane compaesana di San Cipriano Picentino che conosce fin dall’infanzia. Marchia la famiglia con l’impronta del patriarcato non tradendo mai le sue umili origini di San Cipriano Picentino, paese che di fatto non ha mai lasciato. Dal suo matrimonio nascono due figli: Domenico e Maria. Prima di andare avanti è necessario, però, dare uno sguardo al resto della famiglia originaria di “don Antonio”, anche perché alcuni parenti diretti avranno un ruolo molto importante nello sviluppo dell’ambizioso “progetto industriale” e nella successiva fase di declino fino alla rovinosa caduta dei nostri giorni. Dunque “il commendatore” (così definirò in seguito don Antonio) aveva un fratello di nome Emiliano che dal matrimonio ha avuto tre figli: Giuseppe (come il nonno paterno), Generoso e Antonio (come lo zio paterno, cioè il commendatore). Da qui in poi l’albero genealogico si complica un po’.  Dunque Giuseppe sposa Maria (la figlia del commendatore), Generoso sposa Agata Storti (ex suocera di Mauro Masullo) ed entrano di più e più decisamente nella “casta proletaria” salernitana con una serie di peripezie che racconterò più avanti. Il terzo fratello, Antonio, esce stranamente di scena anche se porta il nome del potentissimo zio e vive tranquillamente nella sua San Cipriano lontano dai rumors della città e della casta. L’intreccio intrafamiliare fa capire che il pupillo del commendatore era, senza dubbio alcuno, il nipote-genero Giuseppe (che da questo momento chiamerò “don Peppino”) che prima favorisce nel matrimonio con la figlia Maria e poi lo spinge verso la leadership aziendale. Nelle more di questi intrecci arriva la prima grande tragedia familiare. Il giovanissimo Domenico (figlio del commendatore) muore in un banalissimo incidente stradale mentre in sella alla sua potente motocicletta sta percorrendo il tratto di strada tra San Cipriano Picentino e Salerno. Nella zona dell’orfanotrofio il terribile incidente mortale che scaraventa il commendatore nella disperazione più nera. Ma è un “capitano d’industria venuto da lontano”, ha letteralmente spinto il carretto per anni, sa reagire e ritorna presto nel pieno delle sue forze. Ma andiamo avanti con l’albero genealogico della “Amato dynasty”. Allora dopo il matrimonio, celebrato grazie al nulla osta della Chiesa in quanto cugini consanguinei,  don Peppino e Maria hanno quattro figli: Maria Gabriella, Domenico, Antonio e Filomena. Il fratello Generoso dalla moglie Agata ha due figli: Emiliano e Nikla. Il fratello Antonio diventa padre di più figli ma lo abbiamo lasciato nella sua residenza di San Cipriano.

 

 

Il gioiello di famiglia

Ebbene una volta chiarito il quadro familiare che cresce ed irrompe nella vita salernitana, anche quella notturna, con tutta la sua potenzialità economica, possiamo ritornare allo stabilimento che dal Corso Vittorio Emanuele si è trasferito nel gioiello di famiglia, cioè nel nuovo stabilimento di Mercatello. Anche urbanisticamente il gioiello di famiglia si distingue, il commendatore non ha badato a spese ed ha fatto le cose in grande. Il profilo architettonico dell’imponente edificio ha caratterizzato per decenni la vita dei salernitani divenendo il simbolo della città, posto com’era proprio all’ingresso sud della crescente città. All’epoca, parliamo dei primi anni ’60, funzionava (soprattutto d’estate) la stazione ferroviaria di Mercatello e decine di migliaia di bagnanti, anno dopo anno, prima di scendere dai treni avvertivano l’acre odore dell’industria pastaria che almeno allora non dava alcun fastidio, era il segno tangibile di essere finalmente arrivati nella “città del mare” e conseguentemente delle vacanze. Ero un ragazzino quando mio padre Giuseppe, capo stazione a Mercatello, mi portava con lui d’estate e rimanevo con lui per lunghe ore ed avevo modo di assistere ad una vera e propria transumanza di bagnanti. Un fenomeno che è letteralmente scomparso sul finire degli anni ’60 con l’arrivo del boom economico e dell’esplosione urbanistica della città.

 

Il boom del commendatore

Sono anni decisivi per la crescita del marchio “Amato” che arriva in quasi tutto il mondo. Si racconta che il commendatore arrivava nello stabilimento ogni mattina alle sei e che spesso portava con se il genero don Peppino al quale mano a mano passa tutti i segreti dell’arte del pastaio. Non frena, però, mai la sua irruenza e puntuale come un orologio svizzero alle sei di ogni mattina uno dei suoi più fedeli dipendenti gli passa un piatto di pasta cotta che il commendatore assaggia decretandone il destino. Tutti in ansia ogni mattina prima dell’assaggio del commendatore, spesso buttava tutto all’aria perché l’impasto non era riuscito; costringeva anche il genero “don Peppino” a piegarsi a questo rito e diverse volte lo riprendeva ad alta voce perché non aveva saputo dare il nulla osta per l’impasto.

 

Dal commendatore al cavaliere

Tutto procede per il meglio, almeno sul piano industriale, dal 1961 al 1979, cioè fino al momento della morte del commendatore Antonio Amato. Le redini dell’impero passano decisamente nelle mani di don Peppino che, nel frattempo, è notevolmente cresciuto sul piano manageriale e può a pieno diritto sedere sulla poltrona più alta del pastificio che è divenuto una realtà industriale nazionale ed internazionale. Nasce così, in maniera molto semplice, il mito di “don Peppino, il cavaliere della pasta”.  Nel mondo dei pastai lo chiamano l´ultimo dei Mohicani. Lo conosceva bene Pietro Barilla, il re dei maccheroni, che in vita lo corteggiò dicendogli: «Se vuoi vendere, chiamami in qualsiasi momento». Ci provarono poi la Buitoni, l´Ifi di Agnelli, l´americana Borden, tutti convinti che alla lunga avrebbe mollato. Ma lui, provinciale fino al midollo e indipendente per vocazione, li spiazzò: «Per favore, non perdete tempo», rispondeva ai suoi potenziali acquirenti. Nel 2009, ad 83 anni suonati, così spiegava il perché della non cessione dello stabilimento e del marchio: «Prima di tutto i sentimenti, gli affetti familiari».

 

Dal negozio di granaglie ai mercati mondiali

“don Peppino” racconta che ha gettato nell´azienda i figli (Antonio, il primo, è amministratore delegato) e cinque nipoti, ai quali ha insegnato il mestiere per continuare. Un mestiere che vale un tesoro. Ma il tesoro è ormai minato fin dalle sue radici, forse anche perché non si è mai allontanato dagli affetti verso tutti i dipendenti che considerava come familiari. Insomma non ha avuto il coraggio e la glaciale freddezza dell’imprenditore puro. In questo è rimasto sempre provinciale e non ha mai ascoltato le teorie innovative e decisamente manageriali del figlio prediletto Domenico (detto Mimmo). Si fida troppo del suo mestiere, conosce grano, semola e maccheroni molecola per molecola. Ancora oggi (siamo nel 2009), alla prova cottura che si svolge in laboratorio, è capacissimo di assaggiare, come gli aveva insegnato lo zio, la prima forchettata. «Perché avrei dovuto cederla? L´azienda è la mia vita -ripete con calma- Sono ancora qui perché non voglio che con me finisca quello che mio zio costruì e mi affidò». Al momento di quelle dichiarazioni don Peppino non lo sa ancora, o quantomeno non lo immagina anche se ha avvertito i primi scricchiolii, che l’azienda finirà proprio nelle sue mani e con le sue mani. Nel 2009 l’azienda è  tra le prime cinque in Italia per quota di mercato e fatturato. Per i successi conseguiti, “don Peppino”  è diventato Cavaliere del Lavoro e ha rivestito le cariche di presidente dei pastai italiani e di leader degli industriali della Campania, ruoli esercitati senza clamori: mai un antagonismo, un rancore, una spina da togliersi. Le rivalità sono fantasmi che non conosce. Ma come ha resistito agli attacchi dei grandi concorrenti? Lui ammicca e fa: «Puntando sulla qualità e la comunicazione». Nell´azienda salernitana operano 150 dipendenti per una lavorazione nelle 24 ore di circa 8000 quintali tra grani macinati e pasta prodotta in quasi 130 formati. Una pasta che trova consensi sotto ogni latitudine: dagli Usa al Giappone, dall´Europa al Medio ed Estremo Oriente. Il percorso di Amato si può riassumere in poche parole: dal negozio di granaglie (quello di don Antonio, il commendatore) di un paesino del Sud agli scaffali dei supermercati di tutto il mondo.

 

Il cavaliere e lo sport

Sono passati appena cinquant’ani dal quel lontano 1958 quando  gli Amato rilevarono un´azienda risalente al 1868, la Rinaldo & C., dando vita prima alla Rinaldo & Amato spa, e poi all´Antonio Amato & C. Molini e Pastifici spa. Negli anni ’80 il cavaliere (don Peppino) decide la delocalizzazione e sposta tutte le maestranze nel nuovissimo impianto nel cuore della zona industriale di Salerno. La comunicazione e lo sport i suoi pallini. Dalla Salernitana Calcio arriva alla Nazionale Italiana che sponsorizza fino ai Mondiali in Sud Africa del 2010.

 

Il cavaliere, il danaro e la concorrenza

Dimostra a più riprese di non avere un amore viscerale verso i soldi, non li disprezza ma non è ossessionato. Agli amici più intimi racconta spesso un aneddoto del suo paese natio: “chi esce fuori dal proprio mestiere fa la zuppa nel paniere”. Ai conoscenti che gli chiedono come ha fatto a reggere per tantissimi anni la spietata concorrenza sussurra: “«Potrei dirlo con uno slogan: onestà, serietà e competenza. La costanza della buona qualità è un requisito molto importante per mantenere il consenso dei consumatori. La nostra pasta è frutto del rispetto di antichi standard di miscelazione dei migliori grani duri nazionali. Grani che vengono macinati nel nostro molino proprio per mettere a disposizione del pastificio semole di altissima qualità e purezza. A questo si aggiunge l´innovazione tecnologica con la totale automazione del ciclo produttivo».

 

Il cavaliere e il figlio Mimmo

E’ proprio sull’innovazione tecnologica forzata che viene fuori lo scontro, senza possibilità di ricuciture, con il figlio prediletto Mimmo. In piccolo, Mimmo, anche con un pizzico di fantasia, può essere paragonato al primo modello del giovane Gianni Agnelli “l’avvocato” per antonomasia. Nel senso che ama la bella vita, le belle donne, il by-night. La sua presunta storia con Laura Antonelli, una delle donne più belle della sua epoca e grande attrice, finì su tutti i rotocalchi nazionali tra commenti salaci e dicerie metropolitane. Il padre conosce a fondo le grandi capacità manageriali del figlio e lo inserisce ai vertici dell’azienda che “Mimmo” vorrebbe trasformare radicalmente, a cominciare da quel rapporto troppo confidenziale, quasi familiare, con tutti i dipendenti. Non è come il padre, non da confidenze eccessive, non elargisce pacche sulle spalle, non cammina nei corridoi dei vari reparti, lui osserva dall’alto della sua torretta di comando pur non essendo scostante e neppure arrogante. E’ semplicemente un manager moderno che non lascia nulla al caso e non concede trattamenti di favore neppure al cognato Franco Di Comite che ha sposato la sorella Filomena e che spesso in fabbrica si presenta con autovetture fuori serie. Si racconta, ma potrebbe essere soltanto gossip, che un giorno Mimmo inscenò una chiazzata contro il cognato (che qualche anno dopo, nel 1996, diventerà parlamentare di Forza Italia agli ordini di Silvio Berrlusconi) per colpa dell’ennesima autovettura esibita nel cortile interno della fabbrica. Lo scontro tra due generazioni è quasi inevitabile. Il “cavaliere della pasta” non comprende e non accetta questo modo di fare, lui è ancora legato a tutti i dipendenti che a loro volta hanno creato all’interno del personale varie “caste” o “dynasty” familiari a tutto danno dell’economia generale dell’azienda.  Il cavaliere sicuro della bontà delle sue convinzioni non si accorge che le linee innovative proposte da figlio potrebbero, forse, evitare il disastro della caduta rovinosa e alla fine sceglie di liberarsi dell’aiuto del figlio prediletto. In fabbrica inserisce l’altro figlio Antonio e destina Mimmo verso la “Banca del Cimino” con sede generale in Roma a Via Veneto e numerose agenzie sparse per tutto il Lazio. Don Peppino spera, così, di aver allontanato il figlio dall’azienda e di averlo sistemato al meglio in un ambiente a lui molto caro: la dolce vita romana. Ma sarà proprio questo passaggio e, forse, l’allontanamento dall’azienda di famiglia (che Mimmo probabilmente non ha mai digerito) a perderlo per sempre. Mimmo muore improvvisamente a Roma nel 1988 proprio nel giorno in cui era atteso ad un’importantissima assemblea del consiglio direttivo della banca in cui si doveva parlare di ricapitalizzazione delle quote azionarie possedute dal giovane imprenditore salernitano. Un tragico ed ineffabile destino quello di Mimmo, come quello del compianto suo zio, omonimo, Domenico Amato (figlio del commendatore Antonio) morto a causa di un incidente stradale in sella alla motocicletta. Il dolore per il “cavaliere della pasta” è immenso e per sempre; la maledizione per gli Amato si ripete. Il cavaliere ha dedicato tutta la sua vita all’azienda, forse ha vissuto poco con la famiglia e nella famiglia che pure ha amato tantissimo.

 

 

Il cavaliere, la casta e gli sfizi

Come tutti gli industriali non ha posto limiti alle “aperture di cassa” verso i suoi familiari, soprattutto i quattro figli che cerca di accontentare in tutto nel segno della “casta più casta possibile”: feste, banchetti, lusso, viaggi, amicizie, nel segno di uno “status simbol” da fare invidia a chiunque. Insomma sono loro i veri “VIP” di Salerno e sono loro, forse, che segnano il trapasso autentico dalla “casta nobiliare” alla “casta proletaria” e che determinano il passaggio epocale dalla riservatezza e dalla eccessiva provincialità di certi atteggiamenti comportamentali alla massima pubblicizzazione della “vita notturna” salernitana guardata dai “comuni mortali” con disprezzo ma anche con molta invidia. In effetti il cittadino-medio salernitano ha pressappoco gli stessi vizi e le stesse virtù degli esponenti di spicco della “casta proletaria”. Anche l’altro figlio maschio, Antonio, è amante della bella vita e dell’alta società. Proverbiale la sua storica e lunga amicizia con Enzo Avallone, al secolo “Truciolo” e delle mega-feste romane e salernitane. Poi anche per Antonio finisce la spensieratezza giovanile, alla Gianni Agnelli, e sposa la figlia di Varese dalla quale ha ben sei figli. Il balzo generazionale è stato drammaticamente sconvolgente per “il cavaliere della pasta”, in pratica tra la sua e quella dei figli sembra che siano passate più generazioni e non una soltanto, tanta è stata la forza del potere economico a tutto tondo nel determinismo del “cambiamento culturale e sociale” della nuova casta proletaria. Ma il tempo è volato via e tanta acqua è passata sotto i ponti della vita, anche per gli Amato. Il vecchio capostipite, il commendatore don Antonio, si accontentava di assaporare ogni mattina alle sei la pasta cotta dai suoi dipendenti, l’erede don Peppino (cavaliere della pasta) al piatto di pasta mattutino aveva aggiunto il capretto, o meglio la carne di capretto da mangiare bevendo vini pregiati, le nuove generazioni hanno, invece, fatto tendenza, nel bene e nel male. Come la mitica maglietta con l’effige del figlio Mimmo che per qualche tempo tenne banco nella Salerno by-night. A proposito del capretto occorre una migliore e più esaustiva spiegazione. Il cavaliere della pasta ha sempre amato le cene casalinghe alle quali, spesso, chiamava parenti, amici e semplici conoscenti. Lo sfizio del cavaliere consisteva nel mettere ben visibile a tavola la sua passione: il capretto con patate,  tagliato e cotto secondo le migliori tradizioni di San Cipriano Picentino. “Donna Maria”, la moglie del cavaliere, è stata sempre comprensiva e disponibile nei confronti del suo amato marito che conosceva fin da bambina. Giocavano insieme, vivevano quasi nella stessa casa, erano cugini consanguinei, e la loro amicizia e complicità presto si trasformò in un grande amore durato tutta la vita. E’ rimasta fino alla fine accanto all’unico uomo della sua vita, donna Maria era dolce e accondiscendente, soprattutto nella preparazione e nella gestione delle cene-casalinghe tanto desiderate dal marito. Si racconta, ma anche in questo caso potrebbe essere soltanto gossip, che “donna Maria” un pomeriggio mentre preparava la cena serale si accorse che non c’era la carne di capretto, neppure nel congelatore. Chiama preoccupata il marito che allarmato convoca a se un suo “grande” amico. Quest’ultimo si mette subito in moto e si fionda in auto in un paesino sperduto della provincia di Potenza. Conosceva bene i gusti del “cavaliere della pasta” e sapeva che i capretti allevati in quel paesino erano il vero prodotto amato dal padrone di casa. Un viaggio di circa quattrocento chilometri tra andata e ritorno, ma alla fine poco prima delle otto di sera il capretto era lì, sul tavolo di “don Peppino” per la felicità sua e dei suoi ospiti ai quali il cavaliere spiegava tutta la bontà di quella carne genuina prima di passare agli affari. Gli sfizi del cavaliere, ovviamente, non finivano qui e non si limitavano alla carne di capretto o alle cene casalinghe. Lo sfizio principale della sua vita lo ha snocciolato in azienda. La sua segretaria, sig.ra Palma, non gli faceva mai mancare le “caramelle Polo” che don Peppino doveva sempre, e comunque, avere in un contenitore di cristallo sulla sua scrivania. E per questo aspetto non è mai finita come con il capretto mancante, qui la signora Palma non ha mai sbagliato un colpo. Forse l’ultima grande cena del “cavaliere della pasta” è stata consumata sulle terrazze della sua villa in costiera, con Giuseppe Mussari (del MPS), Vincenzo De Luca (sindaco di Salerno), Paolo Del Mese (pres. Commissione finanza della Camera) ed altri. La cena degli affari per eccellenza che, forse, costerà molto cara a tutti i commensali.

 

La fine annunciata

Ma così com’era nato, quasi per caso e sotto le spallate date da don Antonio al carretto pieno di cruscami, il grande impero con ramificazioni in tutto il mondo si dissolve in men che non si dica. Nel dicembre 2009, poco dopo le grandi interviste di cui ho parlato in precedenza, arriva in azienda una parola sconosciuta: crisi globale. Il Pastificio Amato blocca la produzione e annuncia la cassa integrazione per i suoi 140 dipendenti a causa di gravi difficoltà economiche. A metà gennaio dell’anno successivo (2010) la famiglia Amato sigla ufficialmente l’accordo per la cessione dell’intero pacchetto azionario all’imprenditore siciliano Giovanni Giudice, dopo una serie di trattative che avevano visto interessarsi anche Garofalo e Colussi all’acquisto del pastificio salernitano. In febbraio, sempre del 2010,  a causa di crediti non pagati per oltre 1.600.000 euro due aziende di lavoro interinale chiedono il fallimento della società, che  presenta domanda di concordato preventivo presso il Tribunale di Salerno ottenendo, inizialmente, parere positivo. Tuttavia sorgono subito nuovi problemi giudiziari in seguito ad un’inchiesta per frode della Procura della Repubblica di Salerno in relazione ad un giro di assegni messi in circolazione dopo la messa in liquidazione della vecchia società. Il 20 luglio 2011 il Tribunale di Salerno dichiara il fallimento del Pastificio Antonio Amato, bocciando così l’ipotesi di concordato preventivo. A seguito del crack dell’azienda vengono iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di bancarotta fraudolenta 12 persone, tra le quali il presidente Giuseppe Amato, i suoi figli e l’ex-parlamentare Paolo Del Mese. Dopo la seconda asta indetta dal Tribunale fallimentare l’imprenditore siciliano Giovanni Giudice affitta il pastificio ma deve successivamente rinunciare in seguito al ricorso della Procura della Repubblica del Tribunale di Salerno. Nella successiva gara d’acquisto, nel marzo 2012, si aggiudica l’affitto del pastificio l’imprenditore napoletano Antonio Passarelli. Alle “idi di marzo” del 2012 arriva anche la notizia ancora più inquietante: il sequestro dei conti bancari del cavaliere della pasta, dei suoi parenti, di Mario e Paolo Del Mese e dell’avvocato Simone Labonia, quest’ultimo ben introdotto nella politica locale e presidente di Salerno Patrimonio. Ma la vicenda giudiziaria voluta dal pm Vincenzo Senatore è ancora tutta da scoprire. Rimarrò sempre con un dubbio. Non so se il “cavaliere della pasta” ha fatto tutto quello che era nelle sue possibilità per salvare l’azienda di famiglia. Certamente le cose negli ultimi anni si erano notevolmente complicate, l’arrivo dei francesi della Energy Plus per l’acquisto del vecchio stabilimento di Mercatello, le implicazioni politiche e la copertura che “don Peppino” si ostina ad assicurare almeno ad uno dei personaggi politici più importanti degli ultimi decenni, hanno fatto il resto. In questa lunga storia che ho raccontato voglio anche inserire le famose sette domande che, come cronista di giudiziaria, ho spesso rivolto al cavaliere del lavoro Giuseppe Amato senza mai avere risposta: <<C’era l’on. Paolo Del Mese alla presidenza della Commissione Finanze della Camera quando il pastificio ricevette il benefit di 50milioni di euro?; c’era Antonio Anastasio al Monte dei Paschi quando gli fu elargito un contributo di 2milioni di euro?; fu Del Mese a spingere le trattative con i francesi (Energy Plus) in accordo con il comune di Salerno?; perché la famiglia Amato voleva accollarsi il debito di Del Mese?; fu davvero un prestito oneroso?; il prestito venne chiesto da Del Mese in circostanze temporali vicine ai due contributi ricevuti dall’Amato?; infine, come spiega don Peppino la crescita professionale imperiosa del giovane Simone Labonia?>>. Per quanto attiene questi aspetti mi fermo qui, al periodo immediatamente successivo al predetto sequestro dei conti bancari. Tutto il resto potremo scoprirlo dai successivi ed inevitabili passaggi. In tutta Salerno risuona ancora l’eco di quella frase storica pronunciata dal cavaliere della pasta nel 2009, poco prima, che gli scricchiolii dell’azienda divenissero veri e proprio crolli continuati: “. «Perché avrei dovuto cederla? L´azienda è la mia vita. Sono ancora qui perché non voglio che con me finisca quello che mio zio costruì e mi affidò». A leggerle oggi quelle parole appaiono profetiche ed inquietanti, forse il cavaliere sapeva ma non voleva crederci. In poco più di due anni svanisce, per sempre, il sogno di quel giovanotto che spingeva, anche di spalla, il carretto stracarico di cruscami e di sciuscelle da Fratte al Porto e viceversa, ogni giorno, ogni mattina, con qualsiasi tempo. L’impero e l’intera dynasty Amato sotto i colpi impietosi della crisi economica si spezza e affonda inesorabilmente mentre il grande timoniere, addolorato, assiste impotente alla fine di tutto.

 

Il tintinnio delle manette

Il 26 maggio 2012 Maria Grabriella, l’adorata figlia del cavaliere, muore dopo una lunga e dolorosa malattia. Anche lei era nell’elenco degli indagati, insieme al padre, pubblicato dalla procura nel luglio del 2011. Non vedrà lo sfacelo della famiglia e il crollo dell’impero che arriva puntuale la mattina del 28 giugno 2012. Cinque gli arresti eccellenti che preludono, forse, a nuovi colpi di scena anche clamorosi. L’on. Paolo Del Mese, il nipote Mario Del Mese, il consigliere provinciale Antonio Anastasio, l’avvocato Simone Labonia, e il nipote del cavaliere Giuseppe Amato junior finiscono agli arresti domiciliari disposti dalla Procura della Repubblica di Salerno. Si apre un capitolo doloroso, ancora tutto da scrivere. Non ci sarà più il capitano delle forze alleate, Earle Monroe, a salvare il nipote del grande e mitico “don Antonio, il commendatore”; quelle erano e sono occasioni che capitano una volta soltanto nella vita. Ora sul banco degli imputati ci sono soltanto intrighi e accuse reciproche, spietati voltafaccia e dolorose bugie, famiglie che si accusano a vicenda dopo aver goduto di privilegi indiscussi ed indiscutibili. In pochi anni si è passati dal paternalismo di don Antonio alle operazioni finanziarie condotte sulla lama del rasoio dell’illegalità. Le colpe di don Peppino, purtroppo, sono immense. Mi dispiace davvero molto scrivere queste cose anche perché il “cavaliere della pasta” è stato sempre un personaggio umile, disponibile, mai in prima fila,  mai un atteggiamento di superiorità o peggio ancora di arroganza, capace di ascoltare, e con buona capacità comunicativa, insomma un “signore d’altri tempi”.

 

 

L’aneddoto

Un aneddoto, un solo piccolo aneddoto. Nei primi giorni del mese di settembre del 2009 mi trovavo a Los Angeles (USA) con la famiglia. Entrai in un supermarket per degli acquisti, scoprii con mia grande meraviglia ed anche con un certo appunto di fierezza un intero padiglione dedicato alla “pasta Amato”, rimasi per qualche minuto fermo ad ammirare l’elegante esposizione del prodotto che faceva bella mostra di se ed incuriosiva gli americani presenti. Mancavano pochi mesi ai mondiali di calcio del Sud Africa e il nome dell’Italia (e di Salerno!!) spiccava sui cartelloni pubblicitari. In quel momento non avrei mai pensato che, nel giro di poco meno di tre anni, avrei scritto la ricostruzione storica della famiglia e dell’impero del “cavaliere della pasta”. In fondo la pasta Amato era anche questo, ti faceva sentire salernitano, prima ancora che italiano.

 

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