il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

ARENA e PEZZUTO: l’eccidio di Faiano nel libro di Lamboglia … a Sassano grazie alla dirigente scolastica Patrizia Pagano

 

Aldo Bianchini

SASSANO – Lo scorso 12 marzo a Sassano, nell’ambito delle attività scolastiche, gli studenti dell’Istituto Comprensivo “G. Falcone” hanno avuto la possibilità di assistere alla presentazione del libro “Quell’ultimo sguardo – Claudio Pezzuto un eroe moderno”, scritto dal giornalista Mario Lamboglia con il supporto del racconto di Tania Pisani Pezzuto, la moglie giovanissima di Claudio rimasta vedova con un bambino di pochi mesi da crescere. Claudio Pezzuto era un carabiniere. La sera del 12 febbraio 1992, insieme al collega Fortunato Arena, era in servizio a Faiano per un normalissimo posto di blocco stradale disposto dalle Superiori Autorità militari. All’improvviso da un fuoristrada, fermato per un controllo, vengono esplosi colpi di pistola e di mitra da parte di due malviventi; i due carabinieri cadono vittime del dovere.

Su questa vicenda di delinquenza comune e/o organizzata che può apparire anche molto semplice, seppure dall’impatto fortemente emotivo, e sullo straziante dolore senza fine di Tania (una delle due vedove) il bravo giornalista Mario Lamboglia ha verosimilmente costruito la struttura del suo libro-racconto che tocca le corde della commozione e descrive tutti quei momenti drammatici che la giovanissima moglie di Claudio da quella sera è stata costretta a vivere, suo malgrado, fino ai giorni nostri e verosimilmente per tutto il resto della sua vita. Momenti drammatici che, è giusto ricordare, ha vissuto anche Angela Lampasona Arena, l’altra vedova della tragedia.

Non ero presente, purtroppo, alla presentazione del libro; ho appreso dell’evento soltanto nei giorni successivi, ma questo non mi esime dall’esprimere i miei più sinceri complimenti alla dirigente di quell’istituto scolastico, dott.ssa Patrizia Pagano, che con la scelta di coinvolgere gli studenti nella presentazione del libro ha coscientemente aperto per tutti quei giovani un sipario molto importante su uno dei momenti più drammatici che il nostro territorio provinciale ha vissuto ventisette anni fa; il sangue versato sul selciato stradale dai due carabinieri, Arena e Pezzuto, che molto spesso vengono dipinti come “eroi moderni”, è soltanto l’epilogo del precedente sistema di potere politico-mafiosa e l’inizio di un nuovo quadro politico-malavitoso-istituzionale che loro, vittime innocenti e casuali, non immaginavano neppure lontanamente e che anche noi, dopo tanti anni, non abbiamo ancora ricostruito in pieno.

Il libro di Lamboglia deve, però, essere utilizzato per spiegare ai giovani che, al di là delle vicende drammatiche e difficilissime vissute da Tania e da suo figlio Alessio, c’è molto altro; c’è il fatto che quell’eccidio probabilmente è stato soltanto l’atto conclusivo di una battaglia senza esclusione di colpi tra istituzioni-magistratura-politica-malavita e l’atto iniziale di quella che appena cinque giorni dopo (il 17 febbraio 1992) partirà da Milano con il nome di “tangentopoli nazionale” che determinò la fine dell’esperienza della Prima Repubblica. In buona sostanza va spiegato ai ragazzi che quella sera, sui monti Picentini, fu versato il sangue di due innocenti perché molti equilibri tra la politica e la malavita erano irrimediabilmente saltati e che neppure il summit itinerante (tra politica e malavita) previsto forse per quella sera riuscì a riportare la pace e finì brutalmente con il duplice efferato omicidio che, comunque, non evitò la successiva “tangentopoli salernitana”. E’ molto probabile, quindi, che la tangentopoli salernitana sia nata addirittura cinque giorni prima di quella nazionale, per una serie di motivi che per mancanza di spazio è impossibile raccontare.

Mi auguro che la dott.ssa Pagano raccolga questo messaggio, fermarsi soltanto al libro di Lamboglia vorrebbe dire aver toccato solo i sentimenti senza andare fin nel profondo delle radici delle cause di quella orrenda strage e di quella stagione fatta di omicidi, manette e definitiva caduta dell’intera classe politica dominante nel salernitano; cause che molto probabilmente sotto la pressione asfissianti dello Stato hanno, poi, determinato non soltanto le guerre di camorra che conosciamo ma anche la caduta dell’intero “establiscment” politico-istituzionale della provincia di Salerno e della Regione Campania con arresti clamorosi e cadute nella polvere altrettanto devastanti e, soprattutto, la fine rovinosa dei vecchi capi della malavita organizzata in favore dei nuovi gruppi più agguerriti e più tecnologizzati

Mi permetto di inviare questo appello alla dott.ssa Pagano in maniera pubblica (a me non piacciono i social) per chiarire che anche un giornalista come me non fa soltanto cattiva informazione o addirittura disinformazione come aveva scritto la stessa Pagano in un suo post alle ore 20.21 del 17 settembre 2018 in risposta ad un mio articolo; un post, per certi versi comprensibile ma non giustificabile, il cui contenuto sinceramente mi causò un certo “imbarazzo”; ma va bene così, perché il tutto fa parte del gioco, ed io lo so benissimo; del resto la mia indipendenza spesso mi espone ad attacchi durissimi.

Ma ritorniamo rapidamente alla strage di Faiano e per meglio storicizzare la vicenda volevo soltanto ricordare che quella sera del 12 febbraio 1992 raggiunsi il posto della sparatoria intorno alle ore 21.30 con la mia troupe televisiva (ero direttore di Tv Oggi) per il primo reportage; quello che vidi è difficile da raccontare, il sangue dei due militari era sparso un po’ dovunque, la disperazione dei colleghi fu contagiosa subito anche per noi cronisti; i corpi dei due militari non erano stati ancora rimossi ma già in quei minuti cominciarono a fioccare le ipotesi, anche quelle più stravaganti, sulle vere motivazioni che avevano spinto i due assassini (Carmine De Feo e Carmine D’Alessio. Quest’ultimo prima di morire in carcere -all’età di 43 anni- il 14 giugno 2008 fece in tempo a scrivere la struggente poesia “Perdono” che rimane, ad oggi, l’unica testimonianza sulla strage e sul suo turbolento passato) a massacrare i due innocenti e ignari carabinieri.

Nel 2002, dieci anni dopo,  ho scritto il libro “A dieci anni da tangentopoli” (ed. Loffredo – Napoli) riservando un intero capitolo a quella drammatica vicenda; nella ricostruzione dei fatti ipotizzai anche io qualcuna delle possibili ragioni dell’eccidio; una ricostruzione che le Autorità istituzionali non hanno mai riconosciuto come verosimile (ma era ed è ovvio !!) e che nella quale Tania e Angela (le due vedove) hanno riconosciuto alcuni loro insistenti dubbi.

Sempre per ragioni di spazio evito di pubblicare il capitolo inerente la strage di Faiano; spero però che la dirigente Pagano partendo dall’ottima scelta già fatta possa dare l’abbrivio per il racconto di un’altra parte della storia dei due carabinieri promuovendo, semmai, una tavola rotonda sulla storia di tangentopoli; una storia che inconsapevolmente segnò lo spartiacque tra la Prima e la Seconda Repubblica anche in sede locale oltre che in quella nazionale.

Nel racconto di quei momenti drammatici io, nel mio libro, ponevo l’accento proprio su quell’ultimo sguardo di Claudio (che è il titolo del libro di Lamboglia) perché fu proprio Claudio ad avvinarsi al fuoristrada Patrol ed a chiedere i documenti e fu il primo ad essere abbattuto senza pietà da Carmine D’Alessio che poi, incautamente, lascerà sul posto una pistola che nel pomeriggio aveva sottratto ad un carabiniere ed anche la carta d’identità del conducente dell’automezzo quasi come a dire che si sentivano assolutamente sicuri e ben protetti; e dato per assodato che quell’ultimo sguardo (quello fisico e non quello astratto del ricordo amorevole) sicuramente era diretto ai passeggeri del fuoristrada dovremmo interrogarci su ciò che ha visto Claudio e che forse non doveva vedere; un segreto che  rimarrà per sempre custodito nel buio freddo della sua tomba e che il processo giudiziario ha svelato soltanto in parte.

Insomma c’era qualcuno sul fuoristrada che non doveva essere visto o quel fuoristrada era soltanto lo specchietto delle allodole per consentire l’ipotetico summit politico-malavitoso in un altro posto ?

 

Rivolsi questa domanda al pubblico ministero Alfredo Greco, la sera del 9 ottobre 1992 intorno alle ore 18.00, subito dopo la letture della sentenza di condanna all’ergastolo, da parte del presidente della Corte d’Assise Mario Carbone, dei due assassini; parziale, laconica ed impenetrabile la risposta: “Dagli atti processuali non è mai emersa l’ipotesi della presenza di altri passeggeri sul fuoristrada oltre ai due camorristi ed al conducente”.

Ma sarà necessario ritornare, a breve, su questa drammatica vicenda; anche perché nel libro di  Lamboglia mancano due elementi fondamentali e caratterizzanti la storia della famiglia Pezzuto fino ad oggi.

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