il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Perché abbiamo dimenticato Francesco Nuti

 

Di Angela D’Alto

 

SALERNO – È il 1988. A Sanremo vinceva Massimo Ranieri con Perdere l’amore, su Italia 1 andava in onda i ragazzi della III C, la Napoli del calcio sognava con Maradona, il Milan vinceva lo scudetto, la Democrazia Cristiana le elezioni politiche, e si insediava il governo De Mita. Morivano Almirante e Enzo Tortora, Jovanotti era un ragazzetto che cantava Gimme Five, le ragazze morivano per i Duran Duran e Nick Kamen, e indossavano i Jeans Uniform e le felpe Americanino. Ronald Reagan, ex attore di Hollywood, era presidente degli States, Gorbaciov aveva inaugurato l’epoca della glasnost e della perestroijka e quel mondo sembrava dannatamente facile e felice.

E in quella Italia, così leggera e sfavillante, Francesco Nuti era un giovane attore che si affermava definitivamente col film ‘Caruso Paskoski di padre polacco’, nei panni di uno psicanalista tormentato. E in effetti Nuti tormentato lo era davvero, in tutti i suoi film. La leggerezza e le risate erano sempre attraversate da una venatura di tristezza, da una leggera melanconia, dolce e struggente, dal sapore agrodolce. Stonava un po’, Nuti, con il luccichio di quegli anni. Con l’ottimismo, la levità, la spensieratezza. Geniale e creativo, anche nei film successivi, come Willy Signori e vengo da lontano’ e ‘donne con le gonne’, riusciva a far sorridere, ma anche ad essere interprete delle nevrosi contemporanee, delle inquietudini e delle contraddizioni di quegli anni, con garbo e delicata ironia. Nel periodo successivo, Nuti incappò in qualche insuccesso cinematografico, e pian piano si allontanò dalle scene, vittima di una forte depressione e della dipendenza dall’alcol. In Francesco qualcosa si era inceppato, probabilmente già prima del suo grande successo, che aveva solo nascosto il malessere, per poi ripresentarsi in maniera devastante.  Da quel momento, è  venuto giù il cielo. Fino al 2006, quando vittima di un mai chiarito incidente domestico, resta in coma per diversi mesi e ne esce condannato alla disabilità.

Ha tentato ancora di riprendersi, di scrivere copioni, di bussare a porte che ha trovato sempre, inesorabilmente, chiuse. In una terribile trasmissione, la D’Urso, non si fece scrupolo di ospitare quell’uomo disperato e devastato, nel corpo e nello spirito, facendo scempio della sua debolezza. Dopo di allora, ancora altri incidenti, cadute, corse in ospedale, fino all’afasia totale. Francesco Nuti oggi non cammina e non parla più. Il suo viso devastato dalla malattia è una smorfia di dolore. E ogni volta, vederlo, fa male. Un male cane. Fa pensare a quanto sia terribile la sofferenza dell’anima, prima ancora di quella del corpo. A quanto l’essere umano possa essere fragile e la vita spietatamente beffarda. A quanto in ogni vita, da quella più semplice a quella più di successo, si possa cadere e spesso non avere la forza di rialzarsi più. Lo abbiamo dimenticato, Francesco Nuti, forse perché pensarci fa troppa paura.

Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando’.

E Francesco Nuti lo ha imparato a caro prezzo.

È il 1988. Sul palco dell’ Ariston Francesco Nuti canta ‘Sarà per te’, per una figlia non ancora nata, che avrà solo dieci anni dopo. ‘ … E se il cuore batte, sarà per te. E se mi sento forte, sarà per te E adesso nel silenzio io ti prenderei per mano, e con un bacio raccontarti che mi manchi…

 

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