il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

REFERENDUM: “ taglia le radici della democrazia” … secondo Guido Bodrato

 

Aldo Bianchini

On. Guido Bodrato

SALERNO – L’on. Guido Bodrato, ormai 87enne esponente di una politica che non c’è più, ha postato sul suo blog un pensiero interessantissimo sugli effetti negativi che il “referendum costituzionale del 20 e 21 settembre 2020” potrà avere sulla gestione politica complessiva del Paese.

Per meglio trasmettere il post ai lettori di questo giornale è necessario ed opportuno ricordare a tutti la storia del politico Bodrato ripresa da Wikipedia.

<<< Laureato in giurisprudenza, è stato ricercatore universitario e ha poi lavorato in un istituto di ricerca economica. Esponente della Democrazia Cristiana e iscritto al Movimento Federalista Europeo, è stato eletto deputato al Parlamento italiano (1968-1994) ed europeo (1999-2004). È stato, insieme a Donat Cattin, il leader della corrente democristiana Forze Nuove e poi stretto collaboratore di Benigno Zaccagnini e fondatore (insieme a MartinazzoliGalloniGranelliElia e altri) dell’Area Zac. Ha ricoperto l’incarico di Ministro della pubblica istruzione dal 1980 al 1982 (nei governi Forlani I e Spadolini I e II); dal 1982 al 1983 è stato Ministro del bilancio e della programmazione economica nel V governo Fanfani. Dopo l’esperienza di vicesegretario unico della Democrazia Cristiana (dapprima con la segreteria De Mita e poi con quella Forlani, ai tempi della quale ha contrastato in particolare la legge Mammì sul sistema radiotelevisivo), è rientrato al governo (Andreotti VII, dal 1991 al 1992) come Ministro dell’industria e commercio. Commissario della DC a Milano all’epoca della bufera di Tangentopoli, ha sostenuto il rinnovamento voluto dalla segreteria Martinazzoli e ha appoggiato il passaggio al Partito Popolare Italiano. Dall’ottobre 1995 al 1999 è stato direttore politico del quotidiano Il Popolo. Nel 1999 è stato capolista dei Popolari alle elezioni europee nella circoscrizione nord-ovest ed è stato eletto europarlamentare con oltre 40.000 preferenze. Al Parlamento europeo è stato il capodelegazione dei Democratico Cristiani Italiani nel Partito Popolare Europeo e tra i fondatori, insieme al francese François Bayrou, del Gruppo Schuman. Con i popolari francesi, catalani e belgi, ha deciso nel 2004 l’uscita dei democristiani dal PPE, ritenendo impossibile il connubio con i conservatori >>>.

 

Ecco il post di Guido Bodrato:

L’Espresso in edicola, dedica alcuni articoli al dibattito sul referendum costituzionale del 20 settembre, iniziando con un editoriale di Marco Damilano, che lo considera “la maschera del nuovo establishment, della casta dei Cinquestellati”. Per rendere più chiara questa affermazione, Damilano richiama – riferendola in questo caso a Luigi Di Maio – la personalizzazione, da parte di Matteo Renzi, del referendum del 2006: ricordiamo le impreviste conseguenze di quel “plebiscito”.

Tuttavia, anche per l’Espresso, “quella che si vince o si perde, il 20 settembre, è una battaglia culturale e politica che va oltre la lettera del quesito referendario” Ed a questo, cioè al contesto in cui gli elettori sono chiamati a votare, si deve guardare..

Eppure poche pagine dopo, riferendosi alla motivazione del No delle “sardine”, anche questo settimanale insiste su uno degli argomenti a mio parere più efficaci dei sostenitori del No: insite cioè sul fatto che, tagliando in modo scriteriato il numero dei parlamentari, e senza porsi la questione della legge elettorale, il M5S ha tagliato alle radici il sistema democratico, che è fondato sulla partecipazione alle elezioni dei cittadini di tutto il paese: delle città metropolitane, ma anche dei borghi diffusi nelle Valli alpine, negli Appennini dell’EmiliaRomagna, della Toscana e delle colline piemontesi e venete,

Favorendo la concentrazione degli elettori, i “cinquestellati” contraddicono, senza rendersene conto, il lo stesso principio: “uno vale uno”, a danno di oltre il 20% degli elettori di questo paese. Milioni di elettori resterebbero senza rappresentanza parlamentare.

 

E’ questa la critica che ho fatto, sin dall’inizio di questa campagna referendaria, e sono lieto che sia stata ripresa. Questa critica è rimasta senza risposta. Posso ricordare che questa era anche la critica fatta al referendum del 2006: è stato un errore cancellare la dimensione politica delle province, e nello stesso tempo esaltare l’istituzione delle citta’ metropolitane, dimenticando che l’Italia è il paese dei mille borghi, delle cento città…E che, se è vero che  la concorrenza tra sistemo economici, che sempre più caratterizzerà la globalizzazione, riguarderà principalmente le città metropolitane, la stessa vicenda del coronavirus costringe – anche i più moderni urbanisti – a porsi il problema di una più articolata organizzazione del territorio e del sistema produttivo, a riabilitare i borghi abbandonati. La stessa  rivoluzione  del web, eende possibile, ed economicamente utile, fare questa scelta strategica, questa destinazione degli investimenti.

Il fatto è che ridurre il numero dei parlamentari significa inevitabilmente prevedere collegi elettorali più ampi, con fasce demograficamente (ed elettoralmente) marginali…La popolazione di queste fasce  perderebbe ogni peso elettorale, restando senza voce politica. Delle riduzione dei candidati, le città – specie le capitali regionali- non si accorgeranno, mentre le fasce marginali perderanno rappresentanza ( la vedranno ridotta ad un solo candidato, cioè ad un solo partito).

Questa “riforma” se bilanciata dal proporzionale, sarebbe, sulla rappresentanza parlamentare, meno pesante.. restando per come si presenta, inaccettabile, poichè taglia alle radici la democrazia.

Chi ha proposto questa riforma, non conosce il paese. Forse il parlamento che l’ha votata, dove prevalgono i “nominati”, ha votato sull’onda di una polemica che considerava solo strumentalmente questo contrasto tra schieramenti interessati alla conquista di Palazzo Chigi, poco al futuro del paese. E si comprende perché i sostenitori del Si hanno cercato di non riaprile la discussione, di ridurre il referendum costituzionale ad una silenziosa ratifica del voto del parlamento.

Ma oggi viene al pettine un nodo che ha una importante valenza costituzionale, gli schieramenti sono rimessi in discussione e cresce il consenso al No. Non non si può nascondere che il referendum, trasformato in plebiscito, riguarda il valore della rappresentanza parlamentare, il formarsi della democrazia politica.

 

 

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