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GIUSTIZIA: la storia di Alfonso Bolognesi … un carabiniere salvato dall’avv. Antonio Calabrese

Aldo Bianchini

In primo piano il palazzo della Suprema Corte di Cassazione, sulla destra il maresciallo dei Carabinieri Alfonso Bolognesi

SALERNO – “La giustizia è sempre giustizia, anche se è fatta sempre in ritardo e, alla fine, è fatta solo per sbaglio” (George Bernard Shaw).

La massima testè enunciata potrebbe, da sola, raccontare e racchiudere la storia giudiziaria lunga dodici anni di un fedele servitore dello Stato, il sottoufficiale dei Carabinieri Alfonso Bolognesi, che ha comandato la difficile stazione di Castel Volturno – Pineta Mare.

 

Un percorso durissimo, travagliato, anche scomposto e aggravato dall’essere carabiniere che è terminato, dopo dodici anni, grazie all’attenzione professionale, materiale e psicologica dedicata al maresciallo Bolognesi dall’amico, più che avvocato penalista, Antonio Calabrese di Salerno che il 18 febbraio scorso dalla Corte di Appello di Roma, dopo una discussione finale accorata e molto motivata, ha ottenuto l’assoluzione dell’imputato e l’annullamento della sentenza di 1° del 2009 dal GUP di Napoli che vedeva il suo cliente condannato ad una pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione, sentenza confermata in appello e dalla Cassazione nel 2015; adesso la Corte di Appello di Roma chiamata in causa per il giudizio di revisione del processo ha revocato la sentenza di 1° mandando praticamente assolto il malcapitato servitore dello Stato.

 

La storia di mala giustizia per Bolognesi comincia nell’ottobre del 2008 quando venne arrestato insieme a diversi camorristi legati al “clan dei casalesi” ai quali, secondo l’accusa, il maresciallo Bolognesi avrebbe passato per tre anni (2005 – 2008).

Emblematico il titolo di “La Repubblica” del 30 ottobre 2008: “Quel carabiniere, uno di noi, mille euro al mese per tradire”; ovviamente oltre ai mille euro al mese furono scanzionati anche telefonini, computer, agevolazioni nella vita quotidiana ed anche il potersi togliere qualche sassolino dalle scarpe contro un collega, tale maresciallo Davide, che cercava di estromettere il Bolognesi dalle indagini delicate.

Quella dell’ottobre 2008 è stata un’azione giudiziaria clamorosa che aveva visto in campo ben otto pm (Francesco Curcio, Raffaello Falcone, Giovanni Conzo, Alessandro Milita, Marco Del Gaudio, Cesare Sirignano, Antonio Ardituro e Catello Maresca)  coordinati dal procuratore Franco Roberti (quello che qualche anno dopo venne a guidare la Procura di Salerno e che ora è eurodeputato del PD grazie a Vincenzo De Luca) contro la frangia terroristica che in cinque mesi aveva lasciato a terra 18 morti (tra cui otto extracomunitari).

Il penalista-cassazionista avv. Antonio Calabrese nel suo studio di Salerno

Un percorso giudiziario molto articolato e complesso che soltanto l’esperienza professionale del noto avvocato penalista salernitano Antonio Calabrese poteva dapprima bloccare, poi riuscire a far partire la revisione del processo ed infine, con un’arringa durata ben quattro udienze ed alcune ore di discussione, ottenere la revoca della sentenza iniziale (e quindi conseguentemente delle altre due tra appello e Cassazione).

Con perspicacia l’avv. Calabrese, scavando nelle pieghe della maxi inchiesta e facendo leva su una sentenza di assoluzione (per gli stessi fatti commessi negli stessi periodi) in favore di Bolognesi emessa in sede collegiale (e non da un giudice monocratico, come nel caso di quella del 2009).

La Corte di Appello di Roma, presso la quale la Cassazione aveva rinviato il processo di revisione, ha assolto, ripeto, il 18 febbraio 2021 il maresciallo Bolognesi con l’ampia formula dell’insussistenza del fatto che ha restituito onore e decoro al servitore dello Sato.

L’avv. Calabrese ha lottato come un leone in favore del suo cliente perché lo ha ritenuto innocente ed estraneo ai fatti contestatigli fin dal primo momento; portando avanti un’attività istruttoria complessa ed articolata è riuscito alla fine a tirare fuori dalle secche dell’oblio il maresciallo Alfonso Bolognesi, vittima predesignata da un gioco al massacro portato avanti dal clan dei Casalesi contro la credibilità e la legalità dello Stato e dei suoi rappresentanti.

 

E pensare che quell’inchiesta devastante e, soprattutto, la cattura del maresciallo dei Carabinieri era stata valutata come un successo della giustizia finanche dal capo della Polizia dell’epoca Antonio Manganelli e dal ministro dell’interno Roberto Maroni che si recarono, addirittura, in visita alla Prefettura di Caserta per stigmatizzare la correttezza dello Stato contro quel carabiniere troppo in fretta definito un volgare traditore dello Stato.

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