La vita del prigioniero italiano in un lager nazista. Fame e mercato nero.

 

dal dr. Matteo Claudio Zarrella

(già presidente del Tribunale di Lagonegro)

scritto per il Corriere dell’Irpinia

 

Dr. Matteo Claudio Zarrella

Una popolazione di migliaia di prigionieri, costretta ad abitare in un campo di concentramento riproduce, d’istinto, un sistema di vita il più possibile simile, per quanto deformato, a quello del mondo di fuori, con i suoi traffici, con i suoi punti di incontro e, nella varietà dei caratteri, con gli eterni aspetti del Bene e del Male dell’umana convivenza.

Nei lager nazisti la Fame comanda suprema. Prigionieri italiani nei loro diari scrivono “Fame”, con la F maiuscola. È il grande nemico contro cui combattere, per la sopravvivenza, in ogni momento del giorno. Per Fame si movimenta un mercato, solitamente allestito nelle latrine. Dal lager di Biala Podlaska il sottotenente prigioniero Carbone Albino, n. 58710, spedisce al padre Luigi, in data 13 novembre 1943, una lettera. Leggiamo: Carissimo padre, godo di ottima salute ed il mio spirito è elevato e Vi prego di non soffrire per l’attuale mia posizione, il trattamento è discreto. Curate gli interessi della famiglia mantenendo in essa calma e tranquillità. Preparatemi un pacco per mezzo del quale mi inviate cibarie e tabacco. Vi invio il mod. per la sped. Albino. La famiglia Carbone, a Lapio, è raccolta attorno alla lettera che ripete: “Godo di ottima salute, il mio spirito è elevato”. Perchè quel “non soffrire per l’attuale mia posizione”? Una posizione che farebbe soffrire? Perché Albino vuole tabacco, lui che non ha mai fumato? La famiglia si rincuora: è vivo, collocato in un posto preciso, a Biala Podlaska, mai sentito prima, che immagina grande e importante come un continente. La verità è che Albino nel lager soffre maledettamente la Fame. Ha bisogno di “cibarie” per integrare una alimentazione scarsa di calorie, cavate a malapena dal rancio quotidiano: una brodaglia con una rapa o una patata a galleggiarvi dentro, e una misera razione di pane. Ha bisogno di tabacco da smerciare in cambio di altro pane. Le sigarette sono da utilizzare come mezzi di pagamento.

Vediamo Albino entrare nella fetida latrina, attigua alla baracca. Un via vai di prigionieri. Alle pareti trova attaccati i foglietti con le proposte del giorno: “Maglia di lana in cambio di pane”; “Cedo in prestito un romanzo per tabacco”; “Cambio Divina Commedia e riso con sigarette”; “Gr. 100:00 pepe greco squisito cambio con tabacco”; «Presto romanzo per tabacco». Si mette in commercio ogni cosa, ogni attitudine personale, e non soltanto per fermare la Fame e l’irrefrenabile voglia di tabacco. Sarti e barbieri sono pagati con pane e sigarette. Si legge un avviso: “Non dilettante, ripara orologi, acquista per viveri orologi guasti e di poco pregio utilizzazione pezzi di ricambio”. Un altro avviso: “Grammatica tedesca e lamette per barba cambio con grammatica inglese o spazzolino da denti nuovo”. Il pittore Lazzaro, n. 55930, scrive alla moglie Maria: «disegno teste tutto il giorno a colleghi e ufficiali e sottoufficiali tedeschi i quali molto gentilmente mi ricambiano con doni di mangiareccia”. Si mette in commercio, perfino, uno scambio di parole, in antidoto alla solitudine: «Professore di scienze scambierebbe volentieri quattro chiacchiere con collega». Appesi ai muri delle latrine si trovano foglietti di accettazione: rivolgersi a Tenente X, baracca J. Con enorme sofferenza alcuni si privano di catenine e di anelli d’oro, di orologi, di grandi ricordi familiari, da svendere per pane e sigarette. I tedeschi tollerano questo mercato e, a modo loro, vi partecipano, avendo convenienza ad acquistare quegli oggetti preziosi in cambio di avanzi di cucina. I prigionieri italiani trovano vantaggioso lo scambio di tabacco o di pane con i prigionieri francesi del vicino reticolato, beneficiari dei pacchi della Croce Rossa. Lo scambio avviene con il lancio, da una parte all’altra, al di sopra della recinzione, degli oggetti del baratto. Da prendere a volo. Le guardie alla torretta sono comandate a sparare contro chiunque si avvicini al filo spinato. Non mancano le truffe. Si racconta: Dal reticolato dei francesi vengono lanciate sigarette nel reticolato degli italiani. Un prigioniero italiano, raccolte le sigarette, lancia nel reticolato dei francesi un sacchetto contenente terra invece della promessa razione di pane. Il giorno dopo si sente un capitano francese sbraitare: “Ca n’est pas honnette!”. “Ca n’est pas honnette!” ripete canzonatorio il truffatore. “Ca n’est pas honnette!” ripetono i suoi compagni. Sanno che è poco il danno recato al capitano francese e non ne hanno scrupolo, perchè arriveranno ben presto ai francesi altri pacchi della Croce Rossa.

Albino nota, appiccicata alla parete, in disparte, una carta con la scritta: “Cedo modulo-pacco e modulo-lettera per pane e sigarette”. Ad offrire il modulo-pacco ed il modulo-lettera deve essere un italiano del Sud, perché solo dal Nord d’Italia si possono ricevere perfino due pacchi al mese, di chilogrammi 5 ciascuno, come promesso dai regolamenti tedeschi. Per le zone del Sud d’Italia, non controllate dalla Repubblica di Mussolini, le spedizioni e le consegne di pacchi, di lettere e di cartoline, sono quasi impossibili, ostacolate in tanti modi.  Tra gli ufficiali insorgono, ironizza Guareschi, nuove gerarchie: chi ha da vendere e chi ha da comprare. Albino, non ha niente da vendere e niente da comprare. Può dare in cambio del pane il suo modulo? Si rassegna ben presto a non ricevere pacchi, a non ricevere lettere da casa. Cresce la solitudine della prigionia. Insopportabile come la Fame. Ma non è disposto alla resa.

 

 

One thought on “La vita del prigioniero italiano in un lager nazista. Fame e mercato nero.

  1. Solitudine e sofferenza, descritte con mano ferma, come è nello stile del Presidente Matteo Claudio Zarrella. Una narrazione, ispirata al più crudo realismo, ma vivificata dal di dentro da una non comune capacità di scavare nel profondo della coscienza di un uomo, nei meandri più nascosti della sua anima. E in questo lavoro di scavo interiore, in questa analisi attenta dell’animo umano c’è tutta l’esperienza dell’ex direttore di carcere, quale è stato appunto il presidente Zarrella. La capacità di cogliere anche i cenni e costruire anche dalle parole non dette l’intima sofferenza di un uomo. Uno straordinario lavoro di scavo, di analisi e di partecipazione emotiva. Una pagina di elevata letteratura con nel fondo dell’anima la speranza, l’augurio a che certe situazioni non abbiano a ripetersi nel corso della storia. E di quella storia, in quella storia c’è la figura dello zio materno, Una figura che l’autore tratteggia, compone ed esamina in tutte le sue sfaccettature, facendo crescere in noi lettori l’ansia dell’attesa… l’attesa di poter godere nel suo complesso e nel suo insieme l’opera scritta sull’argomento. Al Presidente Zarrella l’incondizionato apprezzamento per la sua capacità di analisi e di scrittura. Ad maiora, Presidente.

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