da Uff. Stampa
Dopo sette anni di studio longitudinale, il progetto identifica potenziali biomarcatori biologici dell’ASD, rafforza il ruolo dell’asse intestino-cervello e mette a disposizione della comunità scientifica internazionale una collezione unica di campioni e dati.
Il progetto GEMMA compie un passo importante nella ricerca sul disturbo dello spettro autistico, contribuendo a spostare il paradigma da una diagnosi prevalentemente comportamentale a una lettura sempre più fondata su segnali biologici misurabili. Grazie a un approccio multi-omico integrato con strumenti di intelligenza artificiale, il progetto ha individuato i primi potenziali biomarcatori biologici dell’ASD e posto le basi per strategie di screening più precoci, predizione del rischio e interventi personalizzati.
Basato su un follow-up longitudinale di sette anni, GEMMA ha raccolto un patrimonio di dati di grande rilievo, con circa 250.000 metadata point e 21.000 campioni, offrendo una base particolarmente solida per modellizzare l’interazione tra microbioma, metaboloma e altri livelli biologici coinvolti nello sviluppo dell’autismo. Secondo la sintesi del progetto, proprio questa integrazione tra dati clinici, genomici, metagenomici, proteomici e metabolomici rappresenta uno degli elementi più innovativi del lavoro, perché consente di osservare nel tempo i processi biologici associati all’ASD e di passare da una logica reattiva a una prospettiva predittiva e personalizzata.
Tra i risultati più significativi emerge la possibilità di anticipare lo screening. La validazione del BOSA come strumento di screening consente infatti l’identificazione già a partire dai 12 mesi di età. Integrato con i dati multi-omici, questo strumento apre la strada a una diagnosi informata anche da biomarcatori biologici, con l’obiettivo di riconoscere segnali di rischio prima che le manifestazioni comportamentali tradizionali siano pienamente evidenti. In questo senso, GEMMA punta a individuare firme prognostiche del microbioma e specifiche alterazioni metaboliche nella fase preclinica, aprendo una prospettiva nuova anche sul piano della prevenzione primaria.
Un altro risultato di rilievo riguarda il microbioma intestinale, che dai dati del progetto emerge come uno dei livelli biologici più promettenti nella previsione della gravità dei sintomi dell’ASD. La sintesi segnala che i profili del microbioma intestinale si sono dimostrati predittivi più di altri livelli omici, e individua in particolare alcuni microrganismi, tra cui Clostridioides difficile, come forti predittori. Parallelamente, i modelli di intelligenza artificiale hanno evidenziato alterazioni metaboliche in pathway legati agli aminoacidi, al triptofano e al glutammato, suggerendo il possibile coinvolgimento di specifici meccanismi patogenetici.
I risultati rafforzano inoltre l’ipotesi che l’autismo debba essere studiato non soltanto come una condizione neurologica, ma come un disturbo sistemico in cui l’asse intestino-cervello gioca un ruolo rilevante. Secondo la sintesi del progetto, alcuni microbi intestinali sarebbero in grado di influenzare variazioni strutturali cerebrali e comportamento attraverso intermedi metabolici come glutammato e DOPAC, capaci di attraversare la barriera ematoencefalica. Allo stesso tempo, i dati proteomici hanno evidenziato una stretta connessione tra neuroinfiammazione, disregolazione immunitaria e stato del microbioma nei bambini con ASD, con il coinvolgimento di proteine come la kallikrein KLK1.
In questo quadro si inserisce anche il trial di intervento con Lacticaseibacillus paracasei 37 in combinazione con scGOS/lcFOS, pensato come prova di concetto per verificare se la modulazione del microbiota possa incidere sui sintomi dell’ASD o sulla traiettoria evolutiva dei bambini a rischio. Si tratta di un passaggio particolarmente rilevante perché traduce le osservazioni biologiche in una possibile prospettiva di intervento mirato, pur mantenendo il necessario rigore nel distinguere tra ipotesi promettenti e applicazioni cliniche da consolidare ulteriormente.
La forza del progetto risiede anche nella sua coorte e nella profondità dell’osservazione nel tempo. I dati raccolti su 344 famiglie, con 71 bambini diagnosticati con autismo, hanno consentito di delineare un vero e proprio blueprint per l’intercettazione precoce della malattia. La sintesi sottolinea inoltre che le differenze tra intestino e cervello risultano dipendenti dall’età, elemento che rafforza l’idea di future strategie stratificate per fasce di sviluppo e di una medicina sempre più personalizzata. L’integrazione multi-omica ha anche permesso di distinguere sottogruppi biologicamente differenti di ASD, sulla base dei pattern alimentari e dell’espressione genica microbica, aprendo la strada a percorsi assistenziali più mirati.
A rendere GEMMA ancora più rilevante è anche il valore della sua infrastruttura scientifica. Con un tasso di retention del 64% nell’arco di sette anni, considerato particolarmente elevato per uno studio di questa complessità, il progetto consegna alla ricerca un dataset longitudinale raro per qualità e continuità. A questo si aggiunge la valorizzazione della GEMMA collection, custodita presso la biobanca EBRIS e ufficialmente registrata nella rete BBMRI-ERIC attraverso il nodo nazionale BBMRI.it. La collezione è così accessibile tramite il directory europeo, rendendo campioni e dati disponibili alla comunità scientifica internazionale impegnata nella ricerca sull’autismo.
Nel complesso, GEMMA contribuisce a ridefinire l’autismo da “black box” diagnostica fondata soprattutto sull’osservazione del comportamento a processo biologico sempre più misurabile, studiabile e potenzialmente intercettabile in anticipo. Un cambio di prospettiva che non riguarda solo la diagnosi, ma apre nuove possibilità anche per la stratificazione del rischio, la prevenzione e lo sviluppo futuro di interventi personalizzati.
«Oggi chiudiamo un progetto molto ambizioso sull’autismo, durato sette anni, in un contesto in cui questa condizione sta assumendo dimensioni sempre più rilevanti anche in Italia. Il grande problema è che le cause non sono ancora del tutto chiare e questo lascia spesso le famiglie senza risposte e senza soluzioni – ha affermato Alessio Fasano, Presidente della Fondazione EBRIS.
In questi anni la ricerca ha chiarito che l’autismo non è una patologia omogenea: esiste una predisposizione genetica, ma da sola non basta a spiegarne l’aumento così rapido, segno che anche l’ambiente gioca un ruolo determinante, così come il sistema intestinale e il microbiota. Non abbiamo trovato una cura, ma abbiamo costruito le basi per comprendere meglio i meccanismi della malattia e individuare nuovi percorsi di intervento.
I risultati ci indicano che è possibile anticipare i segnali già nei primi mesi di vita e affiancare alla diagnosi comportamentale anche biomarcatori biologici, rendendo l’individuazione più precoce e precisa. Questo apre alla possibilità di una medicina sempre più personalizzata e, in prospettiva, anche alla prevenzione primaria, con l’obiettivo di intercettare il rischio prima che la condizione si manifesti e migliorare concretamente la qualità della vita delle persone e delle loro famiglie».
«Oggi l’autismo presenta caratteristiche sempre più complesse: aumentano i casi e cresce la difficoltà di inquadrare le diverse forme. La scienza deve offrire risposte concrete alle famiglie. Con il progetto GEMMA chiudiamo una fase e ne apriamo altre, puntando a collegare variabili genetiche e comportamentali – ha affermato il dottor Giulio Corrivetti, Vice Presidente della Fondazione Ebris – Gli studi sui marcatori epigenetici possono aiutarci a comprendere prima e a intervenire meglio, con terapie sempre più personalizzate. L’obiettivo è migliorare la qualità della vita delle persone e delle loro famiglie, valorizzando la neurodiversità».
«Salerno è oggi al centro della ricerca internazionale, con un asse attivo con l’Università degli Studi di Salerno che rappresenta un segnale importante per il territorio e per tutto il Mezzogiorno. Presentare qui i risultati di una ricerca che ha coinvolto numerose realtà internazionali significa essere riconosciuti come un polo capace di produrre risultati concreti – ha affermato Virgilio D’Antonio, Rettore dell’Università di Salerno.
Il dialogo con la Fondazione EBRIS è strategico: una collaborazione che consente di sviluppare ambiti di ricerca che, da soli, non sarebbe possibile raggiungere».