Dal dr. Matteo Claudio Zarrella
(ex magistrato e già presidente tribunale Lagonegro)
De Marsico: “L’Avvocatura cominciò come incantesimo e come tale perdura. Mi consuma e mi rigenera a ogni impegno”. Un incantesimo che prende nome: Gaetano Manfredi. De Marsico racconta: “Uscito dall’Università, era la fine del 1909. Seppi che in questo Tribunale (di Avellino) parlava Gaetano Manfredi. Per la prima volta vidi, contemporaneamente, il Tempio ed il suo Sacerdote più alto. Parlò pochi minuti: mi apparve non l’Artefice magnifico, ma l’Arte stessa”. Per Gaetano Manfredi “La legge fu e sarà sempre una necessità ed insieme una insufficienza alla quale il costume ripara; la verità della vita, ecco la prima e l’ultima delle “leggi”. Concorda de Marsico: la legge, astratta dalla realtà del fatto, deve essere sempre integrata dalla “verità della vita”.
GAETANO MANFREDI AL PROCESSO CIFARIELLO
È l’alba del 10 agosto 1905. In una camera della pensione Mascotte, in quartiere Posillipo, lo scultore Filippo Cifariello uccide con cinque colpi di revolver la moglie, la cantante francese Maria De Browne. Cifariello, sfinito dopo una liberatoria confessione, è trascinato in catene al carcere. Il fatto, apparso chiaro fin all’inizio, divide la stampa. A favore dello scultore il “Mattino” di Edoardo Scarfoglio che definisce l’assassino “vittima dell’amore” e la “Tribuna Illustrata” che invoca per lui la massima indulgenza. Matilde Serao scrive articoli su “Il Giorno” contro l’autore dell’orrendo delitto. Si agita lo scontro tra innocentisti e colpevolisti. Il processo per motivi di sicurezza è spostato da Napoli a Campobasso. Al processo, Gaetano Manfredi si sofferma sulla natura passionale del delitto, sulle ansie dello scultore, sull’amore “smisurato” verso la moglie, sul divampare del fuoco della gelosia alla scoperta del “sistematico” tradimento di lei. Con un colpo di teatro si rivolge ai giurati: “Se un uragano si è scatenato dentro la fragile cassa cranica di questo disgraziato, potete misurare tutta la potenza di questo uragano e sapere se sopravvive in quella mente alcuna traccia di quella libertà e di quella coscienza dei propri atti senza della quale il delitto non esiste?”. E i giurati rispondono con 7 voti favorevoli al proscioglimento, 3 contrari e due schede bianche, dichiarando: “l’accusato Filippo Cifariello il 10 agosto 1905, nella pensione Mascotte, in Napoli, col fine di uccidere, esplose più colpi di rivoltella contro la moglie Maria Francesca Bianca De Browne”; “nel momento in cui commise il fatto affermato, (era) in istato d’infermità di mente da togliergli la coscienza e la libertà dei propri atti”. Conseguente, la sentenza del 23 dicembre del 1908 di proscioglimento “per vizio totale di mente”. Una folla, trionfante, si accalca presso il portone del palazzo di giustizia di Campobasso e applaude al passaggio dello scultore. La vettura che lo porta in albergo è rincorsa da uno stuolo festoso di monelli. L’avvocato Pansini, con-difensore nel processo, telegrafa e comunica la sentenza a Molfetta, città d’origine di Cifariello. Il Corriere delle Puglie il 24 dicembre annuncia la clamorosa notizia. Finocchiaro Aprile commenta: “Io credo che l’istituto della giuria debba essere mantenuto, ma sostanzialmente riformato” e Salandra si dice preoccupato per le “facili assoluzioni di uccisori di donne sotto qualunque pretesto di infermità di mente”.
ALFREDO DE MARSICO AL PROCESSO CARBONE
È l’alba del primo aprile del 1922. Luigi Carbone, stimato medico di Lapio che, si dice, tornato in Italia nel 1916 dall’America per servire la Patria, uccide la giovane moglie, trovata non illibata, a colpi di rasoio e, meno di un’ora dopo, la sorella del presunto seduttore, a colpi di pistola. È il momento culminante di un dramma, replicante l’Otello di Shakespeare di cui s’era dato in Lapio, nell’anno 1903, alla festa in onore di Sant’Antonio, meraviglioso spettacolo di teatro. Quel dramma è sceso nella realtà, nella materia viva dei fatti, apprestandosi ad entrare nel palcoscenico di una Corte d’Assise. La Sezione di Accusa della Corte d’Appello di Napoli emette, il 29 novembre 1922, una sentenza di rinvio a giudizio che ha ben poco di teatrale: enumera capi d’accusa inanimati a carico di Carbone, imputato: ”1- del delitto di cui agli articoli 364 e 366 n. 2 cod. pen. per aver in Lapio, la notte dal 31 Marzo al primo aprile 1922, a fine di uccidere e con premeditazione, vibrato dei colpi di rasoio alla moglie Campanile Belinda recidendole la carotide donde la morte 2- del delitto di cui agli articoli 364 e 366 n. 2 cod. pen. per avere in Lapio nella mattina del primo aprile 1922 a fine di uccidere con premeditazione esploso colpi di rivoltella contro Elena Fusco, cagionandone la morte che avvenne nella notte”. Infine “di porto di rivoltella ed omessa denunzia di detta arma”.
Il Corriere dell’Irpinia del 10 giugno 1923 annuncia: “Il 12 corrente avrà inizio questo importante processo per cui è vivissima l’attesa della pubblica opinione”. Vengono ad Avellino giornalisti da varie parti d’Italia. Uno di essi si rivolge al Presidente della Corte di Assise: “Siccome certamente vi sarà gran ressa preghiamo fin d’ora l’illustre Presidente della nostra Corte di Assise, cavalier Fischetti, di dare disposizioni chiare agli uscieri ed ai carabinieri di servizio per garantire l’ingresso ai posti riservati dei giornalisti, degli avvocati e degli studenti di giurisprudenza a preferenza degli oziosi”. Il Presidente, cavaliere Gerardo Fischietti, sbotta infastidito: Il processo non è uno spettacolo. Decreta: A porte chiuse, a porte chiuse. Alfredo de Marsico, difensore di “parte civile”, si trova di fronte un gigante dell’Avvocatura: Giovanni Porzio, chiamato a difendere il dottor Carbone. Porzio raggiunge, tra grida di esultanza, Piazza Libertà, l’agorà antistante il Palazzo di giustizia che amplia lo scenario del Processo con l’andirivieni di giudici, di avvocati, di testimoni. De Marsico fatica ad accedere all’aula dell’udienza, pressato da una calca ostile. Non riconosce la sua Avellino, non riconosce il suo Tribunale, in mano a turbe di forestieri. Il paese di Lapio s’è svuotato. Molti i lapiani “scesi” ad Avellino. Ad Avellino è pure “sceso” un manipolo di arditi al seguito dell’avvocato Scimonelli che in partenza da Roma aveva proclamato: “Difendo Carbone, un benemerito, un uomo che ha onorato la Patria e che, in quel grave momento, deve sentire la sua Patria battersi per lui. Difendo Carbone e con lui difendo l’onore di tutti i reduci di guerra che hanno ritrovato le mogli tra le braccia di altri, tornati vittoriosi dai campi di battaglia avevano dovuto provare non la gioia di un trionfale ritorno ma la disfatta della sconfitta di mariti traditi”.
Ed è per tutto questo che de Marsico inizia l’arringa con un appello ai giurati; memorabile esordio degno di restare negli annali dell’Avvocatura: “Signori giurati, in quest’aula noi giungiamo per un atrio ove si stipa compatta, crescente, una calca- venuta non si sa donde- che al passaggio dell’imputato sorride, saluta, augura; ed a noi, difensori di una memoria lacrimata, non oppone che un silenzio duro, irriverente, ostile. Essa è la platea cui dobbiamo il torto di contendere con tutte le nostre forze la gioia di un saturnale. È vano protestare, come ieri l’altro nella sua arringa l’on. Rubilli, che non l’apoteosi dell’accusato si vuole, ma giustizia: fuori di qui, le arene sono già pronte ad acclamare il sanguinario sciagurato. Bisogna giungere qui, in quest’aula vietata alla moltitudine, al vostro cospetto, per sentire che la giustizia non è il circo ma un canone. Da otto giorni, silenziosamente, io studio, scruto il segreto delle vostre fronti, e concludo, in un’intima certezza profonda, che non siete la folla, che la folla voi saprete anzi guarire da questa aberrazione inesplicabile”.
Alla fine dell’arringa ripete l’appello ai giurati: “Voi dovrete ancora per lungo tratto correre il mare delle sirene. Non cedete agli incantesimi. Come Ulisse, la cera negli orecchi, legatevi all’albero della nave, stringetevi alla barra del dovere, guardate all’approdo. Quest’uomo gronda troppo sangue. Ritrovi le vie dell’espiazione! Sul vostro verdetto, o giurati, si piega l’attenzione d’Italia. Per l’onore della nostra Irpinia, per il vostro onore, serrate le file!”.
Crescente l’attenzione popolare per i delitti passionali. I processi vengono seguiti come romanzi a puntate secondo l’ordine della cronaca e delle giornate d’udienza.
MATTEO CLAUDIO ZARRELLA
Una lettura appassionante, che aspetta però il seguito …