Da Angelo Andriuolo
Il 21 ottobre del 1969, all’età di soli 47 anni, si spegneva a St. Petersburg Jack Kérouac la figura più iconica, per molti il padre, del movimento beat, l’ideologo di quel gruppo di artisti statunitensi divenuto presto noto come Beat Generation. Era il 1944 quando Lucien Carr gli fece conoscere William S. Burroughs e Allen Ginsberg, che insieme ne costituirono il primo e più influente nucleo, cui si aggiungeranno man mano Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Gary Snyder, Michael McClure, Charles Olson ed altri ancora.
Fu lo stesso Jack – al secolo Jean Louis Lebris de Kérouac nato a Lowell il 12 marzo 1922 – a coniare il termine beat, come contrazione di beatific o beatitude, così definitivamente sganciandolo dalla connotazione negativa che esso aveva assunto nel gergo di strada del dopoguerra tra i musicisti jazz e gli emarginati; per questi beat significava infatti stanco, sfinito, abbattuto (beaten), nonché ridotto alla miseria, schiacciato dal conformismo e dall’iniquo sistema sociale americano.
Per Kerouac, cattolico di origine, beat aveva la sua radice semantica nel latino beātus ed era perciò da intendere come ottimista e beato, come chi vive uno stato di grazia interiore, di purezza spirituale e di illuminazione ispirata anche alle filosofie orientali e allo Zen in particolare. Essere beat era tutt’altro che essere perdenti o sconfitti; era piuttosto trovarsi in una condizione sociale certo ai margini ma che consentiva, proprio per questo, di raggiungere una nuova forma di libertà e di beata consapevolezza.
E la strada era la rappresentazione plastica di questa libertà, consapevole certo, ma solo di sé stessa: – “Sal, dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati” “Dove andiamo?” “Non lo so, ma dobbiamo andare”. È il dialogo forse più noto del capolavoro di Keruàc: Sulla strada (On the road). Pubblicato per la prima volta il 5 settembre 1957, è subito diventato il manifesto della beat generation. Il viaggio non è uno spostamento fisico ma una condizione esistenziale che ha come obiettivo soddisfare il bisogno di partire: uno stato d’animo costante, una irrequietudine nativa ed incoercibile.
In ciò sta il senso di un’altra famosa affermazione di Keruac: “Per me l’unica gente possibile sono i pazzi» che apparve immediatamente come la sintesi più efficace della poetica della Beat Generation. Il termine “pazzia” ricorre spessissimo negli scritti dell’epoca e con preciso significato letterario ed enfatico del tutto sganciato da quello clinico. Non indica mai condizioni psichiche, sebbene molti protagonisti di quella stagione ebbero le proprie vite segnate da dipendenze e sofferenza reale: e tra essi anche il nostro, che si spegnerà infatti in conseguenza di un’emorragia addominale causata da cirrosi epatica, a sua volta dovuta all’alcolismo che lo aveva tormentato per gran parte della sua vita.
Pazzia è intensità, è anticonformismo. È il ritmo sincopato del be-bop, del jazz di Charlie Parker che Jack amava tantissimo fino al punto da farne il modello della sua scrittura: e beat finì per indicare anche quel ritmo così particolare. Ciò che egli ammirava maggiormente nella musica di Parker era il suo essere una combinazione precisa di libertà espressiva e di qualità del fraseggio che le conferivano carattere anticonvenzionale, spontaneo e fluido.
Era un modello che andava ben al di là del puro gusto musicale. Il jazz e la improvvisazione come suo principio strutturale costituivano un’idea di composizione cui la scrittura poteva aspirare: costruire mentre si procede, senza alcuna pianificazione preventiva, semplicemente affidandosi al flusso dei sensi, dalla memoria alla vista. Da qui la costante ricerca di una prosa spontanea che caratterizzerà quell’esperienza letteraria. Il be-bop di Charlie Parker era divenuto la colonna sonora e il ritmo vitale di quella generazione giovani poeti.
Ma vi è di più: “Intendo parlare di queste cose con la gente – ma credo che la cosa principale resterà pur sempre questo monologo interiore che dura tutta la vita incominciato nella mente mia.”. Per Kéruac i suoi scritti non erano altro che capitoli di un’unica grande opera intitolata la leggenda di Duoloz; un po’ come quella di Proust insomma “…soltanto che i miei ricordi sono scritti di volta in volta.”.
Aveva così preso corpo un movimento di ribellione fatta – come abbiamo visto – di contestazione, sovversione delle regole della società e di nomadismo, di viaggi senza meta tanto fisici quanto mentali; dove la ricerca e l’espressione di uno stile personale, la fascinazione per la spiritualità asiatica, il rifiuto di tutto ciò che è materiale e materialistico erano punti di riferimento vitali. Questo fece sì che la beat generation diventassi il punto di coagulo di tutti i movimenti del 1968: dalle rivolte contro la Guerra in Vietnam fino alla cultura hippy, i cui esponenti si nutrirono ampiamente del verbo di Kérouac e Ginsberg.