il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

VIVISEZIONE: il mio “NO” forte e chiaro

di Giovanna Rezzoagli Ganci

L’autunno è la stagione più calda per i pro-test. Si avvicinano i tempi dei mega eventi televisivi per raccogliere fondi per la ricerca e ognuno tira acqua al proprio diroccato mulino. Non a caso, la testimonial pro vivisezione più nota dell’universo è andata in televisione, ospite della rete ammiraglia di matrigna Rai, esatto, la televisione di Stato, quella che dovrebbe informare con oggettività visto che è foraggiata dai cittadini italiani. Caterina Simonsen, proprio colei che era tanto provata dal clamore suscitato dalle sue prese di posizione a favore della sperimentazione animale, quella che dichiarò che non sarebbe andata in tv (http://www.oggi.it/attualita/notizie/2013/12/30/caterina-simonsen-sono-viva-grazie-ai-test-sugli-animali-la-sua-battaglia-tra-insulti-e-polemiche/ ) salvo contraddirsi stante alla sua intervista comparsa giovedì scorso a “La Vita in Diretta”, è nuovamente a difendere la vivisezione. E lo fa con intelligenza, con l’animo di ghiaccio dietro un’apparente dolcezza, da ciò che ho avuto modo di vedere. Non un sorriso fuori posto, non una sbavatura su ciò che sia la  vivisezione, no: solo il trito e ritrito leit motiv sulla vita del topolino che non vale la sua, sulle sue quattro malattie genetiche di cui è affetta, sul fatto che la sua aspettativa di vita è bassa. Colpo di genio, il riferimento alla cultura anglosassone che s’interroga sul cosa si nasconda dietro la malattia. Ha un prezzo la vita? Se lo ha, nessuno è in grado di attribuirglielo. Ha un prezzo, questo si la sofferenza. Caterina fa outing e si conquista le simpatie di tutti, compresa quella di Matteo Renzi (per un tweet in più…). Non la mia, no davvero. Certamente io non appartengo a coloro che augurano il male al prossimo, per cui non vedo perché proprio a lei, che di male ne ha già tanto contro cui combattere, e non mi riferisco certo solo alle patologie genetiche di cui soffre. Anche io soffro di un paio di malattie rare, una poco nota anche se più diffusa di ciò che si ritiene, invalidante col tempo, probabilmente non mortale ma pesantemente condizionante la vita quotidiana. La mia malattia, di cui si è permessa di parlare anche la Signorina Simonsen non si comprende a quale titolo non avendo nessuna preparazione e/o esperienza diretta per farlo, si chiama Sindrome Fibromialgica. Cosa comporta? Semplice, in poche parole mi fa vivere i miei quarantuno anni come se ne avessi cinquanta di più. Conosco novantenni capaci di camminare meglio e più a lungo di me. Io cammino, lavoro, ma a piccole dosi. La malattia mi ha progressivamente tolto la possibilità di correre, di fare le passeggiate in montagna che tanto amavo, ci sono giorni in cui al mattino la prima ora di movimento è dolore puro. Altri in cui va meglio. Mi curo, certo, ma i farmaci sono sempre meno efficaci. Ho anche una piccola malformazione cardiaca, una ad entrambi i reni, più una patologia praticamente sconosciuta che ciclicamente mi causa dolori indicibili al viso, una forma atipica di nevralgia del trigemino. Prendo ogni giorno quattro farmaci, che diventano anche una dozzina abbondante quando va male. Eppure io sono la prima a dire NO alla vivisezione. Perché? Semplicissimo. Perché l’organismo umano non è geneticamente riconducibile a quello animale. Fine della storia. Oggi esistono modelli e simulazioni computerizzate che consentono risultati ben più affidabili della ricerca sugli animali. Costano. E poi, diciamocelo chiaro: se si riuscisse a curare una patologia, il business che fine fa? Meglio lavorare su creature nate per morire, del cui terrore importa a quattro fanatici. Meglio sperimentare farmaci su animali defedati a causa dello stress e la cui risposta non potrà mai essere uguale a quella dell’organismo umano, che spendere milioni di euro in una ricerca veramente basata sul metodo scientifico. Mi rifaccio alla morale di Kant, all’imperativo categorico che personalmente credo essere ancora oggi valido e vero per ogni “giusto” a priori, per dire che NO, la sperimentazione sugli animali è l’orrore di oggi. Io stessa mi presterei ben volentieri a testare su di me farmaci relativi alla mie malattie, uso il condizionale perché nessuna azienda farmaceutica sarà mai capace di dire: ok testiamo su ti te questo medicinale mai provato sugli animali. Chi conosce i protocolli sa bene a cosa alludo. Chi conosce i protocolli sa bene cosa ci sia dietro. Auguro alla Signorina Simonsen di avere ancora una vita lunga e piena davanti, quella stessa vita che lei nega, col suo agire, a milioni di creature che non hanno diritti, non hanno voce, che sono nate esclusivamente per morire. Per lei, per noi, anche per me. Io assumo farmaci che sono stati testati sugli animali, lo sono tutti. Sono incoerente? No, non ho alternative. L’unica alternativa che avrei, se mi fosse concessa, è di utilizzare medicine non sperimentate sugli animali. Non ne esistono, sempre per i protocolli sopra citati che permettono il guadagno del caso alle lobbies. Per una scienza vera e giusta, non è la morte la strada. Esiste l’etica. Suggerirei alla Signorina Simonsen che, a suo dire non può più studiare veterinaria perché immunodepressa (ma non era ammalata dalla nascita?) di non passare a biologia, ma a filosofia. Potrebbe persino correre il rischio di farsi un’idea di etica, morale e coerenza. Lei ha ancora modo di dare un senso alla sua vita. Anche col suo contributo, milioni di creature una vita la vivranno solo nella paura, nel dolore, nella sofferenza più atroce. http://magazine.excite.it/cani-e-gatti-vivisezione-video-shock-dalla-gran-bretagna-il-web-in-rivolta-N147836.html suggerirei di mostrare questo contemporaneamente alla faccia di Caterina Simonsen, per chi intenda fare informazione oggettiva. La mia vita, quella di Giovanna Rezzoagli, vale meno di quella di un topo, per il semplice fatto che di buono non ho fatto nulla: non sono ancora morta per mano colpevole di essere senza anima.

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