il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Dossier Salerno/38: il potere del cemento

 

 

Aldo Bianchini

 

SALERNO – Ma anche il cemento ha il suo potere ? Sicuramente si, soprattutto quando attraverso il cemento si va alla conquista del territorio ed alla fortificazione delle “grandi famiglie” sia imprenditoriali che politiche. Il cemento ha due parole chiave: “Partecipate ed arricchitevi”, parole che potrebbero essere la chiave della grande colata di cemento che sta per invadere e sommergere la Città di Salerno, ed anche la chiave del successo imprenditoriale e politico. Parole più volte gridate da Vincenzo De Luca (già sindaco di Salerno ed oggi governatore della Campania) all’indirizzo degli imprenditori più facoltosi dell’intera provincia, senza distinzione di ceto e colore. Dette da un comunista doc queste parole possono apparire come un’eresia, dette da uno che (avendo dimenticato velocemente le sue origini politiche e le sue radici affondate nella scuola di partito delle Frattocchie) spara palle di cannone su tutto e su tutti possono anche apparire come una sfida riformista. Su questo slogan, però, il sindaco De Luca ha fondato il suo impero egemonico che in fatto di longevità si sta dimostrando il più attrezzato e coriaceo di tutti i tempi, almeno per quanto riguarda la provincia di Salerno. A dargli una mano importante è stata la non casuale e oggettivamente ben costruita “tangentopoli salernitana” pilotata dalla sinistra e violentemente utilizzata dalla magistratura in una sorta di disegno corale che, in poche battute, polverizzò gli astri nascenti della politica nostrana e più precisamente il socialista Carmelo Conte e il democristiano Paolo Del Mese. In parte, ma  soltanto in parte, contribuì a quella grande offensiva giudiziaria anche il “gran visir” di Nusco con alcuni suoi uomini  (non ultimo lo stesso Gaspare Russo con le sue ramificazioni da Vallo della Lucania a Salerno) mandati in avanscoperta nel regno contiano/delmesiano. Fu un’offensiva intelligente, non c’è che dire, che si insinuò nelle ristrettissime zone a rischio di quello che fu il mitico e storico “laboratorio laico e di sinistra” che era valso la poltrona di ministro per Conte e quella di sottosegretario (quasi ministro) per Del Mese. Una di queste zone a rischio fu senza dubbio alcuno la famigerata società “Iniziativa ‘90” (il nome dall’anno in cui fu costituita) al cui interno gravitano personaggi di spicco, dal cav. Peppino Amato al sen. Sossio Pezzullo (entrambi defunti), sotto la guida dell’allora compasso d’oro Raffaele Galdi (anche lui defunto prematuramente). “Iniziativa ‘90”, una società che vedeva tra i suoi soci persone perfettamente identificabili ed altre che si nascondevano dietro prestanomi di convenienza. Perché “Iniziativa ‘90” ebbe subito un brutto e devastante impatto nell’immaginario delle tante facoltose famiglie salernitane che erano state tenute fuori dall’affare? Era lo scopo sociale, mai chiaramente scritto ma soltanto sussurrato tra i personaggi bene informati, a suscitare allarme tra le famiglie che qualcuno ha definito “la casta proletaria” della Città. La società si proponeva di accaparrarsi, nella zona orientale di Salerno, tutti i suoli disponibili a prezzo di terreno agricolo con pagamenti in contanti in modo da indurre i piccoli possidenti a cedere subito ogni loro diritto. Un po’ come è accaduto in questi ultimi anni, dalla zona Picarielli all’Arechi, con irruzioni da una cooperativa all’altra per l’accaparramento di suoli e di soci; la storia si ripete, sempre. La Città degli anni ‘90, secondo la direttiva urbanistica dell’epoca, doveva espandersi tutta ad oriente nell’ambito di una politica che prevedeva ”una città diffusa”, almeno verso la parte orientale come imponeva ed impone la stessa orografia territoriale. A tal fine, secondo qualcuno ed anche secondo una filosofia di pensiero molto diffusa tra i magistrati, era stata anche artatamente studiata a tavolino, redatta ed approvata in Consiglio Comunale la famigerata delibera n. 71/89 che prevedeva la fissazione degli standard urbanistici, a mò di vincoli insormontabili, in modo da bloccare qualsiasi tipo di sviluppo urbanistico all’interno di “una città compatta”. Non a caso nella zona orientale era già  sorta, in quegli anni, la cittadella finanziaria, lo stadio Arechi e lì dovevano  sorgere la cittadella giudiziaria, il palazzetto dello sport, ed altro. Insomma da un lato c’erano i politici che programmavano gli interventi urbanistici, dall’altro lato c’erano soltanto alcune grandi famiglie che facevano incetta di terreni agricoli sui quali si sarebbe sviluppata la città del futuro. Questi due interessi furono raccolti nella “Iniziativa ‘90” e fu proprio questo avamposto di grande potere a scatenare la reazione delle tante altre “grandi famiglie” che ispirarono, spinsero e sorressero l’ondata giudiziaria nel più vasto disegno della tangentopoli. Tanto è vero che molti investimenti della società, soprattutto per l’acquisto dei terreni sui quali doveva sorgere la cittadella giudiziaria, naufragarono sotto i colpi di maglio della magistratura salernitana tutta schierata con il gran numero di famiglie tenute fuori da ‘“Iniziativa 90”. In partenza l’affare era dalle mille e una notte e, a mio avviso, benissimo fecero il cavaliere Amato e il sen. Pezzullo a prendere parte alla cordata ristretta di imprenditori che sponsorizzavano l’azione aggressiva della predetta società; in pratica lì si decideva il futuro della Città dal punto di vista urbanistico, politico e imprenditoriale. Poi l’affare naufragò, è vero, ma naufragò per le ragioni sopra esposte che in partenza non erano assolutamente prevedibili. Ma come erano entrate in quella società le famiglie imprenditoriali e che fine hanno fatto dopo la violenta azione di tangentopoli?

La società prese il nome dall’anno in cui nacque grazie all’iniziativa particolare dell’ing. Raffaele Galdi, uno degli uomini di punta dell’ex ministro per le aree urbane Carmelo Conte, che nelle varie vicende giudiziarie in cui fu coinvolto venne definito uno dei  “due compassi d’oro” per le innumerevoli progettazioni che a lui ed al suo amico Franco Amatucci vennero affidate dall’imperante Partito Socialista di Conte che a Salerno nel ’90 arrivò, con le elezioni amministrative, a quota 33%, un risultato mai raggiunto dal PSI in nessun altro capoluogo di provincia o di regione. Quel successo valse a Carmelo Conte la valenza nazionale alla stregua di un “laboratorio della sinistra”. Quel laboratorio aveva elaborato e messo in cantiere una marea di lavori pubblici, tali da sconvolgere la città fino a poterla riconvertire sul piano delle strutture urbanistiche pubbliche e degli insediamenti produttivi. Nel laboratorio vennero coinvolti numerosi tecnici di estrazione e colore politico molto diverso; la parte del leone fu recitata dai tecnici che facevano, ovviamente, riferimento al ministro Conte ed al sottosegretario (quasi ministro !!) Del Mese. Asse portante di quella progettualità era il “trincerone ferroviario” che doveva completamente riammagliare la città da est ad ovest con  l’aggiunta di due importanti segmenti; quello ad ovest doveva congiungere il porto commerciale con l’autostrada A/3 (galleria del seminario) attraverso due tunnel, quello ad est con il prolungamento della tangenziale fino all’aeroporto ed alla strada a scorrimento veloce denominata “Aversana”. Senza trascurare il fatto che il trincerone ferroviario doveva avere il suo sbocco naturale sulla tangenziale nei pressi dello svincolo di Sala Abbagnano. Non solo, l’intera nuova viabilità cittadina (da Salerno a Pontecagnano) doveva, poi, ricollegarsi alla viabilità provinciale fino all’interporto di San Nicola Varco, con l’Aversana che doveva sfociare sulla “Cilentana” per proseguire con la “Mingardina” e con la “Bussentina” fino a  Buonabitacolo, senza dimenticare l’avvio dei lavori della “Fondovalle Calore” che doveva rappresentare un vero e proprio raddoppio della SA/RC e che doveva congiungere Eboli con Atena Lucana attraverso la Valle del Calore passando per Laurino da dove partiva una variante verso Vallo della Lucania e, quindi, di nuovo sulla “Cilentana”. Questa, in rapida sintesi, era la progettualità di massima che “i due compassi d’oro” studiarono, elaborarono e misero su carta soltanto per la nuova viabilità. Ovviamente a monte era stata fatta una scelta molto precisa per la futura urbanistica della città capoluogo che doveva essere una “città diffusa” sulla quale era d’accordo lo stesso catalano Oriol Bohigas appena portato a Salerno dagli intraprendenti politici (area di riferimento il PRI) Fernando Cappuccio, Italico Santoro e l’ingegnere Ercole Di Filippo che aveva la casa nelle “isole Canarie” proprio vicino a quella del mitico urbanista spagnolo. Collegati alla progettualità della rete viaria c’era una marea di altri progetti per il restayling dell’intera città: lungomare, porto turistico, cittadella giudiziaria, una subway (dal molo Manfredi alla foce dell’Irno), stazione marittima, teatro Verdi, aree verdi in città e nei quartieri, la lungoirno, il sistema viario dei rioni collinari che doveva ricollegarsi alla lungoirno, le aste torrentizie, delocalizzazione cementificio e stazione ferroviaria, creazione parcheggi, ecc. ecc. Ovviamente questa progettualità molto impegnata e spinta attirò l’attenzione delle “grandi famiglie” (la casta proletaria) arricchitesi grazie alla mangiatoia pubblica, cioè degli investitori che intendevano partecipare alla spartizione della gigantesca torta, con tanto di ciliegina, di denaro pubblico. Ecco perché nacque “Iniziativa ‘90” che faceva capo al PSI ed a parte della DC, ma in contemporanea nacquero anche alcune iniziative di grossi studi tecnici e di altre famiglie facoltose non in linea con lo spirito che muoveva il PSI del 33%. Ecco perché “Iniziativa ‘90” partì alla conquista dei suoli della ex Marzotto e di tutti quei piccoli agricoltori che operavano nello spazio enorme tra la ex Marzotto e l’ex caserma del VV.FF. ed anche oltre.  I due riferimenti politici, ripeto, erano Carmelo Conte (ministro per le aree urbane) e Paolo Del Mese (sottosegretario di stato). In città c’era un clima da guerra civile, quelli che erano rimasti con De Mita, Scarlato, D’Arezzo, Gargani, Mancino, Bianco ed altri incominciarono a scalpitare perché erano stati tenuti fuori dalla gigantesca spartizione e misero in atto tutte le tecniche per conquistare gli elementi incerti che, più per convenienza spocchiosa che per scelta, erano transitati sul carro di Conte e Del Mese. Questa fu la genesi della tangentopoli salernitana su cui si avventò la magistratura spazzando via tutto e tutti, finanche le “correnti di pensiero” in materia urbanistica. Non so davvero se Peppino Amato junior quando tempo fa dal carcere ha parlato della “Iniziativa ‘90” si sia reso realmente conto di cosa andava a scoperchiare. Questo accadeva alla fine degli anni ’80, questo sta accadendo adesso. Si stanno ripetendo gli incroci di interessi esorbitanti, le società nascono come scatole cinesi e si intersecano tra loro per la conquista di spazi e suoli utili per milionari investimenti; così come non mancano, anche adesso, le costrizioni e i ricatti per far transitare soci da una cooperativa all’altra, dalla zona Picarielli a quella dell’Arechi.

Città diffusa, casta proletaria, laboratorio laico di sinistra; tutte denominazioni che hanno fatto da sole una buona parte della storia di Salerno e del suo sviluppo economico-imprenditoriale; tutte denominazioni legate al periodo politico guidato da Carmelo Conte e Paolo Del Mese

Tutti e due inevitabilmente schierati contro la politica e le ramificazioni del Gran Visir di Nusco (Ciriaco De Mita); all’epoca era impresa assai ardua soltanto dire qualcosa di diverso da quello che era il suo verbo. E fu proprio De Mita (fonte “Sasso o Coltello”, il libro di Carmelo Conte, pagg. 169-172) che con l’operazione denominata “La campagna dei quattro cantoni” scatenò una guerra senza precedenti con presumibile intervento anche dei Servizi Segreti che misero a ferro e fuoco la Città e la provincia in un’azione coordinata anche dallo Scico (il servizio speciale della Finanza) e dai super ispettori del fisco. Non c’era giorno che “Il Mattino” di Pasquale Nonno non sparasse ad alzo zero contro Conte, Del mese ed i socialisti e democristiani in genere. La battaglia intestina e senza esclusione di colpi tra le grandi famiglie diede inevitabilmente vita alla cosiddetta “tangentopoli salernitana” che sconvolse non solo il quadro politico ma anche quello imprenditoriale, culturale e malavitoso. In questo clima di “battaglia finale” si inserì intelligentemente Vincenzo De Luca che -avendo marginalmente amministrato il progetto laico e di sinistra (del PSI-PCI e parte della DC) come vicesindaco e come assessore nelle giunte Giordano-  conosceva benissimo il funzionamento del sistema di potere e tutte le sue eventuali derive. E non solo, De Luca conosceva e conosce benissimo i misteriosi gangli del potere innanzitutto per la sua lunga militanza di partito nella veste di segretario provinciale storico del PCI. Nel momento di maggiore pressione giudiziaria (diretta essenzialmente contro il PSI e la DC sia a livello nazionale che locale) De Luca chiamò a se tutte la famiglie della casta proletaria dissidente, ed anche quelli che cercavano di fuggire dal sistema laico e di sinistra, è costruì quell’apparato di potere che regge ancora oggi. Il passaggio nodale si ebbe venerdì 3 dicembre 1993 quando presso il ristorante hotel La lucertola di Vietri sul Mare si riunirono politici, imprenditori e (forse) anche qualche magistrato; mancavano due giorni al primo ballottaggio elettorale della storia di Salerno e la città doveva scegliere tra Vincenzo De Luca e Pino Acocella e bisognava capire con chi schierarsi. Vinse la linea De Luca nonostante proprio la mattina del ballottaggio (5 dicembre 1993) molti di quegli imprenditori riunitisi a Vietri furono arrestati. Ma cosa accadde esattamente nel corso di quella lunga ed interminabile giornata elettorale ? Il 5 dicembre, dopo il ballottaggio con Pino Acocella, Vincenzo de Luca viene eletto sindaco di Salerno. Quella stessa mattina del ballottaggio, però, la città viene scossa da un terremoto giudiziario senza precedenti: Alberto Schiavo (la gola profonda della tangentopoli), Luigi Cardito (avvocato, imprenditore, presidente dell’ACES), Aldo Linguiti (funzionario del CIPE), Francesco Scelza, Pasquale Pepe, Antonio Angelo Cavallo (segretario comunale di Ricigliano), Cosimo Chechile (l’imprenditore che alcuni anni dopo ha realizzato il Grand Hotel di Salerno), Giovanni Gentile, Umberto Cicchella e di nuovo Salvatore Torsiello (che al momento era già in carcere fin dal 19 luglio precedente). Il blitz della Guardia di Finanza e dei Carabinieri del 5 dicembre 1993 è, forse, l’ultimo atto della tangentopoli salernitana che incomincia a sgonfiarsi sotto i colpi delle assoluzioni che mano a mano arrivano dai vari processi. Gli arresti del 5 dicembre 93 rimangono emblematici anche per una serie di altri motivi e danno una chiave di lettura nuova ed inedita dell’opera svolta dai magistrati del pool mani pulite di Salerno. Davvero vogliono sapere tutto e subito, e fino a che punto, e per tutte le responsabilità in ogni direzione ? La domanda rimane senza risposta fino ai giorni nostri. Un dubbio quegli arresti, comunque, lo hanno tramandato. Tra l’ordine di arresto e gli arresti passano ben dieci giorni, un tempo immenso. “Perché (si disse…) nessuno aveva voglia di inquinare la campagna elettorale del ballottaggio tra De Luca e Acocella”. I dubbi, però, restano intatti e lasciano pensare anche a probabili  accordi  politico-giudiziario-imprenditoriali. La verità non lo sapremo mai e tangentopoli. E’ sotto gli occhi di tutti, quindi è storia recente, che anche i due grandi big politici Conte e Del Mese, ormai travolti da tangentopoli, cercarono e cercano di rientrare nel sistema-deluchiano che è passato indenne attraverso alcune bufere giudiziarie resistendo più di tutti gli altri sistemi precedenti o contemporanei. De Luca, però, per colpire l’opinione pubblica arrabbiata contro il “sistema laico e di sinistra” rigirò le carte sul banco e lanciò la “città compatta” al posto della “città diffusa” che tanti guai giudiziari aveva prodotto. D’incanto cambiano tutti idea, in primis Oriol Bohigas con le APU, seguito dal responsabile dell’ufficio di piano Ercole Di Filippo e da tutti quegli architetti e ingegneri (oltre 120 personaggi – vedasi elenco compilato dalla giunta Giordano) sopravvissuti all’epoca dei “due compassi d’oro” (Galdi e Amatucci). La cosa più strana di quell’epoca fu che l’imprenditore Cosimo Chechile (arrestato la mattina del 5 dicembre 1993) divenne uno degli sponsor più convinti del novello sindaco di Salerno. Insomma accadde una cosa contraria ad ogni logica politica che vuole l’imprenditoria inquisita molto lontana dai centri nevralgici del potere. Nel breve volgere di alcuni mesi si parlò soltanto di “città compatta”, fu delocalizzato il cementificio per inserire al suo posto una mega struttura cementizia (leggasi Grand Hotel), fu accantonata l’ipotesi progettuale della cittadella giudiziaria in zona Arechi e fu trasferita in pieno centro cittadino grazie anche all’accordo con le lobbies degli avvocati e dei magistrati, fu stravolto il progetto della lungoirno, non si parlò più del prolungamento della tangenziale, dell’Aversana, e della Fondovalle Calore (madre di tutte le tangenti ?). Insomma facendo leva su un assunto urbanistico fuori da ogni logica, prima si cancellò la delibera n. 71/89 facendola decadere deliberatamente e poi si accreditò la corrente di pensiero secondo cui gli “standard urbanistici a verde” potevano essere conteggiati come urbani anche se, ad esempio, si trovavano nella zona di Case Rosse o di Baronissi anziché in ogni quartiere della città, come era giusto che fosse. Ma era la linea vincente e nessuno, soprintendenza e  magistratura compresa, seppero o vollero dire nulla. Del resto anche il mitico catalano Bohigas aveva letteralmente e inspiegabilmente cambiato pensiero passando dalla città diffusa a quella compatta grazie all’invenzione delle APU molto funzionali alla necessità di intervenire senza il PRG o il PUC.  Cominciò così l’era della cementificazione selvaggia di una città nata male e costruita peggio. Ma con quel cambiamento di pensiero e con lo spostamento verso questo nuovo progetto delle famiglie della “casta proletaria” prende vita anche quella che passerà alla storia come la grande epopea deluchiana.

Sul finire degli anni ’80, e soprattutto agli inizi degli anni ’90, in Città e nell’intera provincia di Salerno si respirava un clima strano e teso, quasi d’attesa per quello che doveva e poteva accadere. Lo scontro finale, senza esclusione di colpi, tra le grandi famiglie salernitane era sotto gli occhi di tutti e si aspettava, da un momento all’altro, l’irruzione della magistratura. I segnali, nel corso del 1990, c’erano stati tutti, a Salerno erano arrivati gli uomini del Secit (il servizio segreto della GdF) e poco prima di quell’anno era stata sciolta la sede del SISDE (servizi segreti del governo) per fare spazio all’azione giudiziaria. Una curiosità: l’ultimo capo del Sisde di Salerno rimane storicamente il cap. Antonio Salzano, fratello del politico Aniello già sindaco di Salerno. Lentamente monta l’azione del pool “mani pulite” di Salerno costituito dai magistrati Vito Di Nicola, Luigi D’Alessio e Michelangelo Russo, il primo ora è giudice di Cassazione, il secondo è procuratore capo a Locri e il terzo sta per andare in pensione da magistrato di Corte di Appello. Insomma agli inizi degli anni ’90 in Città e in provincia si respirava la stessa aria pesante e minacciosa che si respira da qualche tempo, verosimilmente dal luglio del 2011 epoca in cui è stato arrestato l’ex sindaco di Pagani Alberico Gambino, su tutto il territorio provinciale. Anche oggi un po’ tutti aspettano con ansia la travolgente azione della magistratura rappresentata, oggi più di allora, soprattutto da tre PM della DDA di Salerno: Vincenzo Montemurro, Vincenzo Senatore e Rosa Volpe (ora in servizio a Napoli). Ma torniamo a più di vent’anni fa. Il primo, vero, serio ed anche temibile segno del cambiamento lo danno i magistrati del pool la mattina del 16 aprile 1992, dieci giorni dopo le elezioni politiche che non hanno cambiato il quadro politico parlamentare. Gli uomini della Guardia di Finanza sequestrano e sigillano gli studi tecnici degli ingegneri Raffaele Galdi e Franco Amatucci, i cosiddetti “due compassi d’oro”, molto vicini all’allora ministro per le aree urbane Carmelo Conte ma interessati anche alle società di progettazione degli uomini di Paolo Cirino Pomicino, potente ministro democristiano e plenipotenziario di Giulio Andreotti per la Campania, e del suo tecnico di fiducia Enzo Maria Greco. Ma i tre magistrati del pool (con l’aggiunta di Antonio Scarpa) non si fermano e nel mese di maggio partono i primi ordini di custodia cautelare in carcere. Sembra un’operazione di routine, nessuno sa che con l’arresto di Francesco Paolo Volpe e Giacomo Mazzotti (rispettivamente già segretario comunale e già sindaco di Montecorvino Pugliano) il pool sta affilando le lame delle sue inchieste. Quasi contemporaneamente finiscono in carcere anche Luigi Cirillo di Castel San Giorgio e Rocco Botta di Salerno e da qui i magistrati arrivano alla Commissione Edilizia del comune di Salerno. Un’altra curiosità: quest’ultimo nome (Rocco Botta) risulta, oggi, tra i nomi degli indagati della famosa inchiesta “Due Torri” (sull’imprenditore Giovanni Citarella) condotta da Montemurro e la Volpe. Corsi e ricorsi storici ? Chissà. Il 23 luglio 1992 i magistrati del pool  arrestano Pasquale Iuzzolino (sindaco democristiano di Sicignano degli Alburni), Giuseppe Parente (sindaco pdiessino di Bellosguardo), Pasquale Silenzio (socialista, già sindaco di Eboli), Mario Inglese (ingegnere capo della Fondovalle Calore), Raffaele Galdi (direttore dei lavori della Fondovalle) e Vittorio Zoldan (titolare di una delle tre imprese ATI che avevano appaltato i lavori della Fondovalle). Parte così, con apparente semplicità, la tangentopoli salernitana che sconvolgerà imperi economici ed assetti politici che erano ritenuti intoccabili. Ma ecco come l’allora GIP Mariano De Luca, nel rigettare la richiesta di arresti domiciliari per l’ing. Galdi detenuto a Fuorni, nell’ordinanza del 21 sett. 1992, descrive il clima e l’intreccio politica-istituzioni-malaffare: <<Non può, dunque, sottacersi che i fatti di causa costituiscono una delle non frequenti occasioni offerte alla giustizia per far luce sulla oscura e desolante realtà che sovente si annida nelle pieghe di istituzioni troppo facilmente permeabili ad interessi personalistici ed a sfruttamenti parassitari; lo squallido sottobosco che rigoglia ai margini del sistema istituzionale è nella vicenda processuale esemplarmente rappresentato e mostra, con la forza protervia dei fatti, come l’abbandono di ogni principio morale, il disprezzo verso i valori fondamentali della vita associata, il miope egoismo che tutto subordina al tornaconto personale siano ampiamente diffusi, sovente elevati a sistema di vita e tendenzialmente suscettibili di attentare alla stessa sopravvivenza dello stato di diritto, non meno di fenomeni delinquenziali assai più appariscenti ed eclatanti. Lui elementi probatori fin qui acquisiti, confermando puntualmente l’ipotesi accusatoria, hanno evidenziato non soltanto come protervia e scadimento morale possano indurre a ritenere fatto normale e fisiologico l’appropriazione privatistica di apparati e sistemi predisposti a tutela di interessi generali e collettivi, ma anche come ad una concezione così distorta non siano estranei professionisti stimati e di prestigio, esponenti di categorie cui certo non difettano gli strumenti per una corretta valutazione di simile forma di devianza … La prognosi comportamentale non può, dunque, che essere infausta>>. Ho spesso contrastato, in questi anni, la ricostruzione del Gip De Luca affermando che non poteva debordare dalla giustizia commutativa (di sua stretta competenza) per fare irruzione in quella distributiva che è propria della politica. Col senno di poi devo ammettere che, probabilmente, aveva ragione perché a distanza di vent’anni da quell’ordinanza rivedo le stesse cose, le stesse trame, gli stessi accordi, gli stessi intrecci tra politica-istituzioni-imprenditoria e malaffare. Non è cambiato nulla, purtroppo. L’ex sottosegretario di stato on. Isaia Sales, il 20 gennaio 2017, in occasione della presentazione del libro “Il sistema Salerno” (scritto dai giornalisti Andrea Pellegrino e Marta Naddei) ha lanciato contro la magistratura un’accusa tonda tonda: “Quando indaga a destra cerca di farlo fino in fondo, quando indaga a sinistra tutto rimane in superficie” (queste approssimativamente le parole pronunciate da Sales.

Se un’affermazione del genere è veritiera siamo di fronte ad un fatto gravissimo; in caso contrario quanto prima la Procura ci darà modo di scrivere su altre devastanti inchieste giudiziarie legate al “cemento alla conquista della città” e quasi tutte appartenenti al nuovo “sistema di potere” che governa il territorio da oltre vent’anni.

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