il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

COPPI: un uomo solo al comando … 70 anni dopo !!

 

 

Aldo Bianchini

 

SALERNO – “Un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco celeste, il suo nome Fausto Coppi”; con questa frase storica e con la sua voce stentorea il grande giornalista sportivo Mario Ferretti annunciò ai microfoni radiofonici della Rai che il mitico “campionissimo” stava per tagliare, ovviamente e dichiaratamente da solo, il traguardo di quella che passerà alla storia del ciclismo moderno come “la tappa delle tappe” di tutti i tempi.

Parlo di ciclismo, quello storico, e della tappa più difficile e più ostica che sia mai stata disputata da corridori ciclisti in una grande corsa a tappe; quella tappa partiva da Cuneo ed arrivava a Pinerolo esattamente 70 anni fa, il 10 giugno del 1949, la famosissima Cuneo-Pinerolo di 254 chilometri tutti in salita perche gli atleti, con biciclette rudimentali, furono chiamati a scalare cinque vette alpine.

Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere, questi i mitici colli; poco asfalto e molto sterrato; c’è freddo quella mattina del 10 giugno 1949,  anche se è giugno; pioviggina, e c’è nebbia, ed anche forse nuvole basse, 69 corridori alla partenza, su 102, gli altri 33 già a casa.

Alfredo Martini, uno dei fedelissimi di Fausto Coppi che per decenni guiderà la nazionale ciclistica italiana, dopo molti anni raccontò a modo suo quella tappa:

  • Ancor prima della partenza mi resi subito conto che Fausto era voglioso e che sebbene già primo in classifica sognava la grande impresa. Dopo pochi chilometri mi disse che lui sarebbe andato via e che ci saremmo visti all’arrivo, e così fu. Perché “nella poltiglia del Maddalena, l’ho visto (Coppi, ndr) venire via dagli altri. Sfangava, quasi sollevando la bicicletta. Lo accompagnai fino a un paesino francese, mi pare Barcelonette. Lo lasciai andare. Entrai in una trattoria. Ordinai un pasto completo dagli ‘hors-d’oeuvre al caffè. Mangiai con tempi da buongustaio. Fumai una sigaretta. Chiesi il conto. Pagai. Uscii. Stava passando il sesto (Pierre Chany, giornalista dell’Equipe); mentre pedalavo sorridevo sotto i baffi. Mi preparavo per bene, insomma, a gustare il trionfo del più grande ciclista di tutti i tempi. Arrivai terzo al traguardo con oltre mezzora  di ritardo dal secondo, fui il primo degli umani, i due che mi avevano preceduto si chiamavano Coppi e Bartali. Quando stavo rientrando in albergo, a tappa conclusa, mi entrò nella testa che quel tracciato non lo aveva visionato nessuno. Una tappa impostata sulla carta geografica, ma mai visionata”.

Con un ritardo di 11 minuti e 54 secondi arrivò a Pinerolo Gino Bartali che per non inchinarsi dinanzi a quell’impresa epica cercò di giustificarsi: “Ho forato tre gomme, e per giunta due volte ho dovuto fermarmi perdendo quattro minuti per l’entusiasmo dei tifosi che pregherei di non lanciarmi più mazzi di fiori, come l’hanno fatto in vetta al Sestriere, provocandomi un incaglio al cambio, poiché erano fiori legati con fil di ferro e sono andati a incepparlo. Sono stato costretto a cambiare ruota“.

La verità, molto probabilmente, fu un’altra; Fausto Coppi quel giorno decise e realizzò una delle più grandi imprese non solo del ciclismo ma di tutta la storia dello sport  in genere. Lui aveva bisogno di dimostrare di essere grande a se stesso e di godere intimamente del suo successo; era schivo e silenzioso, amava fare le cose e non sbandierarle.

E l’Italia, ovviamente, si divise ulteriormente e definitivamente; Coppi rappresentava la genuinità della sinistra politica del Paese, mentre Bartali testimoniava il potere assoluto, ma anche sbadato e corrotto, della Democrazia Cristiana.

Eppure “Ginettaccio” aveva contribuito a scongiurare una inevitabile guerra civile per l’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948; mentre le folle comuniste si radunavano nelle piazze, Lui mise a segno una delle sue più grandi imprese sportive sulle Alpi francesi per vincere il suo secondo ed ultimo Tour de France. Un’Italia che in quel 1948 era profondamente spaccata fino al punto che la Bianchi (casa ciclistica di Coppi) ritirò la squadra dal Giro d’Italia, che Coppi (dopo aver strapazzato Bartali sulle Alpi) poteva stravincere, lasciando la vittoria a Fiorenzo Magni che all’arrivo al Vigorelli fu pesantemente contestato.

Ma Fausto Coppi, dice Martini, quel giorno del giugno 1949 festeggiò poco la sua impresa, era fatto così; una bicchierata con i compagni di squadra e poi via con i suoi pensieri.

Si stava preparando ad entrare nella leggenda dello sport; poco più di un mese dopo stravinse il Tour de France infliggendo agli avversari distacchi clamorosi: 10’55” a Bartali, 25’13” a Jacques Marinelli, 34’28” a Jean Robic, 38’59” a Marcel Dupont, 42’10” a Fiorenzo Magni (che gli aveva scippato il Giro del ’48) e 44’35” al belga Stan Ockers. Il tour, però, era iniziato male per Coppi che dopo cinque tappe si ritrovò con oltre mezzora di distacco in classifica generale; poi arrivò il trionfo nella Briancon-Aosta con maglia gialla e classifica finale con oltre dieci minuti di vantaggio sul suo eterno rivale. Fu il primo ciclista a vincere Giro e Tour nello stesso anno.

Ma sul destino e sulla vita del “campionissimo” si stavano già allungando le prime ombre di uno dei più grandi scandali sentimentali del dopo guerra. Nel 1948 dopo aver tagliato il traguardo vincente della Tre Valli Varesine vide per la prima volta Giulia Occhini che le chiedeva un autografo, quella donna segnerà per sempre la sua vita e passerà alla storia come la “dama bianca”; ma anche questo, in fondo, era un atteggiamento di una sinistra progressista.

Il 1951 fu l’anno nero fra cadute disastrose e crisi irrecuperabili; finirà il Tour al 10° posto a circa 46’51” dal vincitore Koblet. Il destino si accanisce su di lui il 29 giugno. A 2 km dal traguardo del Giro del Piemonte, a causa delle rotaie del tram, il fratello di Fausto, Serse Coppi (suo gregario alla Bianchi), incorre in una caduta. Sembra nulla di grave e Serse, pur avendo battuto la testa, si rialza e termina la gara.

La sera in albergo, però, si sente male e poche ore dopo muore per emorragia cerebrale: aveva ventotto anni. Fausto è sconvolto dal dolore e medita il ritiro dalle corse.

Nel 1952 la storia e la leggenda, comunque, continuarono di pari passo con la nuova duplice vittoria al Giro ed al Tour: Durante la tappa del Tour de France del 4 luglio, tra Losanna e Alpe d’ Huez, Fausto Coppi conduceva la gara in maglia gialla. Durante una impegnativa salita, il fotografo della Omega Fotocronache Carlo Martini scattò una fotografia sul passo del Galibier in cui si vedeva un passaggio di una bottiglia tra i due eterni rivali (di norma la storia viene raccontata alludendo al passaggio di una borraccia). La foto divenne rapidamente un simbolo della rivalità sportiva cavalleresca, della sfida tra galantuomini e del fair play che ha caratterizzato negli anni il rapporto tra i due campionissimi, ma la verità sullo scatto è sempre stata in discussione: non è infatti noto chi dei due stesse passando la bottiglia al rivale. E sui Campi Elisi, in quel luglio infuocato, la dama bianca, vestita di bianco, potrà finalmente abbracciare pubblicamente il suo campione.

Favolosa la vittoria alla Milano – San Remo del 1946 centrata dopo circa sei anni di sosta a causa della guerra (aveva vinto il Giro d’Italia del 1940); il famoso cronista Niccolò Carosio, disorientato dall’enorme distacco, così commenta:

  • «Primo Fausto Coppi; in attesa del secondo classificato trasmettiamo musica da ballo». Il 19 marzo l’”Airone” vinse infatti la Milano-Sanremo con una fuga solitaria di 151 km, iniziata insieme ad altri quattro corridori e conclusa con ben 14 minuti di vantaggio sul secondo classificato, Lucien Teisseire, ultimo a staccarsi a Ovada. L’indomani La Gazzetta dello Sport dedicò all’impresa l’intera prima pagina, titolando: «Fausto Coppi non vede più nessuno dal Turchino a Sanremo e piega alla sua volontà indomita ogni ostacolo della corsa sfinge». La bicicletta gli era stata donata da un artigiano casertano che aveva risposto all’appello del giornalista Gino Palumbo (cavese di nascita, milanese d’adozione e futuro direttore della Gazzetta) al quale Coppi si era rivolto qualche mese prima per poter ritornare alle corse.

Nel 1949 io avevo quattro anni, pochi poter seguire quei successi sportivi, ma nel 1952 la musica era già cambiata e grazie a mio zio Antonio seguii via radio alcuni dei trionfi del campionissimo; memorabili le radiocronache del Giro d’Italia del 1953 (l’ultimo vinto da Coppi) e il campionato del mondo su strada, sempre del ’53, stravinto alla grandissima. Tre anni dopo, però, nel ’56 entrò d’impeto nel mio immaginario un altro mitico interprete di quel ciclismo eroico: Charly Gaul, forse il più grande scalatore di tutti i tempi. Ma questa è altra storia che merita di essere raccontata a parte.

Era salito in bicicletta l’ultima volta il 13 dicembre 1959 in Burkina Faso (Alto Volta) dove era  stato organizzato un criterium ciclistico vinto da Anquetil su Coppi, poi la malaria. Il 2 gennaio 1960 il grande airone Fausto Coppi richiuse le ali per sempre.

 

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