il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Morire da morto Morire da vivo

di  Eppe Argentino Mileto

ROMA – è un po’ che non ti sento. E sai cosa ho concluso? Che abbiamo così tante cose da dirci da non avere più le parole in gola. Né il fiato. E forse, neppure le lacrime. Le abbiamo consumate. Tutte. Lucide e chiare se ne sono andate via, scivolando giù verso il naso che colava, come la bava di una lumaca, l’ultima volta che ti ho visto e ci siamo guardati, parlando in silenzio. Non so quanto mi resta da vivere ancora. E chi lo sa? L’altro giorno ne è morto uno. E il giorno prima un altro ancora. Sembrava stessero bene. Tanti idee per la testa. E poi è finita anche per loro. È andata così. La vita di due miei conoscenti è finita così. All’improvviso. Ognuno ha lasciato qualcuno. È andata così. Ma vedi, il punto non è quando o come moriremo. La morte è un’avventura affascinante. Perché lasci tutto e tutti. E non deve essere così terribile, per un esploratore come me. Ho sempre vissuto esplorando, annusando, odorando, colorando, sognando, pensando, dubitando, immaginando, progettando. Sempre, e lo sai. Il punto è come moriremo, Perché è giunto il momento delle scelte. Anzi, della scelta suprema: come morire? Da morti o da vivi? Perché è questo il mio problema. In sintesi, come vivere. Mi è accaduto di tutto, quest’ultimo anno. Sono a pezzi. La morte di mio fratello ha chiuso una catena. Ma sono vivo. Contento e felice di esserlo ancora, vivo.  Anzi, di più. Sono felice di vivere da vivo. Di essere qui ancora ad esplorare, annusare, odorare, colorare, sognare, pensare, dubitare, immaginare, progettare. Sono felice sì. Di testimoniare come vivere, quindi come morire. Se consegnare alla morte un cadavere o un uomo vivo. Conosco più cadaveri che camminano, di quanti uomini ancora vivi riposano dietro le lapidi. Che non c’entra nulla sul “cosa lasci”, ma tutto sul “come hai vissuto”. E adesso te lo spiego meglio, amico mio. Il “cosa lasci” appartiene alla genitorialità. Io ne sono privo. Ma il “come hai vissuto” m’appartiene, eccome. Sei vivo se respiri secondo natura; la tua natura; se respiri la natura; se progetti la tua visione del mondo; se ce l’hai una visione del mondo; sei vivo se ti alzi al mattino e respiri l’odore della tua essenza; se non temi la verità; se non hai paura; se ti senti libero di andare; se non hai chi o cosa ti trattiene; se sai suggere i fiori, tutti i fiori del mondo; se respiri oggi qui, domani là; se non ce l’hai, una casa; sei vivo se la tua casa è il mondo, il mare, il bosco, la montagna. Sì, la tua montagna da scalare, il tuo mare da solcare, il tuo bosco da esplorare alla ricerca della radice delle radici, che è la formula della vita; sei vivo se prendi un treno, un passaggio da uno sconosciuto,  un aereo all’improvviso per raggiungere la conoscenza; sei vivo se ti dirigi verso la verità; se le parole non servono più; sei vivo quando tutto intorno a te crolla, ma non tu; sei vivo quando vai alla guerra, ad ogni guerra, in qualunque guerra e sai che potresti non tornare, armato del tuo credo, della tua idea, del tuo sogno, ma scegli di andarci lo stesso; sei vivo quando sai che della tua morte faranno una consacrazione, non un funerale; sei vivo quando la tua vita sarà appesa a un filo, e non avrai paura che si spezzi, perché gioirai di esserci stato, nella vita; e ti sentirai vivo solo se avrai testimoniato; sì, sei vivo solo se testimoni col tuo esempio; sei vivo se cerchi senza l’ansia di trovare, se lavori senza il tormento del guadagno, se ti esprimi senza la smania del successo ad ogni costo, poiché il vero successo è riuscire ad esprimersi, in qualunque forma, modo o luogo; sei vivo se respiri il sale del mare, l’odore della terra con le sue radici, il profumo dei fiori che ti vengono donati anche quando non te ne accorgi, se sai riconoscere il miracolo della vita, di tutta la vita, non solo della tua; sei vivo se vivi non solo per te, tantomeno di te, ma se vivi a prescindere e malgrado te; sei vivo se vivi con distacco, ironia, partecipazione le cose che accadono; se non ti lasci travolgere dal rumore del mondo, ma solo dal suo respiro; sei vivo quando non ti senti compreso, amato, accettato, quando sei stato abbandonato, ma poi scopri che a tenerti compagnia è la tua solitudine fatta di nuvole leggere; sei vivo quando non vivi di rappresentazioni e sei disposto ad abbandonare tutto quello che ti hanno insegnato nella speranza di intrupparti, ma ti sei ribellato e  sei andato via col bruciore nel petto,  e una vampa di fuoco nella mente; sei vivo quando riconosci, prima ancora di conoscere; quando sali di notte su monte e sei disponibile a venir giù, lanciandoti; sei vivo quando temi di essere ucciso, non di essere consacrato; e ad ucciderti è un imbecille, o una sporca casualità; ma se a farlo è qualcuno che hai riconosciuto per agnizione e col quale ti sarai espresso per sticomitia, allora anche la morte ti appare sorella e madre. Questo significa morire da vivo. Lo capisci adesso? A cosa serve vivere da morti? A cosa? E morire da morti? Dimmi se tutto questo ha un senso.

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