il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Trump: peggio di un crimine, è stato un errore.

 

Angela D’Alto

(libera opinionista)

SALERNO – Ho sempre detestato l’ antiamericanismo in servizio effettivo e permanente, che ha inquinato spesso, con le lenti di una ideologia distorta, fatti e accadimenti, offrendo letture a dir poco grottesche della realtà. E l’Italia non è stata e non è  immune da questa  sindrome, ben riassunta da Markovits che, condividendo la vecchia analisi della Arendt, conclude: “l’avversione verso l’America è divenuta oggi più grande, più volgare, più determinata. E’ divenuto il dato unificante gli europei occidentali più di ogni altro sentimento politico, ad eccezione della comune ostilità verso Israele”.

Fatta questa doverosa premessa, temo che anche questa volta l’assassinio del generale iraniano Soulemaini ordinato da Trump sia letto, dalla politica italiana , sempre con le lenti distorsive di una doppia retorica.

Da un lato, il solito e noto antiamericanismo, che porta persino a inneggiare a Maduro e ad accusare gli USA di tutte le nefandezze compiute al mondo negli ultimi secoli. Dall’altro, gli Ultras filo trumpiani, (o forse filo sovranisti) che esaltano l’azione del Presidente considerandola un gesto decisivo nella direzione della democrazia.

Che Suleimaini fosse un sanguinario e che si sia macchiato di azioni criminali è un dato di fatto, ma cosa potrà  produrre la sua uccisione? A parte pensare ‘ben gli sta‘, cosa accadrà? E quello che è successo nel 2003, con la guerra ingaggiata da Bush e Blair a seguito del dramma delle torri gemelle, che ha scosso tutto il mondo occidentale, ha prodotto qualcosa di buono, o si è rivelato un esiziale errore di valutazione? Per di più , uccidere un comandante di uno stato sovrano, in un momento di pace, sia pure se impegnato in azioni di guerra asimmetrica, è ai limiti di una grammatica istituzionale corretta. Certo è che dopo quello che è successo, non si potrà pensare che il tutto si concluderà con un negoziato diplomatico.

La reazione di risposta dei paesi colpiti è stata, come prevedibile, carica di odio  e di voglia di vendetta.

Già oggi, le strade di Ahvaz sono state invase da una marea umana per il primo corteo funebre in memoria del generale ucciso venerdì nel raid americano in Iraq.

Un corteo colorato di rosso, (il colore del “sangue dei martiri”), di verde (il colore dell’Islam) e  di bianco.  A campeggiare sulla folla, enormi e inquietanti ritratti del generale, lacrime e slogan “Morte all’America”. Il tutto trasmesso in diretta dalla televisione di Stato, con tanto di schermo listato a lutto.

Come se non bastasse, l’Iraq ha preannunciato una denuncia alle Nazioni Unite contro “gli attacchi americani” e soprattutto , il parlamento iracheno ha chiesto al governo di revocare la sua richiesta di aiuto contro l’Isis alla coalizione internazionale guidata dagli USA.

Non è dunque la morte di un generale sanguinario a indignare e preoccupare, quanto l’azione sconsiderata e del tutto priva di logica politica di Trump.

Superando poi la questione della legittimità dell’uccisione del generale iraniano, che secondaria non è , resta la questione vera: a che serve? Uccidere un nemico, anche in una azione di guerra, deve avere uno scopo.

Si narra che quando Napoleone Bonaparte, allora primo Console di Francia e da lì a poco imperatore dei francesi, fece rapire oltreconfine  il duca di Enghien, ultimo discendente diretto del ramo Borbone-Condé, facendolo poi fucilare all’esito di un processo sommario, Talleyrand, cinico e abilissimo diplomatico e consigliere di Napoleone stesso, ebbe ad esclamare: “è stato peggio di un crimine, è stato un errore!”.

L’Iran ha 80 ml di abitanti. Non lo si può occupare, salvo restarci per 20 anni. Non si può pensare, altresì , di cambiare il regime, a meno di non avere una classe dirigente già pronta.

Quindi bisogna trovare un equilibrio e agire attraverso azioni mirate.

Uccidere il numero due del regime, considerato (a torto) un eroe popolare è un errore, prima ancora che un crimine.

E la storia, anche la più recente, insegna che gli errori si pagano. E a caro prezzo.

 

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