il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

INDAGINE “CORONA VIRUS”

Avv. Giovanni Falci

(penalista – cassazionista)

avv. arch. Giovanni falci

ROMA – In questi giorni in cui imperversa l’emergenza per l’epidemia di “coronavirus” e nel nostro Paese tante sono state le iniziative volte a scongiurare la propagazione del contagio, mi sono chiesto: come mai non è scattata l’”operazione coronavirus”?

Una volta, a Milano, a Potenza, a Salerno sarebbe stato già iscritto un fascicolo e si sarebbe fatto molta propaganda sulla necessità di attribuire a qualcuno la responsabilità di questi atroci stati d’animo che stiamo vivendo.

Una risposta doveva giungere inesorabile soprattutto per mano dei pubblici dispensatori di sicurezza e giustizia.

Si sarebbe materializzata la volontà di dar vita a “processi esemplari”.

E in effetti quegli ipotetici (oggi, ma non allora) magistrati avrebbero avuto dalla loro una storia e una tradizione e, perché no, anche un esempio, un “precedente”. Mi riferisco agli “untori”.

Forse per una difettosa sinapsi mi sento proiettato in una rievocazione di tempi lontani.

Eccoli, allora, gli untori, categoria di uomini partoriti dalla fervida fantasia popolare del passato.

Una fantasia nata nel popolo, desideroso di attribuire a qualche volto le responsabilità di una sciagura.

Ai tempi cui mi riferisco io, la fantasia sarebbe stata il parto di magistrati che, per smania di protagonismo, hanno spesso e volentieri sbagliato.

Per combinazione proprio la Lombardia e Milano del 1630 furono teatro di drammatiche vicende in cui si intrecciarono epidemie, deliranti populismi forcaioli e memorabili processi di piazza.

Oggi manca proprio il “memorabile processo di piazza”, direi siamo nella situazione di “un processo in cerca di autore”.

Il propagarsi del “coronavirus” sta mettendo in ginocchio l’intero paese e stiamo aspettando a chi attribuire lo spasmodico bisogno di tanta terribile sventura. L’assetto istituzionale e politico vacilla, la diffusione del “coronavirus” non si riesce a debellare con adeguate cure, il popolo perde punti di riferimento.

Quale migliore scenario per una passerella mediatica, e, perché no, per una carriera politica oppure una “promozione”.

Mi riferisco, come è ovvio, a una piccola e marginale componente della magistratura inquirente perché, è bene chiarirlo subito e senza esitazioni, la stragrande maggioranza dei giudici di Italia, la quasi totalità, è fatta di persone “normali” che svolgono con coscienza e dignità il proprio ruolo all’interno della società e non vanno alla ricerca di “audience”.

Quella minoranza, anzi, quel 2% è però molto rumorosa e fa sì che si parli solo di loro contaminando i bravi e diligenti colleghi.

Eppure la tentazione è forte di offrire ad una popolazione ormai stremata dalla paura i colpevoli contro i quali indirizzare una liturgica vendetta, in un furore cieco.

Il precedente cui accennavo è chiaro: in un misto di eccentriche credenze popolari, superstizioni e bizzarre teorie di dotti e benpensanti, maturò, nella Milano del 1630 la teoria secondo la quale la peste era frutto dell’opera di uomini malvagi che la diffondevano imbrattando la città con unguenti mortiferi.

Erano gli “untori”, tipologia di uomini partoriti dalla irrefrenabile voglia di costruire bersagli in carne ed ossa.

Oggi bisognerebbe ipotizzare un novello “untore”, magari più sofisticato e tecnologicamente più avanzato dei poveri Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza che diedero vita alla “Storia della Colonna Infame”.

Oggi, in una riedizione di quella storia, al posto della tortura ci sarebbe l’arresto di qualche sfortunato attinto più da una teoria che da una prova; e poi, come allora, innescato l’infernale meccanismo, si giungerebbe, quasi inevitabilmente, a eccentriche confessioni e false accuse di presunti complici.

Si giungerebbe, così, a quella espressone programmatica di Gian Giacomo Mora che è passata alla storia: “…vedete quello che volete che dica. che lo dirò…”.

Ora come allora è troppo forte la voglia di vedere negli uomini le tracce di una malvagità da estirpare, di una giustizia da esibire, di una vendetta da realizzare ed innalzare al cielo “a furor di popolo”.

Il successo politico e il consenso elettorale vanno in questa direzione, anche se si tratta di fuochi di paglia come dimostrato da Italia dei Valori e come sta evolvendosi il Movimento 5 Stelle.

C’è sempre voglia di innalzare la “colonna infame” che venne eretta innanzi alla bottega del povero barbiere ad imperitura memoria delle atroci (presunte) malefatte del Mora. «Lungi adunque, lungi da qui buoni cittadini, ché voi l’infelice infame suolo non contamini», recitava l’epigrafe.

Ma quella colonna, rimossa nel 1778, un simbolo lo è diventata, ma di segno opposto: il simbolo dell’amministrazione della giustizia ingiusta.

Prima nel metodo che nel merito.

Proprio come le indagini e gli arresti di quei “protagonisti” della giustizia mediatica di recente conio.

Quando il furore entra in una aula di giustizia per rispondere ad una salvifica missione, con il vento in poppa del senso comune, l’errore è dietro l’angolo.

Questo andrebbe ricordato a quei giornalisti che inneggiano alla forca, come ad esempio Travaglio, che affermano il primato dei “teoremi” sui “fatti”.

Per un approfondimento del processo milanese del 1630 si rimanda all’opera di Franco Cordero “la fabbrica della peste”.

 

 

1 Commento

  1. “La supremazia dei teoremi sui fatti”, bravo Aldo! Come al solito, in uno slogan hai sintetizzato le criticita’ esistenti in seno alla magistratura ed al giornalismo.

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