il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Coronavirus: nel Vallo siamo a sei … vittime; la colpa è dei raduni catecumenali ?

Aldo Bianchini

In primo piano il dr. Domenico Rubino, capo della task-force anti coronavirus attivata presso l'ospedale di Polla (sullo sfondo)

SALERNO – Molti mi chiedono, via whatsapp o telefonica, se la colpa delle sei vittime da coronavirus inanellate nel Vallo di Diano fino ad ieri può essere addebitata all’irresponsabilità dei fidelizzati del Cammino Neocatecumenale di Sala Consilina per via dei tre raduni di preghiera effettuati fuori dalle disposizioni governative , regionali e comunali che li vietavano (almeno questa è la tesi accusatoria della regione che si riverbera anche sui Comuni), anche alla luce dell’ordinanza emanata dalla Conferenza dei Sindaci del Distretto n. 72 (Vallo di Diano) il 26 febbraio 2020 che vietava qualsiasi manifestazione e/o assembramenti.

A tutti ho risposto che in via generale non è assolutamente pensabile ad una colpa diretta e volontaria dei fidelizzati che si sono riuniti non tanto per disobbedire alle norme in materia di contrasto al coronavirus; piuttosto bisogna pensare ad una certa superficialità nella reiterazione della scelta che, secondo il governatore De Luca, è frutto soltanto di imbecillità.

Intanto, però, le vittime nel Vallo di Diano sono salite a “sei”, almeno fino alla giornata di ieri con un incubo per l’immediato futuro con l’arrivo del “picco dei contagi” che la task-force capeggiata dal dr. Domenico Rubino prevede per la prossima settimana. Ed a tal fine l’organizzazione sanitaria organizzata nell’ospedale di Polla si avvia alle ultime battute verso l’eccellenza della risposta possibile da offrire al’intera popolazione del Vallo.

Il dato, però, del Vallo di Diano (e questo va detto con forza) è assai sproporzionato rispetto a tutta la provincia (compreso la città di Salerno).

Come spiegare, anche scientificamente, questo dato esponenziale non è assolutamente facile; ci sono sicuramente delle concause tra le quali poter annoverare una diffusione esasperata del contagio a causa di quei raduni di preghiera.

Da qui si capisce che le domande poste dai lettori di questo giornale non sono né il frutto della fantasia determinata dai miei articoli, né l’elaborazione di una vicenda che in condizioni di normale rapporto intersociale non doveva accadere.

E visto che il fatto è accaduto e che sicuramente avrà delle conseguenze sul piano penale dopo l’identificazione dei presenti a quelle preghiere è il caso di porsi la vera domanda virale: “Ma qual è il tipo di colpa, se di colpa si può parlare, da imputare ai fidelizzati del Cammino Neocatecumenale ?”.

 

In queste ore sono stato accusato di fare il giustiziere o il giudice; non sono né giustiziere e, soprattutto, né giudice; io fortunatamente faccio un altro mestiere e nelle linee di questo mestiere cerco di mantenermi sempre.

Parlare di colpa in questo caso mi sembra, però, davvero eccessivo; perché sicuramente tutti quelli che hanno partecipato ai raduni di preghiera lo hanno fatto in perfetta buona fede, probabilmente per imbecillità (come dice il governatore De Luca), senza alcuna tipologia di dolo o di colpa preterintenzionale.

Ma è altrettanto vero che i fidelizzati del Cammino Neocatecumenale  hanno, fin qui, preferito la linea del silenzio e del nascondimento, due cose queste assolutamente negative per la lotta al virus; da ciò se ne potrebbe ricavare una “colpa incosciente” (che è la identificazione più ordinaria di un delitto colposo, e per delitto intendo un reato qualsiasi e non soltanto un delitto di sangue); una colpa che, però, mano a mano che passa il tempo senza la verità può diventare “colpa cosciente” con tutte le conseguenze del caso.

C’è comunque ancora possibilità  (tempo ancora qualche ora) per evitare anche questa contestazione: tutti i fidelizzati che hanno partecipato alle preghiere dovrebbero avere uno scatto di senso civico e autodenunciarsi quantomeno nelle segretezza del capo della task-force dell’ospedale di Polla in modo da consentire al dr. Domenico Rubino la massima prevenzione possibile per combattere l’arrivo del picco atteso, e temutissimo, per la prossima settimana.

Il Papa Francesco mentre impartisce la benedizione "urbi et orbi" da una Piazza San Pietro vuota (foto Rai)

Sarebbe un gesto (se ancora non è stato fatto) che ricomporrebbe lo strappo tra i fidelizzati e la società civile valdianese che nel suo immaginario crede fermamente che la colpa sia tutta delle preghiere (e questo luogo comune è riportato anche ampiamente dalla stampa locale – leggasi Il Mattino del 27 marzo 2020) e darebbe agli stessi fidelizzati una maggiore credibilità religiosa anche alla luce di quella piazza vuota con al centro il Papa vestito di bianco che ieri pomeriggio ha pregato per tutti noi sotto la pioggia battente di Piazza San Pietro che per la prima volta nella storia ha visto impartire la benedizione “urbi et orbi” fuori dalle tre occasioni canoniche (Pasqua, Natale e elezione del Papa).

Ebbene se i fidelizzati del Cammino Neocatecumenale hanno rispetto dei simboli devono, subito, muoversi nell’ambito del simbolo assoluto di quell’uomo vestito di bianco in una piazza desolatamente ma efficacemente vuota.

 

 

 

 

3 Commenti

  1. Gentile Direttore.
    ho letto con attenzione l’articolo che precede e sento di dover precisare che essere portatori del coronavirus, senza esserne coscienti, non può essere una colpa. Ma si potrebbe obiettare che esistono i divieti, ma anche di questi bisogna accertarne la coscienza per addebitare una colpa.
    La verità è che la diffusione del coronavirus fin dall’inizio è stata molto subdola e silenziosa ed è continuata ad esserlo per tutte le settimane successive, prima ancora del mese di marzo.
    Sui tamponi per la ricerca del coronavirus si è fatto e si continua a fare un errore, che mi permetto di chiarire.
    Si è erroneamente immaginato e ancora si continua ad immaginare che i tamponi risultati positivi siano precisi indicatori della trasmissione e della diffusione della malattia, capaci di individuare anche chi è stato l’autore del contagio. Non è assolutamente così.
    L’equivoco sul ruolo esatto dei tamponi ha fatto nascere confusione e voglia di addebitare colpe o responsabilità, non solo nel caso specifico, ma, nell’immaginario collettivo, ogni volta che viene annunciato l’esito positivo di un tampone, fatto su una determinata persona, asintomatica, cioè senza segni della malattia, ma ritenuta sospetta, soltanto perché ha avuto un determinato “contatto”.
    Lo scopo dell’uso dei tamponi nella fattispecie è stato ed è la ricerca epidemiologica, che però deve essere interpretata correttamente.
    Per come sono stati eseguiti, in modo limitato e parziale e non già su tutta la popolazione, il numero dei tamponi positivi non è assolutamente identificabile con il numero complessivo delle persone contagiate presenti nella popolazione.
    La verità è che i tamponi, pur essendo stati fatti in minima parte e in modo assolutamente parziale, sono stati annunciati di volta in volta sui giornali e dai mezzi di informazione, facendo crescere giorno per giorno sempre più confusione nella mente delle persone.
    Ancora oggi, alcuni pensano che i tamponi risultati positivi corrispondano ai malati effettivi.
    Ribadiamo che non è così, perché i tamponi non vengono fatti a tutta la popolazione e sono validi soltanto per le persone testate, nè possono indicare chi è l’autore del contagio.
    Per altro, hanno valore di positività o negatività solo per quel giorno in cui vengono fatti. Qualunque soggetto risultato negativo oggi può essere positivo domani.
    Vero è che lo strumento tampone, come test alla ricerca della positività, è da utilizzare per confermare la diagnosi della malattia in presenza di sintomi conclamati più o meno gravi, nei cosiddetti pazienti sintomatici, che presentano segni della malattia in atto, come ha ben precisato l’Organizzazione mondiale della Sanità.
    Il tampone si può poi usare anche per ricerche epidemiologiche, ma in tal caso i test devono essere fatti a tutta la popolazione, nell’ambito della quale si vuole studiare la diffusione del virus.
    Ben si comprende che questa ricerca è molto impegnativa sia in termini di risorse, che di personale e di tempo necessario per l’esecuzione.
    In pratica, nella fattispecie, una vera ricerca epidemiologica non è stata fatta, ma ci si è limitati a cercare le persone che avevano avuto contatto con un malato già conclamato, che ha dato luogo a sospetti per aver avuto contatto con quel malato.
    Questa attività serve soltanto per isolare i contatti che risultano positivi, non certamente per individuare colpe o responsabilità.
    L’immaginario collettivo, purtroppo, in mancanza di chiarimenti, ha finito con l’individuare i cosiddetti “untori”, che sono stati messi alla sbarra, senza chiedersi né approfondire se il contagio fosse già diffuso nella popolazione oltre i contatti, che non sempre sono individuabili come gli autori del contagio, in un determinato giorno e/o in una determinata riunione,
    Il soggetto contagiato, risultato positivo al tampone, può essere stato contagiato anche il giorno prima o il giorno dopo, anche in altro luogo e, se è così, è difficile individuare l’esatta provenienza del contagio, soprattutto quando poi il tampone viene fatto nei giorni successivi, come nella fattispecie.
    In realtà, ed è stato recentemente precisato anche dalla Protezione civile e dall’Istituto superiore di Sanità, la popolazione contagiata non corrisponde ai test risultati positivi, ma numericamente va molto al di là delle persone sottoposte al test del tampone e risultate positive.
    Viene stimato che il contagio ha interessato e continua ad interessare almeno il 20% della popolazione a livello nazionale ed almeno il 15% della popolazione in Campania. Lo si deduce dall’andamento del numero dei tamponi risultati positivi, rispetto a tutti i tamponi effettuati fino ad ora, che, come detto, hanno testato, in tempi diversi, solo una minima parte della popolazione, non certamente tutte le persone contagiate.
    Ergo gli “autori” del contagio, presunti o accertati, sicuramente involontari, possono essere anche tra la popolazione non testata.
    Statisticamente nel Vallo di Diano su 70.000 abitanti circa (pochissimi sono quelli effettivamente testati) i positivi al virus possono essere stimati in almeno 10.500 persone (15% della popolazione residente).
    Dunque, in conclusione, non è possibile addebitare colpe o responsabilità precise, individuando soggetti “untori” che con assoluta certezza hanno determinato il contagio di una certa persona. o di più persone in una precisa riunione ed in un preciso luogo..
    E’ fuori di dubbio che ciascuno dei soggetti partecipanti ha sicuramente incontrato altre persone il giorno prima o il giorno dopo, in quel luogo come in qualsiasi altro posto, anche a casa propria o di amici mai sottoposti al test del tampone.
    Del resto i successivi casi verificatisi e che continuano a verificarsi nel Vallo di Diano ed in Campania non sono assolutamente riconducibili a precise e determinate riunioni.
    Chiedo scusa se mi sono dilungato, ma ho ritenuto giusto intervenire sulla questione, soprattutto perché mi sono sentito incoraggiato dal fatto che il titolo, molto saggiamente porta il punto interrogativo, per precisa scelta dell’Illustre Direttore Bianchini.

  2. …. Almeno un’auto denuncia in extremis per i partecipanti al raduno… Ancora si possono salvare vite…. Buona giornata

  3. …. Almeno un’ autodenuncia in extremis per i partecipanti al raduno… Ancora si possono vite…. Buona giornata

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