il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

APPENDICE DEL “MIO” PROCESSO TORTORA

Avv. Giovanni Falci

(penalista, cassazioni sta)

 

Stazione ferroviaria di Francoforte (Germania)

SALERNO – Il bello della vita sono le complicazioni. Immaginate che vita di merda se tutto filasse liscio, se tutto andasse secondo i nostri desideri.

“Tutto a posto” come dice a mo’ di intercalare il parrucchiere di mia moglie. Non ci sarebbe gusto, nel senso di piacere, di soddisfazione. Se tutto filasse liscio che motivo ci sarebbe di compiacersi che quella tale speranza si è realizzata. Il bello sta proprio nell’imprevisto. Ho capito questa condizione dell’uomo una volta su di un treno Stoccarda –Francoforte.

Stavo andando da un mio amico di Torraca che viveva a Francoforte dove aveva sposato una vera tedesca, una di quelle toste, bionda. Era un viaggio di “lavoro” che metto tra virgolette perché in realtà si trattava di un viaggio per tentare un grosso affare.

Io sono la persona più incapace al mondo a fare affari. Li so intuire, riesco a ragionarci sopra, ma non sono capace di dedicarmici. Ecco, io dovrei solo “dirigere” un affare, ma altre persone dovrebbero operare concretamente per portarlo a termine. Perciò stavo andando a Francoforte con questo spirito, augurandomi che Nino, il mio amico che, invece, viveva facendo affari, portasse avanti una mia intuizione nel campo delle energie pulite e rinnovabili. Per andare a Francoforte bisogna arrivare all’aeroporto di Stoccarda, malgrado a Francoforte ci sia l’aeroporto. Se prendi un volo Napoli – Francoforte paghi il biglietto 2/3 volte di più di uno Napoli – Stoccarda. Poi da quella città, con il treno ad alta velocità, in 1h,58 sei a destinazione; tra l’altro all’interno dell’aeroporto di Stoccarda c’è la metropolitana che ti porta diretto alla stazione centrale e se piovesse non dovresti neanche aprire l’ombrello fino a destinazione finale. Questo mi era stato detto da Nino, ed era vero.

Il problema è solo stato fare il biglietto del treno a quei distributori automatici in stazione. Tutto in solo e strettissimo tedesco. Io ci sono riuscito solo al terzo tentativo quando una signora dietro di me che attendeva che finissi il mio acquisto, mossa a compassione, nonostante fosse tedesca, mi fece lei il biglietto, però con i soldi miei. Una volta partiti occupai il posto assegnato che, meno male, si individuava con una lettera e un numero, senza parole tedesche, e mi misi a guardare il paesaggio. E’ bello viaggiare in treno in Germania. La Germania è quasi tutta pianeggiante e perciò non ci sono gallerie, si può vedere il paesaggio scorrere per tutto il viaggio. Certamente non si vede chissà quale bellezza; certamente la luce non è la migliore per apprezzare i colori della natura, del cielo; però se non altro la profondità della visione è più rilassante del muro nero delle gallerie. Nel tragitto che dovevo fare c’era anche una sola fermata, quasi a metà del percorso: Mannheim.

Giunti in questa stazione notai una cosa molto strana: il treno fece una sosta forse di neanche 2 minuti e ripartì subito. Da noi c’è sempre un tempo maggiore, 3/4 se non proprio 5 minuti, che sono necessari per scendere e salire dal convoglio; c’è chi addirittura scende per fumare una sigaretta durante la fermata; in Germania non riesci neanche ad accenderla una sigaretta durante la fermata. Comunque questo fatto mi mise in ansia e decisi di avviarmi per tempo davanti la porta per scendere a Francoforte. Così, qualche minuto prima dell’orario di arrivo previsto che si leggeva anche sul biglietto, mi alzai e raggiunsi il vano prospiciente alla porta. Vidi che proprio sul lato del portellone c’erano due display luminosi. Su uno era indicato l’orario di arrivo (16,26) l’altro, invece, fungeva da orologio e c’erano le ore, i minuti, i secondi che scorrevano. Alle 16,24,55 indicato sull’orologio mi accorsi che il treno procedeva a una velocità sostenuta, una velocità che non si conciliava con un treno che si sarebbe dovuto fermare dopo un minuto.

Mi illuminai. Pensai tra me e me, ora devo fottere i tedeschi e devo fotografare l’orario dell’arrivo che sicuramente non coinciderà con quello indicato sul display fisso. Tirai fuori dalla giacca il mio cellulare e mi misi pronto per scattare la foto. Ero addirittura indeciso se non fare proprio un video che avrebbe meglio documentato il momento dell’apertura delle porte con l’orario sull’orologio. Optai per la foto perché avevo un po’ vergogna a far vedere agli altri passeggeri che giravo un video all’orologio. Già se ne dicono tante su noi italiani all’estero!

Comunque, quando l’orologio arrivò a segnare le 16,26, si spalancarono le porte: eravamo arrivati a Francoforte precisamente all’ora segnata dal display luminoso. Rimasi come un deficiente con il telefono puntato sui display e, per dispetto, non scattai la foto. Sarebbe stato uno sfottò al contrario e, figuriamoci con il video. Nel tratto di banchina che percorsi fino a raggiungere Nino mi misi a riflettere sul come fossero infelici i tedeschi. Li guardavo camminare tutti di corsa con passo svelto, tutti mi superavano, e pensavo che la loro vita era regolata da una precisione che non è la regola dell’essere umano.

L’uomo vive di incognite, di sorprese. Il ritmo dell’uomo non può essere la precisione, quello è il ritmo di una macchina. Noi non sappiamo quando veniamo al mondo. Neanche la scienza riesce a stabilirlo come il display del treno; “esce di conto il …..” , ma poi da quel momento in poi non c’è una certezza di quando nasca il bambino. Non sappiamo quando moriremo, e meno male. Non sappiamo quando ci innamoreremo, quando avremo un figlio, come sarà un nostro figlio, di cosa ci ammaleremo, di cosa godremo e quando. E allora perché dovremmo sapere con certezza quando arriva il treno in stazione? E’ più confacente alla nostra natura umana il mistero, l’incognita; speriamo che arrivi in orario o confidiamo che non faccia ritardo. “Speriamo” è quello che facciamo per tutta la nostra esistenza, la speranza ci appartiene, è la certezza che non è di questo mondo e non è dell’uomo. Chi sa dire dopo la morte cosa c’è? Nessuno, possiamo solo sperare e immaginare che ci sia qualcosa per cui vale la pena….. . Pure il processo è una incognita, non si sa quale sarà l’esito, è quindi, lecito e doveroso sperare anche in Tribunale. Del resto è risaputo che ci sono processi che finiscono con colpevoli assolti e con innocenti condannati; questo con una “macchina” a decidere non succederebbe. Il I troncone del “processo Tortora”, il “mio” troncone, si è visto visto come era andato a finire; il terzo troncone, invece, si era subito risolto in primo grado con moltissime assoluzioni. Era quindi giusta quella confabulazione tra gli avvocati in appello sul gradimento della sezione che ci era capitata: “speriamo che sia buona”. Se non ci fosse questa incognita umana, questa speranza nell’esito, il processo si potrebbe fare attraverso una macchina non con dei protagonisti in carne, ossa e spirito. Quella sera, dopo queste riflessioni che esposi a Nino che subito condivise lasciandosi andare a esternazioni di “affetto” per i suoi compaesani tedeschi, non cenammo in casa da lui. Il clima sarebbe stato troppo teutonico con la moglie a dirigerci come soldatini (lo avevo capito da quando mi fece togliere le scarpe per entrare in casa e meno male che non avevo calzini bucati o peggio piedi puzzolenti). Andammo a mangiare in un ristorante di un emigrato di Sanza un paese a 20 km da Torraca. Lì ci sentimmo a nostro agio e non “fuori luogo” benché fossimo a 2000 Km da Sanza e 2020 Km da Torraca. Ci sentimmo a casa quando Peppe, il titolare del locale rivolto a Nino che insisteva per avere subito un antipasto gli disse: ”ara aspettà, vaco a prennere nu sausicchio r’ Sanza”. Tornando a P.A., una volta libero aspettavamo di conoscere le decisioni della Procura Generale e cioè se avesse o meno fatto ricorso per cassazione e, quindi, si sperava. Sicuramente sperava un poco meno Enzo Tortora; lui sapeva che nei confronti della sentenza che lo aveva mandato assolto la Procura Generale avrebbe impugnato la decisione. Non poteva finire così. Lo aveva detto il PM Marmo nella sua requisitoria: “Lo sappiamo tutti, purtroppo, che se cade la posizione di Enzo Tortora si scredita tutta l’istruttoria”. E, allora, vorrei aggiungere, era meglio fare la figura di merda fino in fondo. In quel periodo in cui raccoglievo il frutto del successo attraverso le nomine di imputati che fioccavano, ero impegnato in un altro processo molto importante: un omicidio di un ragazzo di 16 anni perpetrato dal mio cliente di 19 anni. Un’altra legittima difesa, ma questa più tosta di quella con la quale era iniziata la mia carriera di avvocato e la conseguente escalation nella classifica. Mi piaceva pensare che per gli avvocati esistesse, come nel tennis, ogni anno la classifica dei migliori. In quello sport, per dare punteggio, si guardano i tornei vinti; per gli avvocati le cause fatte a prescindere dal risultato. E deve essere così, proprio come ebbe a insegnarmi l’avv. Siniscalchi una volta che lo avevo incontrato a Salerno in attesa del verdetto di quel processo per omicidio a carico del mio cliente diciannovenne.

Cassazione - Palazzo di Giustizia - Roma

Ero preoccupatissimo perché era stata formulata una richiesta di ergastolo per quel mio cliente. Mi disse Vincenzo Maria Siniscalchi che si trovava a Salerno per altro e che incrociai all’ingresso del Palazzo di Giustizia, di stare sereno perché lui di ergastoli ne aveva presi tanti. Lo guardai incuriosito e lui allora aggiunse: “un avvocato bravo perde molte più cause di uno non bravo. Da quello bravo si va in genere per casi difficili, complicati, gravi e allora la possibilità della condanna in questi processi è sicuramente maggiore. Chi vuoi che vada da un avvocato bravo per dimostrare che il giorno di quella tale rapina di cui è imputato era in Ospedale o peggio, in carcere?”. E, riflettendoci, effettivamente era così. Ricordo che il periodo di attesa della motivazione della sentenza di Napoli fu un momento di grandi successi al cinema. Uscirono quasi contemporaneamente “In nome della Rosa” e “Figli di un dio minore”, due pellicole che mi piacquero molto. Tra l’altro è stata l’unica volta che ho letto un libro (In nome della Rosa) dopo aver visto il film; è stato sempre il contrario per i film tratti da libri. In televisione era ripreso, dopo la pausa estiva “Drive In” spettacolo di cui, forse, non ho perso neanche una puntata; mi piaceva anche perché era, per la composizione “geografica” del suo cast, una sorta di “risposta milanese” a quel tipo di comicità romana e, più in generale, di stampo meridionale che storicamente imperava e regna da noi. In realtà mi è sempre piaciuta la comicità milanese; sono stato negli anni fan di Cochi e Renato, di Iannacci e di Paolo Rossi. A inizio 1987 arrivò la notizia che il P.G. di Napoli, nella persona del dott. Armando Olivares, aveva proposto ricorso per cassazione avverso le assoluzioni della V Sezione della Corte di Appello di Napoli. Non solo per Tortora, ma anche P.A.. C’era il rischio di dover incominciare tutto daccapo. Ci recammo, io e P.A. a Roma da Gianzi per conferirgli l’incarico di patrocinarlo in Cassazione, davanti la I Sezione penale dove il processo era stato fissato il 13 giugno. La cabala questa volta non ci era andata bene, 13, Sant’Antonio ed era proprio il 13 giugno. Questo Santo è una figura importante anche per la smorfia napoletana alla quale viene però associato un numero solitamente considerato infausto, il 13 per  l’appunto. Questo perché Sant’Antonio è il nome anche di una malattia particolarmente scocciante per chi l’ha contratta (il fuoco di Sant’Antonio in gergo tecnico herpes zoster). Sognare Sant’Antonio, inoltre, secondo gli esperti sicuramente non tedeschi, non è molto favorevole poiché indica che il dormiente sta vivendo una sorta di crisi spirituale determinata dalla perdita di una persona molto amata nella vita quotidiana. Gianzi, dunque, rientrò nel processo. In appello ero rimasto solo io. Potremmo dire che Gianzi interveniva in questo processo a gradi alterni. Prima dell’udienza in Cassazione ci fu quell’evento indimenticabile del primo scudetto del Napoli. In realtà, anche qui come il mondiale dell’Argentina dell’anno prima, lo scudetto fu di Maradona. Ero andato a vedere, nonostante milanista convinto, la partita del Napoli contro la Fiorentina che sancì la matematica certezza del titolo di campioni d’Italia al Napoli. Era andato perché lo avevo promesso a mia figlia Mariella che si era entusiasmata a vedere, più che le partite, i tifosi del Napoli. Le dissi, perciò, sapendo dentro di me che non ce l’avremmo fatta, che domenica 10 maggio l’avrei portata al San Paolo a vedere la partita. Il padre per i figli deve sempre apparire un vincente capace di tutto se no che padre è? Il mio piano segreto era che, dopo aver pranzato a Napoli in un bel posto, le avrei fatto vedere che i biglietti erano esauriti e perciò non avremmo potuto, purtroppo, assistere alla partita. Partimmo da casa alle 11 e arrivammo a Napoli dove la felicità era nell’aria. Non c’era una faccia triste per strada. Perfino un povero signore che conosco di vista fin dal 1973, il mio primo anno di università, perché stava e sta ancora, fisso a un semaforo di Piazza Garibaldi a pulire i vetri delle auto o a vendere fazzolettini di carta, sempre triste negli occhi, nelle spalle, quel giorno sorrideva e intonava, da solo, tra le macchine ferme con il rosso al semaforo, qualche slogan per il suo Napoli. Che tristezza quell’uomo, l’ho visto invecchiare con me, sempre lì con il suo secchio dell’acqua nel quale immerge la spatola lavavetri. C’era prima dell’89 e c’è rimasto anche dopo, con altri compagni di sventura con i quali si sarà sicuramente inteso, nonostante la lingua polacca, rumena o ucraina di questi nuovi colleghi. La miseria parla, infatti, una sola lingua, quella della disperazione.

10 maggio 1987 - Il San Paolo gremito di pubblico per la festa del primo scudetto del Napoli

Parla con gli occhi non con la lingua. Andammo a mangiare da Ciro a Mergellina un bellissimo ristorante sul lungomare e Mariella si fece comprare il completino di Maradona che volle immediatamente indossare. Riuscii a convincerla che la parrucca di capelli ricci del pibe de oro che pure si vendeva, e che voleva, non la poteva indossare perché aveva i capelli lunghi, in effetti le feci notare e “ricordare” che era una femminuccia. Era un buon colpo per dopo. Per lo meno saremmo rientrati a Salerno vestiti da Maradona, anche se non eravamo potuti entrare nel San Paolo. Alle 15,30, mezz’ora prima del fischio di inizio, in macchina ci dirigemmo verso il San Paolo. C’era una situazione irreale che mi è capitato di rivedere solo nel 2020 con la pandemia del Covid 19. Non c’era una sola macchina in circolazione da Mergellina a Fuorigrotta, dove c’è lo stadio. Non c’era una persona per strada a piedi. Tutta Napoli era lì, era andata all’appuntamento con la storia! Io preparavo Mariella con frasi del tipo “speriamo di trovare il biglietto”, “mi sa mi sa …... Così, giungemmo nella piazza del San Paolo e feci vedere a mia figlia che i botteghini erano chiusi. Feci finta di scendere per vedere meglio e, in quel momento sentii alle mie spalle una voce: “dottò u vulite nu biglietto tribuna?”. Mi girai e vidi un c.d. bagarino, uno cioè che aveva fatto incetta di biglietti per rivenderli a prezzo maggiorato quando si fossero esauriti quelli al botteghino. Lo sguardo di Mariella non ammetteva esitazioni: “quanto vuoi?”. “dottò rateme 150.000lire, è n’affare”. “Ma si pazz?’” fu la mia risposta secca. Salito in macchina spiegai a Mariella che il biglietto era falso e non ci avrebbero fatto entrare. Feci, comunque il giro dell’intero San Paolo per farle sentire i cori che secondo me, vista l’intensità, avremmo potuto sentire anche da Capri e ritornai in un paio di minuti, in assenza del benché minimo traffico, nel posto dove avevo visto il venditore abusivo di biglietti. Questi mi vide (era semplice, ero l’unica macchina in circolazione) e mi fece ampi gesti con le braccia di fermarmi. Si avvicinò al finestrino abbassato e mi disse “dottò ratem 80.000 lire e pigliatev u bigliett”. Io presi 60.000 lire dalla tasca e dissi ”i vuò cheste?”. Accettò e mi allungò un biglietto per tribuna vip. Con 60.000 lire avevo acquistato un biglietto del valore iniziale, regolare, di 150.000. Praticamente un caso di bagarinaggio al contrario! Parcheggiammo in dodicesima fila ed entrammo nel nostro settore. Due file dietro di noi c’erano Renzo Arbore e Patrizio Oliva. Mariella cantò a squarciagola tutti gli inni, compreso “Maradona è meglio i Pelè, c’hanno fatt’ u’ mazz tanto per l’avè … ”, anche se il suo preferito era “o mamma, mamma, mamma, sai che perché innamorata so? Ho visto Maradona, ho visto Maradona, uè mammà, innammorata so”.

Immagine tratta dal famoso spettacolo televisivo "Drive in"

La partita finì 1/ 1 al 90’ minuto, con gol di Carnevale e Baggio, risultato sufficiente per la vittoria matematica dello scudetto. Ma dopo 40 minuti dal fischio finale, eravamo ancora tutti, dico tutti, nello stadio ad inneggiare a quegli 11 calciatori che avevano inorgoglito un popolo intero. La macchina in dodicesima fila non fu di ostacolo a nessuno, perché nessuno andò a ritirare quelle “chiuse”. Pure io ho inneggiato: se non altro il Napoli non aveva fatto vincere lo scudetto alla Juve e quindi un poco di consolazione l’avevo avuta perfino io. Esattamente 1 mese e 1 giorno dopo questa magia, a Roma, Gianzi scendeva in campo, in Cassazione per difendere la “mia” partita vinta l’anno prima. E, nonostante il procuratore generale della Cassazione Antonio Valeri, giovedì 5 giugno, avesse chiesto il rigetto dei ricorsi argomentando che in cassazione non si celebra un processo di merito e quindi chiedeva di respingere il ricorso del Procuratore generale di Napoli e di confermare la piena assoluzione dell’ imputato Tortora Enzo Claudio Marcello, la prima sezione penale, Presidente, Roberto Modigliani, emetteva la sentenza redatta dal giudice relatore Vincenzo Serianni, con una motivazione di 346 pagine. La Corte rigettava il ricorso proposto contro Enzo Tortora, ma accoglieva quello contro P.A. e ordinava un nuovo giudizio di appello presso altra sezione della Corte di Napoli. Il processo di P.A. era così: alternante! Come dall’inizio in cui lo conobbi. A un successo seguiva sempre un azzeramento del risultato. Così era stato dopo la prima scarcerazione, così era adesso dopo la prima assoluzione.

Come in quel dicembre 1983 quando fu riportato in carcere, così adesso aveva uno sguardo sbigottito e voleva quasi leggere nelle mie reazioni un segnale su come sarebbe andata a finire questa vicenda, come sarebbe stata la sua vita. Se non altro questa volta il processo continuava a piede libero.

A dopo per la fine della “STORIA”.

Giovanni Falci

 

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