VALLO DI DIANO VIA POPILIA, LA STRADA ROMANA PER ECCELLENZA. LA PATERNITA DELLA VIA SECONDO GLI STUDI DI VITANTONIO CAPOZZI.

dr. Michele D’Alessio

(Giornalista – Agronomo)

 

Prof. Vitantonio Capozzi

VALLO di DIANO – Nei scorsi articoli abbiamo parlato dei Romani in termini di invasori e dominatori, ma non erano solo questo, anzi furono anche abili bonificatori  e ingegneri autori della cosiddetta tecnologia romana, la pratica dell’ingegneria che supportò la civiltà romana, e rese possibile l’espansione del commercio e della forza militare romana per oltre un millennio, se includiamo l’Impero bizantino. Primeggiavano in fatto di strade, e di costruzioni in genere, i Romani ci sapevano fare, non li batteva nessuno. Da quello scrupoloso osservatore che era, ce lo dice espressamente Plinio il Vecchio: “I Romani posero ogni cura in tre cose soprattutto, che dai Greci furono trascurate, cioè nell’aprire le strade, nel costruire acquedotti e nel disporre nel sottosuolo le cloache”. Tra centinaia di strade costruite dai romani, c’è anche Via Popilia o Via Annia, che attraversa il Vallo di Diano, come ci racconta lo ormai noto storiografo dott. Vitantonio Capozzi “…Lo studio ha preso l’avvio dalla semplicissima operazione di leggere le pagine di un libro, il libro che la storia ha scritto nei secoli nel nostro territorio. La pesante, quasi definitiva pagina scritta dai romani è stata sfogliata, e ci si è presentato innanzi un panorama strano, inconsueto, spoglio. Ma non vuoto. Non tutto è andato perduto: alcuni labili segni sono resistiti, ora un toponimo, ora una lapide, ora una confinazione, poco più che una ruga nel volto della nostra ampia campagna, poiché piccoli indici riconoscibili da appassionati ed esperti ricordano l’era in cui a dominare non era il fondo romano, così abilmente tracciato, ma un panorama palustre e silvestre in cui una civiltà umana aveva trovato il modo di sopravvivere e di organizzarsi. Un’iscrizione antica riassume in poche righe la storia di una vita: ogni singola parola può celare vicende complesse, un’identità sociale pazientemente costruita o un intero mondo di relazioni. È mio intento con questo contributo cercare di ricostruire nella sua ricchezza la storia che ci è raccontata da uno dei più importanti documenti epigrafici esistenti, il “Lapis Pollae” detto anche  “Elogium”. È una pietra miliare di origine romana, ubicata nel territorio del comune di Polla, che fornisce informazioni sulle distanze intercorrenti tra le città che si incontrano lungo il suo percorso, oltre che su aspetti logistici e storici di notevole importanza. Prima di parlarne, vorrei però soffermarmi brevemente sul vastissimo sistema viario che i romani crearono sull’intero territorio dell’impero. È noto che la prima vera rivoluzione nei sistemi di comunicazione terrestre si ha in epoca romana, con la trasformazione dei tracciati di epoca preistorica in vere e proprie strade. Nelle regioni dell’Italia meridionale, come la Lucania, il Bruzio e la Campania, prima della conquista romana non esisteva un sistema viario vero e proprio, stabile e regolare, ma soltanto vie pastorizie, i tratturi, utilizzate per la transumanza stagionale delle greggi e sentieri che mettevano in comunicazione le zone interne con le regioni costiere tirreniche. Le piste naturali, ovviamente antichissime, servivano lo scambio dei prodotti provenienti dai territori interni con i manufatti forniti dal commercio marittimo, dalle fabbriche greche e da quelle indigene operanti sotto l’influsso magno-greco. A partire dal II secolo a. C., dopo la conquista della Magna Grecia da parte di Roma, i vecchi tratturi e le piste in genere furono trasformati gradualmente in strade per la maggior parte pavimentate di ghiaia (glarea strata). A partire da quella data, la romanizzazione dell’Italia meridionale si completò soprattutto grazie a due grandi strade consolari di penetrazione: l’Appia, la regina viarum, e quella via che da essa si originava nell’ager campanus, la Regio-Capuam, conosciuta comunemente come via Popilia /Annia. La civiltà romana, nei mille anni che l’hanno vista protagonista, è riuscita a creare un poderoso e ben strutturato sistema viario di circa 100.000 Km., che, nel corso dell’Alto medioevo, è stato però oggetto di un enorme degrado. Solo nel pieno Medioevo si realizzò una vera rinascita delle comunicazioni terrestri. Anche se meno solido del tessuto viario romano, la rete stradale, che attraversava l’Europa nel medioevo, era un insieme di fasci di tracciati più o meno instabili: l’uso del carro viene meno, le strade seguono dei percorsi tortuosi per evitare zone ormai paludose o seguono i crinali per evitare il ricorso ai ponti. L’espansione romana, dapprima tra le popolazioni del Lazio e poi nel resto d’Italia e fuori da essa, è sempre stata accompagnata dalla creazione di una rete stradale a cui affidare i rifornimenti e gli spostamenti degli eserciti. Da qui la necessità di realizzare una viabilità distribuita in maniera capillare sul territorio; le strade pertanto venivano realizzate per durare nei secoli e per questo richiedevano anche una continua manutenzione. Sulla costruzione della strada Regio-Capua possediamo un documento di eccezionale interesse, il cosiddetto Lapis Pollae, così chiamato perché rinvenuto nella località di S. Pietro del Comune di Polla, nella parte settentrionale del Vallo di Diano. Lo storico Strabone nel suo “Geografia, libro Vl” della via Regio-Capua ne fa cenno, così delineandone il tracciato, “Tertia via a Regio per Brutios, et Lucanos, et Sammnium, ducit, et ad Campaniam  Appiae  jungitur (l’innesco con la via Appia avveniva a Capua)”. “Labosum et lutosum”. Così, nella seconda metà del II secolo a.c., il poeta Lucilio (Sessa Aurunca , Caserta ca 180 – Napoli circa 102 a. C. )  descriveva il percorso della via Regio-Capua. Dunque il tracciato era sdrucciolevole e fangoso, probabilmente perché somigliava più ad una via campestre che alle altri grandi vie romane conosciute nell’immaginario collettivo. Se si pensa poi che la regione, attraversata dalla Regio-Capua, usciva provata dalla guerra sociale, v’è da pensare che nell’età tardo-repubblicana essendo dotata di scarse risorse economiche, non esercitava più tanta attrattiva su Roma, padrona dell’Italia e dominatrice incontrastata dei commerci mediterranei. Se la viabilità venne a trovarsi in uno stato di progressiva trascuratezza, la mancata manutenzione di essa fece sì che, per i viaggi e per i commerci, all’itinerario terrestre venisse spesso preferita la via del mare. Peraltro, lo stato di abbandono di questa strada è già conosciuto dalle fonti antiche; oltre Lucilio sopracitato anche Cicerone (Arpino, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.) , in una lettera scritta nel 58 a.c. all’amico Attico dalle Nares Lucanae (località corrispondente alla Frazione di Zuppino del Comune di Sicignano degli Alburni), constatava le pessime condizioni della via: “so che il viaggio è molesto . Al di là della sua frequente impraticabilità, specie nei periodi invernali, la RegioCapua costituiva indubbiamente uno dei più importanti assi viari dell’Italia meridionale, al quale si collegavano un gran numero di vie secondarie e diverticoli,  che costituivano la base dell’organizzazione del territorio in età romana. La situazione della strada nelle varie epoche ha registrato, però, un costante stato di abbandono , che durò fino all’epoca di Carlo III . L’epigrafe, detta “Lapis Pollae” o “Elogium” e ubicata in località Taverne di Polla, venne incastonata nel 1934 nel monumento che oggi possiamo ammirare in tuta la sua grandezza. Rappresenta, senza dubbio alcuno, il documento più importante attestante la romanizzazione del luogo e, per certi versi, del mezzogiorno d’Italia.                                                                                                                                                                                                                           Rileggiamo il testo della lapide: “Viam fecei ab Regio ad Capuam et / in ea via ponteis omneis, miliarios / tabelariosque poseivei. Hince sunt Nouceriam meilia LI, Capuam XXCIIII, / Muranum LXXIIII, Cosentiam CXXIII, / Valentiam CLXXX, ad Fretum ad / Statuam CCXXXI, Regium CCXXXVII. / Suma af Capua Regium meilia CCCXXI / Et eidem praetor in / Sicilia fugiteivos Italicorum / conquaeisivei redideique / homines DCCCCXVII eidemque / primus fecei ut de agro poplico / aratoribus cederent paastores. / Forum aedisque poplicas heic fecei”.        La traduzione che ne ricaviamo è la seguente:  “Feci la via da Reggio a Capua e in quella via posi tutti i ponti, i miliari e i tabellari. Da questo punto a Nocera 51 miglia, a Capua 84 miglia, a Murano 74 , a Cosenza 123, a Vibo Valentia 180, allo Stretto, presso la stazione di Ad Statuam, 231, a Reggio 237. Distanza totale da Capua a Reggio: 321 miglia. E io stesso, in qualità di pretore in Sicilia, diedi la caccia e riconsegnai gli schiavi fuggitivi degli Italici, per un totale di 917 uomini, e parimenti per primo feci in modo che sul terreno appartenente al demanio pubblico i pastori cedessero agli agricoltori. In questo luogo eressi un foro e un tempio pubblici”. Dunque, partendo da Capua, l’antico tracciato attraversava il territorio della provincia salernitana, toccando Nuceria AlfaternaSalernumPicentiaEburum (Eboli), Silarus (Ponte Sele), Acerronia (Auletta), Forum Popilii (Polla). La strada, dopo aver attraversato il Vallo di Diano, entrava nella Lucania, raggiungendo Vico Mendicoleo (Lagonegro), Nerulum (Rotonda) e di lì il Bruzio con Consentia (Cosenza), Valentia (Vibo Valentia) per raggiungere infine Regium (Regio Calabria). Il numero dei tabellarii indicati dalla stessa lapide sono otto, compresi i capi del percorso, Reggio e Capua. I tabellari, dunque, erano aggiunti ai miliarii, così da sostituirsi a questi negli otto punti in cui furono sistemati, al cadere esatto del rispettivo miglio. Da ciò si deduce che, su 321 miglia, si avrebbe un totale di 313 cippi semplici a colonna. Di questi uno solo è noto e trovasi nella contrada di Vibo Valentia e i restanti otto cippi sono a forma di tabella, dei quali è noto solo quello di Polla. Il documento epigrafico è una lastra in marmo di 70 cm. di altezza e 74 cm. di larghezza ed ha un carattere composito. Per mera scelta di metodo di studio si è pensato di dividerlo in quattro sezioni. La prima parte dell’iscrizione ci informa della realizzazione complessa di un’opera pubblica, la costruzione della via ab Regio ad Capuam, con i suoi ponti e i suoi miliari; la seconda concerne una sezione che potremmo definire itineraria, che riporta le distanze tra il punto in cui l’iscrizione era collocata (Polla) e le città di NuceriaCapua verso nord, MuranumCosentia,  Valentia, lo Stretto Ad Statuam (lo stretto, probabilmente corrispondente alla mansio ad Columnam riferita dall’Itinerarium Antonini) terminando a Regium (Reggio verso il versante sud); infine viene riportata la distanza totale da Capua a Reggio. Nella terza parte del documento l’autore, elogiandosi, si vanta di aver restituito ai legittimi proprietari, nella sua qualità di pretore della Sicilia, 917 schiavi fuggitivi e di aver distribuito, per la prima volta, porzioni di terreno demaniale agli agricoltori, sottraendoli ai pastori. Infine, nella quarta ed ultima sezione, l’anonimo magistrato attesta di aver realizzato proprio nel luogo, in cui si trovava l’epigrafe, un foro con pubblici edifici, intorno al quale era stato destinato un adeguato spazio dedicato agli scambi commerciali, sufficiente a dargli quella caratteristica e tipicità strutturale tale da poter fungere da polo di attrazione e di coagulo per una realtà urbana. Il documento si presenta con una rappresentazione grafica contenente numerosi casi di ei per i puro ed impuro (FECEI bis, PONTEIS, OMNEIS, POSEIVEI, MEILIA, EIDEM, FVGITEIVOS, CONQVAEISIVEI, REDIDEIQVE, EIDEMQVE, HEIC) accompagnati da un caso di geminatio vocalium (PAASTORES) e ad uno di aei per ae (CONQVAEISIVEI). Tale composizione grafica ci fa ritenere che l’influenza dialettale fosse stata rilevante nella zona e che, quindi, un diffuso e marcato idioma di origine lucana, avesse tipizzato l’idioma del territorio, che però, in epoca successiva, in seguito alla conquista romana, gradualmente doveva cedere le armi alla lingua latina. Un approfondimento di studio merita l’epiteto Tabellarii, cui fa riferimento l’Elogium. Un canonico teologo della chiesa di Sarno, Nicol’Andrea Siani, nel suo Memorie storico-critiche sulla città di Sarno, pubblicato a Napoli nel 1816, sull’argomento ci offre una dettagliata spiegazione: “I Talellarii erano i corrieri, cioè coloro che portavano da luogo a luogo e da città a città, specialmente per le strade pubbliche e consolari le lettere missive, le quali perché negli andati tempi si scrivevano sopra tavolette incerate, erano perciò chiamati Tabellarii questi corrieri, che da luogo in luogo le trasferivano”., Il problema maggiore del nostro documento è, però, dato dall’identificazione del suo autore, il cui nome forse era ricordato su un altro blocco di testo, andato perduto, identificazione da cui dipende la data di costruzione della strada. Molte sono le ipotesi avanzate dagli studiosi a questo proposito. Può sembrare risibile ritornare sulla questione del nome, ma non lo è, perché è doveroso ogni volta fare la caratura di quello che sappiamo, cioè imporci il limite metodico che deriva dalla precarietà di quello che sappiamo. Il nome del costruttore della Regio-Capua è stato argomento alquanto discusso e dibattuto dagli studiosi di epigrafia; la via è stata nel tempo attribuita dai vari studiosi che se ne sono occupati a ben cinque personaggi diversi: P. Popilio Lenate(console nel 132 a. C.), Manio Aquilio Gallo (proconsole nel 101 a. C.), T. Annio Lusco (console nel 153 a.C.), T. Annio Rufo (pretore nel 131 e console nel 128 a.C.). L’attribuzione più diffusa è relativa al console del 132 a.C., ovvero PPopilio Lenate, collega di P. Rupilio e noto avversario dei Gracchi; l’identificazione, sostenuta dallo storico tedesco Mommsen, si basa essenzialmente su tre argomenti: il primo che riguarda la menzione nella Tabula Peutingeriana di un Forum Popili nelle vicinanze di Polla, il secondo che è in relazione alla probabile derivazione del nome del forum da quello del costruttore della via ed, infine, il terzo che si rifà all’anno del consolato di Popilio, il quale sarebbe intervenuto su quell’agro pubblico immediatamente dopo l’inizio dell’applicazione della lex agraria del 133a.C.. Inoltre, sempre secondo lo storico tedesco, Popilio aveva ricoperto la carica di pretore pochi anni prima e avrebbe potuto benissimo operare in Sicilia contro i rivoltosi della prima guerra servile. Le critiche rivolte all’identificazione sostenuta dal Mommsen vertono su un errore di trascrizione dell’autore della Tabula Peutingeriana, che citerebbe come Forum Popili quello che in realtà sarebbe Forum Populi come viene ricordato da un geografo medievale, Guidone. Quindi si tratterebbe del foro del popolo, poiché in quel luogo pianeggiante ubicato nel Vallo di Diano, le popolazioni della zona evidentemente si radunavano in occasione di riunioni, fiere o festività solenni. Dobbiamo anche dire che al centro della città di Capua già esisteva un Forum Populi, denominazione questa che la troviamo nella toponomastica di città federate, come di Forlinpopoli, (da Forum Popilii) presso Forli (Forum Iulii), costruito dai romani come avamposto di notevole importanza nella strategia militare delle regioni del nord-est dell’Italia. Sull’ipotesi avanzata dal Momsen che attribuiva la paternità al console P. Popilio Lenate nel 132a.C., oltre ai motivi precedentemente citati, se ne aggiungerebbero altri due, di non minore importanza. Il primo mira a sostenere che, in un solo anno (132a.C.), non fosse stata possibile la realizzazione di un’arteria stradale così lunga, come è la via Regio-Capua, la seconda, invece, è deducibile dalla notizia che ci viene fornita dalla stessa “Lapis Pollae”, a proposito della riforma agraria. La sua attuazione  e tutte le opere pubbliche realizzate a tale scopo (i Ponti, le stazioni di accoglienza, le bonifiche dei terreni, ecc..) ci fanno ragionevolmente ritenere che, in un lasso di tempo così breve, non potessero essere state realizzate. Ma c’è di più. L’epoca in cui vennero a delinearsi le fasi di attuazione della riforma agraria, come ci indica la lapide, combacia con quella di Caio e non con quella di Tiberio. La testimonianza di ciò ci viene fornita da Diodoro Siculo (XXXIV – XXXV, 26, 27), il quale ci informa che C. Gracco, dopo aver constatato la vittoria di misura sull’approvazione della legge agraria (18 tribù votarono a favore e 17 contro), abbia esclamato nell’eccitazione: “La spada ora impende sui nemici; ci accontenteremo di ogni evento che la fortuna ci manderà”.  Tra i grandi oppositori, il plebiscito fece condannare proprio quel console Popilio Lenate, il quale, quando ebbe a sostenere e, quindi, a ratificare la morte di Tiberio, fece condannare illegalmente alcuni dei suoi fautori. E’ noto che P. Popilio Lenate, in seguito al precipitare degli eventi, fu costretto a fuggire. La riflessione conclusiva che si ricava da questi avvenimenti è la seguente. Se Popilio, come lo storico Diodoro ci racconta, è uno dei più acerrimi nemici di C. Gracco, ci si chiede come sia possibile ritenerlo, nonostante la sua conclamata avversità, come il fautore della riforma agraria ed anche l’autore della strada secondo quanto ci viene confermato dal monumento epigrafico. Il magistrato romano, infatti, vantandosi di aver voluto l’attuazione della riforma agraria, orgogliosamente afferma che “per primo feci in modo che sul terreno appartenente al demanio pubblico i pastori cedessero agli agricoltori”. Tra le altre, una diversa identificazione, avanzata dallo studioso Vittorio Bracco, originario di Polla ed esperto di storia, porta al nome di TAnnius Luscus, console nel 153 a.C., poggiandosi su tre dati: il primo si riferisce ad un frammento delle storie di Sallustio, che, descrivendo la ritirata di Spartaco attraverso la Lucania nel 73 a.C., menziona l’esistenza di un Forum Anni nel luogo, dove l’armata di rivoltosi giunse attraverso i iuga Eburina (le colline di Serre) e le Nares Lucanae (Zuppino, frazione di Sicignano). Il secondo dato è offerto dal cippo miliare CCLX, ritrovato a nord di Vibo Valentia, con incisi il nome di un Tito Annio pretore e il calcolo del miglio a partire da Capua. Il Miliare riporta il semplice testo: CCLX. / T(itus) Annius T(iti) f(ilius) / pr(aetor) e la cifra 260 fa riferimento al numero di miglia di distanza da quel punto fino a Capua. Per il tipo di caratteri impressi, l’iscrizione viene datata in torno al II^ sec. a.C. ed è la prova, secondo il Bracco, per identificare la Capua-Regio con la via Annia. Dell’ipotesi che fosse T. Annio Lusco l’autore della strada, possiamo osservare che l’anno del suo consolato (153 a.C.) non coincide con il periodo della riforma agraria (133 o 123 a.C.) ed anche perché prima dell’epoca graccana non si ha notizia in tal senso. Del resto il cippo militare CCLX ritrovato nel territorio di Vibo Valentia fa riferimento ad un tale T. Annius T.f. pretore, il quale, per la stessa carica ricoperta, svolgeva compiti esclusivamente di tipo militare, mentre sappiamo che solo chi avesse rivestito la carica di console poteva non solo realizzare una strada (detta appunto consolare), ma costruire le opere pubbliche ed attuare la riforma agraria di cui stiamo discutendo. Anche la paternità della strada che si vuole attribuire di T. Annio Lusco dell’epoca Tiberiana non regge, perché, ai tempi del suo tribunato, Annio, come ci riferisce Plutarco (Tib. Gr. 13, 3-14,2), fu il massimo sostenitore dell’accusa per la violata potestà tribunizia. Anche Festo (p. 314 M) ci ricorda che lo stesso T. Annio Lusco, in un’orazione contro Tiberio Gracco, ebbe ad accusare il Tribuno per aver sovvertito una magistratura che il popolo aveva concepito come collegiale per eccellenza  (per saturam). Al di là delle varie attribuzioni finora ipotizzate è ragionevole considerare che 475 chilometri di strada in un territorio tormentato dal punto di vista orografico avranno sicuramente richiesto lunghi tempi di lavoro, per cui è molto probabile che i lavori siano stati iniziati ed ultimati da consoli diversi.

 

5 thoughts on “VALLO DI DIANO VIA POPILIA, LA STRADA ROMANA PER ECCELLENZA. LA PATERNITA DELLA VIA SECONDO GLI STUDI DI VITANTONIO CAPOZZI.

  1. Grazie a questi articoli sui Romani, mi ha molto incuriosito su ciò che non avevo mai visto e solo letto. Cosi sto approfondendo la storia dei Romani….e il suo Impero

  2. La cultura costituisce, nei suoi molteplici aspetti, una straordinaria risorsa per la crescita sociale ed economica ed implica, com’è ricordato nella Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale dell’UNESCO (2001), un insieme di caratteristiche spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali per una società o per un gruppo sociale
    comprendendo, oltre ad arte e letteratura, anche gli stili di vita, i sistemi di valori, tradizioni e credenze. Essa gioca, quindi, un ruolo chiave nello sviluppo umano e nel complesso tessuto d’identità e abitudini, d’individui e comunità. — Rosa Anna Genovese —

  3. Complimenti allo storico Capozzi per i suoi studi, sui Romani e sulla storia di Polla e anche a chi diffonde queste notizie

  4. Analizzando l’evoluzione delle società antiche, quella Romana, soprattutto, possiamo notare che seguono un filo storico, fatto spesso di cause e conseguenze. La storia determina il senso di identità personale e nazionale

  5. Articolo piacevole e dettagliato, su una strada che segna lo sviluppo del meridione…non solo per il passaggio di eserciti e carovane….ricordiamo sempre che le vie di comunicazione fanno crescere un territorio…

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