il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

Mafia russa e mafia italiana: stesse tradizioni, stesse operazioni.

 

da Antonio Cortese

La liberazione dal nazifascismo con lo sbarco del ’43 in Sicilia fu preparata strategicamente dalla Cia in collaborazione con i mafiosi d’oltremare. Per la prossima pasqua se le diplomazie non saranno state ancora capaci di un bel nulla, speriamo che almeno i “delinquenti” in doppio petto si possano mettere d’accordo. La mafia non è un’invenzione italiana: il termine deriva da una parola araba che significa “famiglia” e il termine che ne denota e delimita determinate organizzazioni extrastatali  si è diffuso guarda il caso storico, specialmente in tre nazioni: Italia, Cina e Russia. Queste tre mafie storicamente hanno svolto poche ma decisive mosse antibelligeranti, poiché sono spesso costrette a scendere a patti con le forze dell’ordine dei rispettivi paesi. Poiché i protagonisti di questi clan sono perlopiù agenti economici, appartenenti a rami radicati o a nuove tipologie di imprenditoria rampante, quando incappano nelle maglie della giustizia vendono le proprie conoscenze o know how per far capire ai militari e ai loro colonnelli come sapersi districare in un determinato momento data la relativa situazione. E così le informazioni che hanno spesso il prezzo dello scagionamento, fanno da paciere spesso anche a intrighi internazionali. La diplomazia impomatata e pomposa sulle tavole dei vari g20 non ha in pratica risolto niente. Perché poi infatti anche i bambini a scuola leggendo sui libri di storia stanno imparando che la diplomazia é fatta di contratti commerciali. Ad esempio il sultano, lo sceicco dei tempi di Pappavone che si presentava a Mergellina comunicava prima del suo arrivo con picciotti, piccioni e pizzini che per evitare di scannarsi a vicenda ognuno ponesse sulla tavola le proprie merci. Ciò che non stanno facendo  i perditempo a pagamento nei saloni di mezza Europa a rappresentare l’ultima camicia di Pitti Uomo e nulla più. Putin ha aperto almeno concettualmente all’Italia elogiandone il potenziale: se non sono stati capaci tutti i diplomatici a calmarne le bombe, può il nostro esercito di imprenditori portargli sulla tavola pasquale progetti, prodotti e collaborazioni? Altro esempio frivolo: si potrebbe regalare ai magnaccia russi dei nuovi prototipi Ferrari, Ducati, una testarossa “Kermlin Star”, una Lamborghini “Vlad” con un po’ di fantasia, offrendogli la possibilità di produrre Nutella, pasta e tantissime altre eccellenze? Una delle lapidi del comunismo fu eretta quando aprì il primo MacDonald a Mosca, quando un cheeseburger costava uno stipendio. Ora però anche grazie a Putin la Russia è un paese socialdemocratico moderno che ha ad esempio, adottato per primo le direttive ecologiche svedesi sulla responsabilità personali dello smaltimento dei rifiuti negli anni novanta, aldilà degli esiti di missione che peccano in ogni nazione moderna; e che ha apparati burocratici e impiegati che certo non fanno più la fila per un hamburger, ma con tanto di stipendio e ricche uova colorate per le feste pasquali. A Vladimir piacciono le armi e la caccia all’orso negli Urali? L’Italia oltre alle lupare produce con aziende come  Beretta pistole e fucili oramai migliori pure dei Winchester degli americani yankee. Vladimir rivendica un monopolio del gas e la forza del rublo? Noi lo possiamo ricambiare in saperi e strutture scientifiche, mediche, di benessere, prodotti finaziari, con l’industria del lusso, degli orafi e artigiani italiani trasformabili in pochi anni in un “Made in Russia” che farebbe impallidire i cinesi e ingiallire i giapponesi.

 

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