il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

ENRICO POLICHETTI: giustizia è fatta ?

 

Aldo Bianchini

Nella foto, da sinistra: il capo clan Zullo e l'ex vice sindaco Polichetti

CAVA de’ TIRRENI – L’esecuzione di una sentenza, giusta o ingiusta che sia, ai superficiali osservatori appare sempre come il momento supremo della giustizia compiuta, vale a dire “giustizia è fatta”.

Ma è sempre vero ?

Essendo un garantista fino a sentenza passata in giudicato, quando la sentenza passa davvero in giudicato e viene poi eseguita, anche io plaudo istituzionalmente all’efficace esecutività della pena prevista della stessa sentenza; ma non mi permetterò mai di dire “giustizia è fatta”. Per questo alla precedente domanda risponderò sempre “NO”, e non solo per l’esperienza acquisita nel corso di oltre trent’anni di cronaca giudiziaria.

Soprattutto quando, come nel caso della sentenza a cinque anni di carcere inflitti all’ex vice sindaco di Cava de’ Tirreni “Enrico Polichetti” dalla Corte di Appello di Salerno e confermati dalla Cassazione, le incertezze sulla reale responsabilità del Polichetti si agitano pesantemente sull’intera vicenda che continua ad essere ancorata alle delazioni di esponenti della criminalità organizzata che riesce, quando vuole, ad entrare negli angoli più remoti anche della pubblica amministrazione apparentemente lineare e trasparente, provocando danni irreparabili alle vite delle persone ed ai sistemi democratici di governo della cosa pubblica.

Figurarsi quando, come nel caso di Cava, la delinquenza organizzata (e Cava per tradizione esprime un clan malavitoso dopo l’altro) va ad inserirsi nel cosiddetto “verminaio” che fin dell’epoca Abbro cova all’interno di palazzo di città della splendida cittadina metelliana.

Non oso sostituirmi alla sentenza passata in giudicato, osservo attentamente e dico soltanto che Cava negli ultimi decenni è stata attraversata da troppi politici non corretti, che a Cava proliferano troppi clan malavitosi (attratti evidentemente dall’ottima economia di vari comparti) e che, caso quasi unico per l’intera provincia, a Cava ci sono molti magistrati (chi per tradizione familiare e chi per conquista sociale) che spesso vengono chiamati ad indagare sui loro concittadini ed anche sulle beghe di paese che nell’ex piccola Svizzera non mancano mai.

Non mi sostituisco alla sentenza ma affermo che le sentenze basate soprattutto sulle delazioni della malavita organizzata non mi hanno mai convinto, non mi convincono e non mi convinceranno mai.

Ho letto attentamente l’articolo pubblicato dal giornale “ulisseonline.it” del 18 giugno scorso e ne ho apprezzato il suo contenuto, peccato che non sia firmato e sia stato accreditato alla redazione, così come sono rimasto costernato dopo aver letto il commento di una lettrice, tale Lucia Petrillo (che ovviamente non conosco e non so chi sia): “La giustizia non è malata, quando fa comodo ci si appella alla giustizia per poi non rispettarla se non ci piace, la realtà è che l’ambizione è malata”; e sinceramente mi sono spaventato.

Sarà anche giusta, nella sua accezione globale, la dichiarazione della lettrice ma la stessa farebbe bene ad informarsi meglio sul caso specifico di Polichetti prima di sparare giudizi con un pregiudizio di fondo.

Polichetti è stato assolto dal Tribunale ordinario perché “il fatto non sussiste”, pima che la Corte d’Appello confermasse l’ipotesi accusatoria formulata dai PM e che la Cassazione confermasse.

Democrazia vorrebbe, a questo punto, che la magistratura, per riprendere la sua credibilità, debba almeno spiegare alla gente come è possibile che un fatto che non sussiste possa ritornare ad essere un delitto compiuto e punibile; e se del caso arrivare anche a punire i giudici che hanno sbagliato.

Qualcuno dirà che questo sistema è la garanzia assoluta della giustizia; per me rimane un pericoloso momento di cattivo funzionamento della giustizia.

 

 

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