DA AGRONOMO AD INGEGNERE AGRONOMO UNA PROFESSIONE LUNGA 5000 ANNI. DAI ROMANI AD OGGI (2” PARTE)

Dr. Michele D’Alessio

(giornalista – romanziere)

Nel precedente articolo abbiamo raccontato le origini professionali dell’agronomo e come è mutato nel tempo fino all’ Impero Romano. Riprendendo la storia, sì ha che, i Romani acquisirono le tecniche, gli strumenti e le cariche dalle popolazioni della Magna Grecia anche attraverso gli Etruschi. Nella letteratura latina, che tratta di questioni inerenti al territorio, i tecnici che più frequentemente vengono menzionati sono quelli occupati nella delimitazione delle terre quindi, “mensor”, “finitor” e solo nel tardo impero compare il termine di “agrimensor”. Contrariamente a quanto era accaduto nel mondo ellenistico, la scienza agraria dei romani fu essenzialmente empirica, non oltrepassando lo stadio dell’esperienza grossolana. La letteratura latina fu particolarmente ricca di riferimenti agronomici, tra tutti spiccano cinque trattati che ci sono giunti completi: quelli più antichi di Catone il Censore (II secolo a.C.) e di Marco Terenzio Varrone (I secolo a.C.), il “De re agricola” dello spagnolo Lucio Columella (61 – 65 d.C.) e alcuni dei libri (in particolare il XVIII) della “Historia naturalis” di Plinio il Vecchio (71 – 75 d.C.); chiude la serie la “Opus agricolturae” (460 -470 d.C.) di Rutilio Palladio, mediante la quale egli svolge opera di volgarizzazione attingendo alle credenze contadine (fu l’opera più diffusa del Medioevo).                                                                                                                               Per diversi secoli non si hanno testimonianze sui progressi del sapere agronomico fino all’alba del Trecento, quando il bolognese Pietro de’ Crescenzi compila il “Liber commodorum ruralium”; quest’opera è costruita con gli strumenti concettuali di una scienza che colloca le fondamenta sul sapere Aristotelico. Il Liber è l’espressione peculiare della cultura europea del Medioevo, frutto del lavoro di un dotto che pur scrivendo il latino nella vita quotidiana parla in volgare; da alcuni studiosi viene considerata la pietra miliare della letteratura agronomica italiana. Una svolta profonda si ebbe nell’Italia del Cinquecento con la grande fioritura di testi agronomici basati essenzialmente sul recupero della tradizione latina; non mancarono proposte originali ed innovative o quanto meno anticipatrici. Gli agronomi bresciani Camillo Tarello e Agostino Gallo ne sono gli esempi più illustri studiando il migliore inserimento di piante leguminose e foraggiere in cicli di rotazione poliennale, con lo scopo di accrescere la produzione cerealicola e di rafforzare l’allevamento. Ma gran parte di queste pubblicazioni a carattere agronomico, nonostante la grande diffusione per l’epoca, furono destinate a restare pur sempre oggetto di scambio culturale per nobili e cittadini; molto più difficile era introdurre cambiamenti effettivi nelle pratiche e negli strumenti tra le masse contadine. Sarà necessario attendere ancora due secoli prima che le tecniche agronomiche praticate sul territorio peninsulare subiscano l’impulso necessario a spingere l’agricoltura verso la modernizzazione. La prima tappa fondamentale del percorso verso la specializzazione dell’agronomo moderno, risale all’età napoleonica, quando la definizione tecnica del termine “agronomia” subentrò alla ”arte georgica”, ellenismo coniato a Firenze alla fine del Settecento; ma saranno i primi anni dell’Ottocento ad intravedere il delinearsi, seppure in modo soffuso, della figura dell’agronomo disgiunta da quella dell’agricoltore, intesa come attività lavorativa di uomini che, avendo seguito uno specifico percorso formativo, erano in grado di teorizzare fenomeni naturali cogliendone l’intrinseca sostanza. Per tutto il 1800 (XIX secolo) nonostante l’affermarsi del significato autonomo e svincolato parzialmente sia dalla proprietà terriera sia dal mondo produttivo in senso stretto, notevoli furono le difficoltà per circoscrivere il campo specifico della disciplina che presentava limiti molto labili. Si deve attendere il 1929, anno in cui il R.D. nº 2248 sanciva la costituzione dell’Ordine e definiva l’Agronomo “laureato nei regi Istituti superiori di scienze agrarie”, abilitato all’esercizio della professione dal superamento dell’esame di Stato e in quanto tale ammesso ad iscriversi all’albo. La codificazione dello Status professionale era dunque il punto di partenza per la progressiva identificazione della figura dell’agronomo, in stretto rapporto con la delimitazione della sua base scientifica, che per lungo tempo aveva atteso la definizione della propria identità, tra convergenze ed intersezioni con altre specializzazioni.

Ma il processo di “professionalizzazione” degli agronomi fu ostacolato, a più riprese, oltre che da una struttura di mercato sfavorevole, anche dagli insuccessi incassati nel processo di rivendicazione della competenza esclusiva. L’individuazione delle attribuzioni della professione di dottore agronomo ha costituito, e costituisce tuttora, un terreno di continuo conflitto con altre occupazioni confinanti (periti agrari, ingegneri, architetti, geometri e veterinari). Per tutto il periodo fascista, agronomi e periti agrari erano iscritti, seppure in sezioni diverse, in un unico albo. Le vicende belliche della seconda guerra mondiale e la conseguente ricostruzione, poco spazio hanno riservato alle rivendicazioni di tipo professionale; solo nel 1976 con la legge nº 3 e il relativo regolamento d’attuazione approvato nel 1981 si è finalmente raccolto e tentato di armonizzare tutte le disposizioni preesistenti, gettando le basi per l’affermazione del ruolo autonomo del dottore agronomo e del dottore forestale rispetto ad altre professioni tecniche. Ancor di più la legge n. 152 del 10 febbraio 1992 provvedeva a chiarire definitivamente le competenza professionali dell’agronomo, stabilendo, all’art. 2 che “sono di competenza dei dottori agronomi e dei dottori forestali le attività volte a valorizzare e gestire processi produttivi agricoli, zootecnici e forestali, a tutelare l’ambiente e, in generale, le attività riguardanti il mondo rurale” ed entrando nel merito più specifico elencando una serie di attribuzioni e competenze che per quanto riguarda la parte ingegneristica sono comuni anche ad architetti e ingegneri. Oggigiorno non è più presumibile che si diventi professionisti per “grazia divina” o semplicemente dietro un percorso formativi che spesso sono lontani dalle sfide di questa prima parte del millennio.

 

 

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