VASSALLO: dopo dieci anni una seduta speciale in Paradiso (2^ atto) !!

 

Aldo Bianchini

SALERNO – Ritorniamo rapidamente in Paradiso dove, tra le bianche nuvole, abbiamo lasciato lunedì scorso 7 settembre 2020 intorno al cosiddetto “tavolo Falvella” alcuni personaggi, che da anni cerco di seguire con l’immaginazione giornalistica fondata anche su particolari assolutamente veri anche se inediti, intenti a discutere del “caso Vassallo”, il sindaco pescatore di Pollica-Acciaroli barbaramente ucciso da uno o più sconosciuti con nove colpi di pistola mentre rientrava a casa la sera del 5 settembre 2010.

Per chi non avesse mai seguito la storia del “tavolo Falvella” ricordo che è stato fondato e inaugurato da Carlo Falvella in persona qualche anno fa, quando in paradiso cominciavano ad arrivare tutti quei personaggi, politici e non, che non solo avevano in qualche modo preso parte al suo assassinio (7 luglio 1972) ma anche quei personaggi-politici che hanno nei decenni determinato le sorti di Salerno e provincia.

Dunque, lunedì 7 settembre scorso, Carlo Falvella ha convocato al suo tavolo il sindaco pescatore Angelo Vassallo per farsi raccontare la verità sulla sua uccisione, visto e considerato che sulla Terra nessuno ha capito niente, nè la famiglia e né gli inquirenti che da dieci anni si muovono nel buio assoluto tra fantasiose ricostruzioni, depistaggi certi, e dimenticanze sospette. Lunedì scorso Vassallo ha già iniziato il suo racconto, drammatico e intricante, che continua oggi con questa nuova puntata della storia. Al tavolo siedono anche Giovanni Marini e Francesco Mastrogiovanni che, in misura diversa, presero parte all’omicidio di Falvella (responsabile del FUAN salernitano); e legati anche, in un certo senso, alla morte di Vassallo.

La ricostruzione immaginaria e giornalistica, ovviamente, prende il sopravvento nel racconto.

Bene caro Angelo, incomincia Falvella, la volta scorsa ci hai svelato alcune cose interessanti; cerca ora di continuare nel racconto pacatamente perché abbiamo tutto il tempo che vogliamo.

Un attimo di silenzio e di indecisione, poi prende fiato Angelo Vassallo e dice:

“”Si è parlato molto nel decennale della mia morte del fatto che io possa essere stato abbandonato dal PD; in proposito devo dire che questa è una teoria di mio fratello Dario in quanto non  ha capito che io dai plenipotenzari del PD salernitano non sono stato mai ben visto; io avevo un carattere particolare e nel partito c’era un’atmosfera di tensione per via delle mie pubbliche e apodittiche esternazione, quasi alla De Luca, solo che io ero Vassallo e De Luca era De Luca. In un primo momento il PD nazionale mi ha santificato per ragioni di interesse partitico, ma quando ha capito che il mio omicidio veniva avvolto nelle tenebre del tempo mi ha, ovviamente, scaricato. Punto.””

Il racconto non finisce qui, dice Valvella e incita Angelo ad andare avanti:

“”Vorrei suggerire al mio vecchio amico Gerardo Spira, mio segretario in comune per diversi anni, che io non mai inteso colpire i sistemi di potere; io cercavo solo di fare gli interessi della mia gente attraverso la politica e la cosa, da se, generava sconcerto negli altri sindaci del territorio che invece di reagire con i loro progetti si eclissavano sempre di più e lasciavano sulle mia spalle diverse importanti responsabilità; a cominciare dalla presidenza del Parco Nazionale che ho governato per anni allo stesso modo di come De Luca ha governato la politica salernitana. Anche quella vicenda del lavoro pubblico che mi portò a contrastare Franco Alfieri (allora assessore provinciale ai lavori pubblici) era solo motivata da interessi per il mio territorio; ma sia il partito che la stampa asservita l’hanno gonfiato a dismisura fino a far pensare chissà di quali nefandezze si era reso responsabile Alfieri con il quale sicuramente non ho mai avuto un rapporto sereno sul piano politico””.

Si ferma un attimo Angelo Vassallo, prende fiato e ritorna all’attacco.

“”Mio fratello Dario sbaglia anche quando ritiene che “non c’è stata volontà di capire chi mi ha assassinato”; la vicenda non può essere letta solo da questo punto di vista, ci sono tanti particolari che svelerò mano a mano nelle diverse tappe di questo racconto. Non ci sono mezzi uomini e non è vero che la verità la conoscono tre o quattro persone; la verità la conoscono solo due: io e chi mi ha ucciso. Lo ribadisco ancora una volta; la mia morte è stata causata da un momento di impeto da parte di chi mi ha assassinato e non da una strategia camorristica studiata a tavolino; la droga, lo dico una volta per tutte, non c’entra niente. Ad Acciaroli da decenni arrivano soltanto i rivoli del fiume di droga che salendo dalle coste calabre va verso il golfo di Salerno per arrivare nel napoletano. Quel giovane, come si chiama, Bruno Humberto Damiano (figlio di una brasiliana e di un noto imprenditore molto chiacchierato che ha operato tra Salerno e Pollica) non c’entra niente con il mio delitto. Grazie al giornale che state leggendo (www.ilquotidianodisalerno) ed agli articoli del suo direttore è stato finalmente capito e il giovane scagionato. Un’ultima cosa. Io non ero ossessionato dal macro flusso della droga che ad Acciaroli non cìè; ero ossessionato dai rivoli che arrivavano in paese anche per mano di Damiano e che lambivano diverse nostre famiglie. Per questo ero incavolato con quel giovane, con il quale ebbi anche uno scontro molto forte. Ma questo ve lo racconterò nella prossima puntata perché neppure i Carabinieri furono capaci di scaricare dal mio telefonino alcuni messaggi importanti. Ora, caro Carlo, sono stanco e preferisco fermarmi””.

 

 

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