Da Matteo Claudio Zarrella (magistrato – già pres. Tribunale Lagonegro)
Siamo negli anni ’60 del secolo scorso. Ad Avellino s’era sparsa la voce: Alfredo de Marsico era in Tribunale per un caso di tentato omicidio. Tanto bastava perché una moltitudine di uomini si riversasse in Tribunale. Nel flusso della moltitudine, io tredicenne, alunno di terza media. Il Tribunale, allora in Piazza Libertà, appariva come un nuovo mondo. Ogni cosa pareva essere parte della Giustizia: i due leoni di pietra a fare da guardiani al portone d’ingresso, la gente che sostava nel cortile, i gradini di pietra delle scale, i corridoi che portavano agli uffici e alle aule di udienza. In una di quelle aule, chiuso in un gabbione, un omino, l’imputato, aspettava d’essere giudicato. In serrato dibattito, l’accusa e la difesa si dovevano contendere la verità di una sentenza. L’avvocato de Marsico, ravvolto nella toga nera, stava per iniziare la sua arringa e, in trepida attesa, la folla, assiepata dietro la transenna, si raccoglieva in silenzio e dava modo alla sua parola di vibrare alta e solenne. L’omino nel gabbione, sommerso da un profluvio di parole, si vedeva estraneo a se stesso, tanto da non sapere, neppure lui, se fosse colpevole o innocente, e quanto misurasse la pena della colpa. Alla fine il tentato omicidio fu derubricato a reato di lesioni, improcedibile senza la formale querela della donna offesa. L’imputato, stentava a crederci, s’accingeva ad esser liberato, come se nulla di male avesse mai fatto. Tutto questo perché: perché, si pensava, aveva parlato de Marsico!
De Marsico nella sua lunga vita (1888-1985) attraversa la Storia. Nei suoi ultimi anni è sovrastato dai ricordi. Ci dice: “Tre date, tre epoche, tre eventi si levano nella mia vita come pilastri che reggono il tetto”. La prima “data”, la prima “epoca”, è quella della formazione, a Sala Consilina e ad Avellino. La seconda “data” segna il 25 luglio del 1943. Infamato da una condanna a morte per tradimento, è costretto all’umiliazione della fuga e della latitanza. Nella terza “epoca”, intorno al 1944, soffre il tempo dell’epurazione e del doloroso allontanamento dall’Avvocatura e dall’Insegnamento. Infine, ci parla di tre incontri illuminanti: con il beato Giuseppe Moscati, con Padre Pio, con Enrico Medi.
L’ epoca della formazione giovanile, a Sala Consilina e ad Avellino.
La sua famiglia era stata “scacciata dal paese natio per un atto di odio politico”. il padre Alfonso, archivista della Sottoprefettura, alle elezioni politiche del 1897, s’era rifiutato di obbedire al Vice-Prefetto e di votare per il candidato al Parlamento Emilio Giampietro, manifestando l’intenzione di votare per Giovanni Camera. Conseguente il trasferimento punitivo a Rossano Calabro, dove Alfredo poté frequentare il ginnasio, a quel tempo mancante a Sala dove sarà istituito nel 1908. Nella scuola di Rossano si registrò il voto, quasi profetico, in “Italiano”: 7 allo “scritto”, 10 “a voce” (come allora era detto il voto all’orale). Quindi il trasferimento ad Avellino. Confida al giovane avvocato Domenico Cucciniello: “Avellino mi apparve come una gemma chiusa nel suo fogliame e nel suo silenzio, come un rifugio di purezza, di luce e di virtù, particolarmente propizio a quanti aspiravano a fondare negli studi un degno avvenire, con la sua società signorilmente borghese, con i suoi salotti ove si parlava di letteratura e di arte e s’incontravano cultori eccellenti di musica o di pittura, con il suo circolo ove il tempo libero veniva dedicato da professionisti e funzionari insigni a ritemprare in conversazioni e svaghi sereni le energie affaticate dalle cure del giorno e con le sue scuole e i suoi istituti che acquistavano fama dal valore dei dirigenti e dei docenti, e che facevano della città una piccola Atene della Campania. Figure altissime nella loro sincera modestia si stagliavano, esempi e modelli di ricerche, iniziative, proposte illuminate tendenti ad allargare, fra l’urgenza ormai incalzante di problemi agricoli, economici, sociali, le possibilità di sviluppo di un domani migliore per fervore di produzione e di traffici. Ed in mezzo a questo cantiere ardente, senza ostentazione di opere e di attesa, il Tribunale, fulcro e vertice, come in tutti i centri del Mezzogiorno, dell’attività che, fino a meno di un secolo fa, fu la più rispettata e ambita, la più idonea a difendere ed elevare il prestigio delle famiglie, e che attraeva nel tempo stesso i temperamenti più versatili, sensibili alle tradizioni umanistiche e alle speculazioni ideologiche, e che funzionava come ambiente di continua selezione dei migliori, per le cariche pubbliche e gli uffici di più grave responsabilità”.
Ma non si scorda della nativa Sala Consilina dove è portato a farvi ritorno per naturale forza di attrazione. Lo aveva detto Enrico Medi, riferendosi a “Pietrelcina beata” per aver dato i natali a Padre Pio: II paese natio segna fatalmente la vita dell’individuo “perché nell’istante in cui l’uomo nasce, respira e viene a contatto con le prime molecole che entrano dentro i suoi polmoni e nella sua vita, e le prime molecole di quel paese lasciano in lui una traccia misteriosa, che noi diciamo una traccia genetica, in tutta la sua vita”. A Sala Consilina avviene l’incontro, al tempo dei suoi sedici anni, con il suo primo maestro: Giuseppe Mezzacapo.
Vediamo de Marsico inerpicarsi, nel pellegrinaggio della memoria, in compagnia degli avvocati Antonino ed Igino Cappelli, succedutisi, padre e figlio, nella carica di Presidente del Consiglio dell’Ordine forense di Sala Consilina, fino alla ispida contrada dove Mezzacapo aveva casa che, deserta in sua assenza, continua a parlare di lui. Quivi giunto gli pare ritrovarlo: “inconsueto, sotto tanti aspetti imprevedibili, quasi rachitico; indulgente verso tutti, amico solo di sé; poco meno che indifferente alle vicende quotidiane, teso sempre alla storia ed ai miti; in continuo colloquio non solo con i classici della Grecia e di Roma ma con gli scrittori di quattordici lingue, apprese da solo; che portava in sé avvinghiate da una potenza mnemonica mostruosa una erudizione ineguagliabile, e schivo, anzi incomprensivo delle forme e delle convenzioni mondane, quasi anche di quelle sociali, sì da coprirsi più che di vesti, di cenci; giunto nella familiarità con i sommi di ogni linguaggio a uno stile che nella sua eleganza nodosa avrebbe detto trasmessogli da Tacito”. Un esempio da seguire per la “sua capacità di essere un maestro di letterati od avvocati e il suo rifuggire da ogni non ostentazione ma rivelazione del suo sapere”; per “la funzione che egli assegnava alla vita, di tempo per apprendere, sì che, nominato Deputato quasi a sua insaputa, dopo due anni si dimetteva e tornava a Sala Consilina, l’eremo che gli permetteva studiare anziché dissiparsi”. “Tutto ciò, appreso e controllato in poche conversazioni con lui, diede alla mia formazione intellettuale e spirituale un nuovo corso, nella mia volontà di lavorare entrò come una iniezione di acciaio in un congegno debole e malato, decise della mia indipendenza interna, quindi della mia coscienza morale del dovere di essere me stesso”. L’ultimo ritorno a Sala Consilina è organizzato per lui dagli avvocati valdianesi, in occasione del suo novantesimo anno. Si rivolge al folto uditorio per dire: “Avete ricordato la mia coerenza. E forse ho avuto modo di attestarla. Ma la mia coerenza è nata qui, fra Voi, la mia coerenza è nata in quel Vallo di Diano dove ogni casa si eleva come una piccola fortezza dello spirito. Su quelle montagne si apprende a camminare anche tra i sassi. Eravamo uomini che imparammo a camminare nella vita tra difficoltà insormontabili”.
Ad Avellino Alfredo continuò gli studi, frequentando le ultime due classi del ginnasio e il liceo al “Pietro Colletta”. Il Colletta vantava antica e prestigiosa tradizione. Bello ed austero nell’impianto architettonico, costruito in Viale dei Pioppi, di fronte all’orto botanico, poi parco pubblico e villa comunale, inaugurato il primo dicembre del 1831. Mirabile “armonia di spirito e di corpo”, scriveva il professore Olindo Di Popolo: “Con quel giardino, con quella magnolia, con quelle solenni colonne, con quella rotonda, con quelle lapidi; e quando ci dicono che vi sarà un nuovo edificio (come avverrà a fine anno 1966), sentiamo che una tradizione, forse, può spezzarsi”. A comandare l’entrata degli studenti erano segnali sonori. Ricorda Cannaviello: “Il vecchietto Enrico al tempo del mio alunnato segnava l’entrata col rullo del tamburo; alla morte di lui il suo successore Donato, la segnava con squilli di tromba”. Infine, “il ben piantato Catello, con il suono di campana”.
De Marsico a diciassette anni tiene un mirabile discorso nell’Aula Magna del “Colletta” per un monumento a Francesco De Sanctis. Nel 1910 torna al “Colletta” per un discorso su San Francesco, interpretando l’anima poetica del Santo: “Un Dio solo, ei pensava, si dispiega negli spazi, per l’eternità, dallo stelo d’erba che spunta, furtivo e quasi nascosto, fra l’intrico della siepe, alla lampa inesausta che ogni giorno si alluma e si spegne nei cieli; uno l’afflato che tutto muove e noi nel tutto”. Il 5 dicembre del 1909 è chiamato a sostituire l’avvocato Domenico Sandulli, impegnandosi, dinanzi alla Corte d’Assise di Avellino, in una arringa di tre ore, in un processo per un grave fatto di omicidio. Ad Avellino sperimenta le capacità oratorie del conferenziere e dell’avvocato. In Irpinia il Tribunale non è solo ad Avellino. Due Tribunali, ritrova arroccati in altura, a Sant’Angelo dei Lombardi e ad Ariano, capoluoghi di Giustizia e di Diocesi. A Sant’Angelo Dei Lombardi incontra un altro maestro del Diritto, Enrico De Nicola. Sentiamolo: “A Sant’ Angelo ho lavorato per anni, a sottolineare l’importanza che questa piccola sede montana ha per me: vi discussi a meno di 22 anni (nel febbraio 1910) la prima causa di Tribunale, avendo la spaventosa sorpresa di trovare avversario De Nicola, che da allora mi protesse con la sua benevolenza. Poco dopo, con lo stesso De Nicola percorsi a piedi – sulla neve altissima- che impedì alla carrozza portarci dalla stazione al paese – otto chilometri di strada di montagna, slittando ad ogni passo”. Avellino gli ha sempre mostrato stima e riconoscenza. In data 30 gennaio 1927 gli conferisce la “cittadinanza onoraria”. La piazza del Tribunale è titolata a suo nome. Nel Tribunale è riservata una sala alla biblioteca “De Marsico”. De Marsico è là dove sono i suoi libri. Diceva: io nelle mie peregrinazioni porto sempre con me alcuni libri, compagni di viaggio.
Siamo nell’Aula Magna del nuovo Tribunale di Avellino, oggi 3 giugno 1986. Si commemora de Marsico ad un anno dalla morte. Prende la parola L’avvocato Mimì Cucciniello, geloso custode delle confidenze del maestro, accreditate da una sua fotografia con una dedica di cui va fiero, come una brillante promozione: ”All’avv. Domenico Cucciniello, artefice sottile della parola e del pensiero, affettuosamente- Alfredo de Marsico 1955”. L’avvocato Mario Fontana, cui va il merito della cura dei libri donati dal maestro, riposti nel sacrario della biblioteca “De Marsico”, parla degli appunti che de Marsico, con la sua grafia minuta, sottile e sempre chiara, apponeva su carte d’albergo. L’avvocato Ettore Fiore ricorda il lampo delle sue parole a difesa di un parricida: “Il parricidio, visto nella sua materialità è delitto inespiabile; qui visto nel soggetto, è già espiato”. Quel parricidio accadde a Roma, nel pomeriggio del 28 maggio 1952. Il parricida sembrava indifendibile. Era stato condannato con sentenza del 12 ottobre 1953 a 20 anni di reclusione. De Marsico subentrò nella difesa dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello e, con l’incanto della parola, commosse la Giustizia che riconobbe al parricida la seminfermità mentale, le attenuanti generiche e l’attenuante del motivo di particolare valore morale e sociale, con riduzione della pena ad anni 10, di cui tre condonati, ed obbligo di ricovero, a pena scontata, in una casa di cura. Come era stato possibile? Aveva parlato de Marsico!
MATTEO CLAUDIO ZARRELLA