il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

La strage di Faiano

“Quando non prevale più la forza del diritto ma il diritto della forza”
Aldo Bianchini
PONTECAGNANO – La storia, quella scritta, fissa una data: 17 febbraio 1992, giorno in cui parte la tangentopoli nazionale, mani pulite, che i posteri ricorderanno come il passaggio storico-politico dalla prima alla seconda repubblica, e di questa data, forse, non ricorderanno più nulla. Una semplice ed insignificante dazione di danaro (mazzetta) dall’imprenditore Luigi Magni nelle mani di Mario Chiesa (presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano) sconvolgerà gli assetti politici ed istituzionali di un intero Paese. Al centro dell’attenzione mediatica planetaria un giovane PM, Antonio Di Pietro, coadiuvato da un capitano dei carabinieri, Roberto Zuliani, che rientrerà subito nell’anonimato della sua missione istituzionale. Al contrario di Di Pietro che da quel momento, anche attraverso controverse vicende, è rimasto sulla scena giudiziaria, politica e mediatica del nostro Paese fino ai nostri giorni.
Ma se la storia scritta della tangentopoli nazionale è datata 17 febbraio 1992, quella campana e salernitana nasce almeno cinque giorni prima: 12 febbraio 1992.
Quella nostrana non ha la sua genesi in uno studio elegante, ben arredato e molto ovattato come quello dell’ingegnere milanese Mario Chiesa; la nostra tangentopoli nasce, al contrario, nel sangue di Fortunato Arena e Claudio Pezzuto, due carabinieri innocenti, barbaramente trucidati da due spietati killer: Carmine De Feo e Carmine D’Alessio.
Sul freddo selciato stradale di Faiano non cadono soltanto due corpi martoriati, cadono le ultime illusioni della gente onesta, che ancora non vuol credere agli intrecci tra politica, giustizia, affari e malavita organizzata. Per capire meglio le possibili motivazioni di quell’orrenda strage bisogna fare un passo indietro rispetto alla data del 12 febbraio 1992 ed allungare lo sguardo alla spaventosa guerra di camorra in atto da tempo tra clan malavitosi avversari dalla “piana del Sele” alla “piana dell’agro nocerino-sarnese”. Sul punto è illuminante il libro sulla camorra scritto dall’ex procuratore della repubblica ed ex giudice istruttore Domenico Santacroce. In pratica negli anni ’80 in quelle zone sta avvenendo il ricambio generazionale ai vertici delle organizzazioni delle “grandi famiglie” che determina la fine, per carcerazione o per assassinio, di terribili e potentissimi personaggi come: Raffaele Cutolo, Salvatore Serra (detto Cartuccia), Salvatore Di Maio (detto Tore ‘o guaglione), Enzo Casillo, Virgilio Colangelo (killer spietato) e lo stesso assassinio del giornalista de “Il Mattino” Giancarlo Siani. Le grandi famiglie in guerra (Alfieri-Galasso-Pepe-De Feo-D’Andrea-Romano e Maiale) si contendono il potere e si ritrovano tra le mani un “giocattolo rotto”, tutto sembra perduto. Vale la pena, quindi, di tentare in extremis una riconciliazione, una ricomposizione pacifica, una ripartizione “politica” delle rispettive zone d’influenza. Viene deciso un summit, meglio se itinerante e poco individuabile, da tenere su per i Monti Picentini il 12 febbraio 1992, dopo le ore 19.00=.
I partecipanti: assolutamente misteriosi, ora come allora !!
Viene organizzata anche la scorta armata fino ai denti e vengono scelti Carmine De Feo e Carmine D’Alessio, due noti malviventi di medio calibro che qualcuno voleva far passare anche come tossicodipendenti. La scorta, questa scorta, aveva verosimilmente il compito di “apripista”, cioè di verificare la praticabilità del territorio prima dell’arrivo del convoglio predisposto per il “summit politico-malavitoso”. Forse sul fuoristrada apripista (una Nissan Patrol di colore bianco) si era seduto anche un notissimo personaggio della zona.
Vengono organizzati, ovviamente, anche i depistaggi. Vari piccoli reati nella Piana del Sele, sufficienti a richiamare in zona un grosso spiegamento di Forze dell’Ordine, tanto da far pensare ad uno stato d’assedio dell’intera Piana, proprio quel giorno ed a quell’ora.
Se tutto ciò è vero, se cioè le forze dell’ordine accorrono in massa nella Piana del Sele, perché qualcuno comunque si preoccupa di stendere una fitta, ma quasi invisibile rete di controlli e posti di blocco in vari punti strategici dei Monti Picentini? Forse qualcuno sapeva dell’eventuale summit e voleva bloccarlo? O forse qualcuno sapeva e voleva garantirgli la buona riuscita? Non lo sapremo mai.
Non lo sapremo mai perché probabilmente barano in due. Da un lato la malavita organizzata cerca di attirare le Forze dell’Ordine nella Piana del Sele per depistare e dall’altro lato, lo Stato, finge di abboccare all’amo e si schiera in modo tale da poter bloccare i partecipanti al summit itinerante.
Naturale l’interrogativo sul perché della missione di pochi giovani, impreparati ed ignari carabinieri contro un nemico molto più attento e senza scrupoli, nella consapevolezza del sicuro svantaggio dovuto a posti di blocco organizzati all’ultima ora. Forse qualcuno era fiducioso nella buona riuscita dell’impresa ed attendeva soltanto l’ordine dall’alto per fermare il summit ed arrestare i partecipanti? Se si, allora c’era qualcuno in alto che sapeva e non è intervenuto o non è potuto intervenire?
La ridda di opinioni, di convincimenti più o meno attendibili, di inchieste giudiziarie più o meno agguerrite, lascia il posto ad un’unica irreparabile realtà: poco dopo le ore 19.00 del 12 febbraio 1992, i due carabinieri Arena e Pezzuto fermano l’autovettura fuoristrada sulla quale viaggiano ufficialmente “due persone” alle quali vengono ritualmente richiesti in esibizione i documenti anagrafici. Tutto sembra tranquillo ed il controllo, puramente formale prosegue. Claudio Pezzuto scende dall’auto, si avvicina ignaro al fuoristrada e chiede i documenti. Carmine D’Alessio scende dall’auto e si allontana. Ad un tratto lo sguardo di Pezzuto incrocia quello di De Feo, gli sguardi si incrociano.  Forse viene riconosciuto chi non può e non deve essere identificato? Carmine De Feo non ci pensa neppure un attimo. Imbraccia una mitraglietta israeliana. Fulminea la sparatoria, senza pietà, orribile la strage. Un uomo viene avvistato mentre concitatamente parla da un posto telefonico fisso, a poche decine di metri dal luogo della strage: è la conferma dell’orribile eccidio o l’avvertimento per una strage non pianificata nelle strategie dei vertici malavitosi? Impossibile avere risposte perché il presunto possibile basista telefonico viene letteralmente ingoiato dal buio della sera e dal nulla. Qualcuno, in seguito, dirà che quell’uomo era Carmine D’Alessio, circostanza questa mai realmente provata. E’ provato, invece, il fatto che Carmine D’Alessio, uditi gli spari, corre verso l’autovettura dei carabinieri e fa fuoco su Fortunato Arena che risponde al fuoco mentre tenta di scendere dall’auto, soccombe inesorabilmente. La pistola di D’Alessio appartiene al carabiniere Elia Sansone che poche ore prima è stato rapinato nella Piana del Sele Il conducente e proprietario del fuoristrada, tale Antonio Massimo Cavallaro smentisce sempre decisamente ogni illazione sull’esistenza dell’eventuale basista sostenendo la tesi del sequestro a suo carico, viene fermato e subito rilasciato. I due malviventi De Feo e D’Alessio si chiuderanno, poi, nell’assoluto mutismo ed accetteranno l’ergastolo senza battere ciglio. Il magistrato inquirente, Alfredo Greco, metodicamente e con fermezza negherà la pur minima praticabilità di un’ipotesi del genere e si rimetterà sempre alle carte processuali che rigettano qualsiasi altra presenza a bordo del fuoristrada, oltre quella dei tre prima citati. Dopo la sparatoria i due assassini fuggono con il fuoristrada, abbandonano l’ostaggio su una mulattiera e raggiungono il deposito della ditta Orcellet di Fuorni. Qui prendono in ostaggio il capo-cantiere (che lasceranno dopo qualche minuto) e si fanno consegnare dal dipendente Angelo Riviello le chiavi della sua Audi/80. Salgono a bordo e, sgommando, svaniscono nel buio e nel nulla per 152 giorni.
Fin qui la ricostruzione, fantasiosa se volete, di quella terribile serata, anche se rimane da fissare lo spartiacque tra la fantasia e la realtà. Una cosa è certa: per mesi e mesi chiacchiere, indiscrezioni, mistificazioni, fanno, comunque, il giro della Città; addirittura per molto tempo circola la voce secondo cui quella sera, su quel fuoristrada, ci sono altri due uomini oltre l’autista e i due assassini. Il summit, insomma, non si doveva tenere tra i clan De Feo e D’Alessio, ben poca roba per un duplice omicidio, ma tra i vertici della ”cupola camorristica” di due potentissime famiglie campane.
Però i fatti accaduti dopo quella fatidica sera sembrano confermare le fantasiose teorie. Sulle “famiglie”, sui “clan” sempre più divisi dopo i tragici fatti del 12 febbraio 1992 si avventa lo Stato: settecento carabinieri, poliziotti e finanzieri setacciano per mesi e mesi tutta la Campania alla ricerca dei killer di Faiano. Cadono in rapida successione gli Alfieri, i Galasso, i Maiale e i Pepe.
Due giorni dopo l’eccidio, il 14 febbraio 1992, nel Duomo di Salerno si celebrano i solenni funerali di Stato per i due Carabinieri uccisi. Flavio Bufi su “Il Corriere della Sera” così descrive le fasi concitate delle esequie: <<La folla contro i politici: ” buffoni “. Salerno, davanti alle proteste Spadolini ammette: “questa gente ha ragione” . Oltre cinquemila persone hanno dato l’ultimo saluto ai due militari assassinati a Pontecagnano e hanno contestato le autorita’ e i politici che hanno partecipato alla cerimonia. A guardarla da dietro, la lunga navata centrale del Duomo di Salerno e’ un’ interminabile sequenza di teste immobili e abbassate, su cui spiccano i pennacchi di quattro carabinieri in alta uniforme e le punte di una decina di gonfaloni. Li’ , oltre quelle teste, quei pennacchi e quei drappi, ci sono le bare di Claudio Pezzuto e Fortunato Arena, i due carabinieri massacrati la sera di mercoledi’ nella centralissima piazza Garibaldi di Pontecagnano dai camorristi Carmine Di Feo e Carmine D’ Alessio. Ora intorno alle bare dei due militari, circondate da fiori (c’ e’ anche la corona inviata dalla presidenza della Repubblica), ci sono almeno cinquemila persone. Per due ore restano in silenzio, commosse. Poi esplodera’ la rabbia. Contro quei rappresentanti dello Stato che sono venuti qui per rendere omaggio alle vittime dei killer camorristi. Ci sono il presidente del Senato Giovanni Spadolini, il ministro della Difesa Virginio Rognoni, quello degli Interni Enzo Scotti.  E ancora il ministro per le aree urbane Carmelo Conte, che e’ di Piaggine, un centro distante pochi chilometri da Salerno. E poi il comandante generale dei carabinieri Antonio Viesti e il capo della polizia Vincenzo Parisi. Parlano poco i ministri. Soltanto Rognoni spiega che le indagini per catturare gli assassini “sono a buon punto”. Ma le cinquemila persone che affollano il Duomo, e tutte le altre che non sono riuscite ad entrare in chiesa e ora riempiono il chiostro li’ davanti e gli stretti vicoli che si arrampicano verso la basilica, non guardano molto, per adesso, quegli uomini potenti vestiti di scuro. Gli occhi di tutti sono puntati sulle due bare poggiate su un tappeto viola e avvolte ciascuna in un drappo tricolore. Guarda le bare, la gente, e guarda le famiglie straziate di Fortunato Arena e Claudio Pezzuto, che hanno preso posto ai due lati dell’ altare. Quando alle 11.35 l’ organo intona le prime note che introducono la funzione, spezzando un silenzio diventato sempre piu’ opprimente, le mogli dei due militari uccisi hanno un sussulto. La vedova Pezzuto si accascia sulla sedia, l’ altra invece si alza e si stende sulla bara. Devono intervenire i parenti per tirarle su e cercare di calmarle, per quanto e’ possibile. Poi l’ arcivescovo di Salerno Guerino Grimaldi comincia il rito funebre. Da lui ci si aspettava un’ omelia dura, dopo i passi che erano stati diffusi alla vigilia dei funerali. Invece l’ alto prelato non urla rabbia. Esprime solidarieta’ all’ Arma, ricorda che l’ elenco dei carabinieri uccisi si allunga sempre di piu’ e dice che “ormai non prevale piu’ la forza del diritto ma il diritto della forza”. E l’ annunciata richiesta di “giustizia esemplare”? L’ Arcivescovo non la pronuncia. Dice che “di fronte alla violenza non si puo’ tornare indietro” e aggiunge che “questa tragica circostanza ci spinge a chiedere piu’ aiuto” e che “noi non saremo mai complici con il silenzio”. Alle 12.25 il rito e’ alle ultime fasi. Un militare legge la “Preghiera del carabiniere”. Una tromba intona le prime note del “Silenzio”, poi l’ organo ricomincia a suonare. Gli uomini dello Stato si avvicinano alle famiglie, scambiano qualche parola, incoraggiano. E mentre la melodia dell’ organo sembra incalzare sempre piu’, quattro carabinieri si avvicinano a ognuna delle bare, le prendono a spalla e le portano verso l’ uscita. I cinquemila del Duomo adesso applaudono. Con gli occhi lucidi, pero’ . Applaudono quando sfila la prima bara coperta dal tricolore, applaudono quando esce la seconda. Applaudono ancora per qualche attimo, ma appena la navata centrale e’ imboccata da Spadolini e Rognoni (Scotti abbandona la chiesa usando un’ uscita laterale) nessuno applaude piu’ . Fuori c’ e’ altra gente che invece urla. “Pena di morte!” e poi: “Buffoni, ladri”. E ancora: “Voi andate superscortati e questi ragazzi muoiono”. Rognoni si infila in auto in silenzio. Spadolini invece mormora: “Mi dispiace dirlo, ma questa gente ha ragione”. La rabbia e’ tanta ma dura poco. Le auto blu si fanno largo tra la folla e davanti al Duomo resta la gente e tanti uomini in divisa. Carabinieri, agenti di polizia, uomini della finanza, anche qualche alpino. I carri funebri sono andati via da un pezzo. Le radio degli uomini del servizio d’ ordine gracchiano le ultime disposizioni. Qualcuno, senza nemmeno piu’ strillare, lancia ancora insulti ai ministri. La rabbia non finisce in questo vicolo strettissimo. Ma ora il dolore e’ piu’ forte. Una donna bassa e rotonda ripete quasi a se stessa: “Perche’ li hanno lasciati soli? Forse se stavano in tre si salvavano”. Poi abbassa gli occhi e piange>>.
Dopo mesi e mesi di ricerche, di perquisizioni, di delusioni, vengono alla fine catturati Carmine De Feo e Carmine D’Alessio. Accerchiati in una casa di Calvanico, grazie ad una soffiata di un comune cittadino che aveva notato strani movimenti in quella casa da tempo disabitata, non si arrendono e cercano di resistere all’irruzione del capitano Domenico Martucci e di tre suoi uomini (Armentano, Tiberio e Capparrone). I killer dettano le condizioni della resa che avviene nelle mani del pm Alfredo Greco senza spargimento di sangue. E’ il 14 luglio 1992.  Il giornalista Antonello Velardi su “La Repubblica” così descrive la cattura: <<SALERNO – Si erano rifugiati in un appartamentino lontani da occhi e orecchie indiscreti. L’ avevano preso in affitto grazie alla complicità di un imprenditore amico, cercando così di mescolarsi ai turisti e agli studenti della vicina università di Fisciano, che solitamente affollano Calvanico, un paesino del Salernitano abbarbicato ai Monti Piacentini. Ma ieri mattina, all’ alba, sono stati stanati dai Gis, i Gruppi di intervento speciale dei carabinieri, spediti direttamente dal Comando generale. Dopo cinque mesi è finita la caccia all’ uomo. Carmine De Feo, 30 anni e Carmine D’ Alessio, 27, gli assassini dei due carabinieri di Faiano di Pontecagnano, sono stati sorpresi nel sonno. Hanno confermato la fama di irriducibili, pronti a tutto. Hanno reagito, cominciando a sparare e pretendendo di incontrare un magistrato. Barricati in una stanza, si sono consegnati al giudice e ai carabinieri dopo circa un’ ora. ‘ Ha vinto la legalità’ “E’ stata la vittoria della legalità, va sottolineato il sangue freddo dei militari che non hanno voluto una prova di forza che avrebbe potuto concludersi con un bagno di sangue”, dice a metà mattinata, in una conferenza stampa, il sostituto procuratore Alfredo Greco che si era precipitato a Calvanico e che ha coordinato le indagini, fino alla cattura dei due latitanti. Un’ operazione perfetta, che ha meritato il compiacimento del capo dello Stato che ha inviato un messaggio al comandante generale dell’ Arma Viesti. Nessuna vendetta da parte dei carabinieri, soltanto “una grossa prova d’ orgoglio da parte dei colleghi dei militari barbaramente assassinati”, aggiunge il colonnello Virgilio Chirieleison, il comandante della Legione di Salerno che ha seguito l’ operazione. E che subito dopo, alle sei e mezzo del mattino, ha chiamato le vedove dei due carabinieri per comunicare l’ avvenuta cattura. Rabbia, rancore, odio. Non sono riuscite a dimenticare e a perdonare le due giovani mogli di Fortunato Arena, 23 anni, e Claudio Pezzuto, 31, assassinati alle otto di sera del 12 febbraio scorso nella piazzetta di Faiano, ad un posto di blocco. “Non voglio più tornare in Campania, non voglio più sentire parlare di questa storia”, dice adesso Tania Pisani, la moglie di Pezzuto, che vive con i genitori in un paesino in provincia di Potenza. “Nessuno potrà più ridarmi né mio marito, né mio figlio”, ribadisce Angela Lampasone, che abita ancora nella casa di famiglia a Nocera Superiore, nel Salernitano, e che a causa del grande dolore perse il figlio che portava in grembo. I due camorristi si erano rifugiati in un appartamento di via Tasso, a poca distanza dalla piazza principale del paesino. Vi erano giunti probabilmente di notte, da non più di due o tre giorni. Erano stati preceduti da un loro amico, Francesco Greco, 27 anni, piccolo imprenditore edile della vicina Baronissi, con precedenti penali di poco conto, poi arrestato con l’ accusa di favoreggiamento. Rapide trattative Il giovane era arrivato in paese alla fine di giugno e si era rivolto al titolare del “bar Centrale” chiedendo se vi fossero locali liberi da affittare per i mesi estivi. Era stato dirottato a casa di Michele Savarese, 74 anni, pensionato, proprietario di due appartamenti solitamente dati in uso agli studenti fuori sede e, in estate, a villeggianti. “Devono venire in vacanza alcuni miei parenti dalla Germania”, aveva spiegato, senza far balenare alcun sospetto. Rapide le trattative, aveva pagato anche le novecentomila lire concordate per l’ intero mese di luglio. Ma poi, nei giorni successivi, aveva spiegato che l’ arrivo dei parenti era stato ritardato. “C’ è un cambio, verranno alcuni miei cugini che devono studiare e hanno bisogno di tranquillità”, aveva aggiunto, durante un altro sopralluogo. Quando i due camorristi siano arrivati non si sa con precisione. Alfredo Forte, un camionista salernitano che ha preso in affitto l’ appartamento a piano terra per trascorrervi l’ estate con la moglie e i due figli, ha spiegato ai carabinieri che soltanto da poco tempo aveva cominciato ad udire rumori di spostamenti di sedie e tavoli. E, ogni tanto, qualche flebile voce. Da 72 ore, la zona era sotto controllo delle forze dell’ ordine. I carabinieri hanno localizzato l’ appartamento, facendo terra bruciata attorno ai due pregiudicati. L’ altra notte, la decisione di intervenire, quando vi era certezza della presenza dei latitanti. I Gis hanno fatto da battistrada, gli uomini del Ros e del Gruppo di Salerno da copertura. Una settantina di carabinieri hanno occupato il paese. Perfetta l’ azione coordinata: unico segno dell’ incursione, un portoncino forzato. Nell’ appartamento sono stati trovati fucili, mitra e pistole. Non è escluso che alcune delle armi siano state utilizzate la sera del 12 febbraio. Per il duplice omicidio, la giustizia stavolta non si è inceppata. E’ già stato avviato il processo. La prossima udienza, in corte d’ assise, è in programma il primo ottobre con l’ interrogatorio di alcuni testimoni. E in aula ci saranno anche gli assassini>>.
Molto probabilmente, però, è stata la cattura di Rita De Feo (sorella del camorrista in fuga), avvenuta qualche giorno prima del 14 luglio, che manteneva i collegamenti con i due fuggiaschi a portare i catturandi sulle piste dei due fuggiaschi. Hanno inciso anche i pedinamenti a carico del poliziotto Giorgio Rossomando (poi rinviato a giudizio per favoreggiamento) che probabilmente ha ospitato i due killer in una sua casa di Bellizzi a poca distanza dal luogo della strage. Encomiabile, comunque, l’azione rapida, tempestiva e coraggiosa del giovane capitano Martucci e dei suoi tre assistenti, i primi a mettere piede nell’appartamento di Via Tasso di Calvanico.
Il processo di primo grado è velocissimo, inizia la mattina del 1° ottobre 1992 e si conclude la sera del 9 ottobre 1992, durissima la sentenza: ergastolo per entrambi gli assassini. La legge, almeno quella degli uomini, vince. I due imputati non battono ciglio, neppure una smorfia sui loro volti, accettano misteriosamente ed in silenzio la condanna che viene confermata in tutti i gradi di giudizio.
Come molti altri assassini prima di lui, anche per Carmine D’Alessio arriva in carcere il momento della poesia che sembra mettere in evidenza l’esistenza di un’anima e di una coscienza. Nel carcere scrive “Passato” una poesia di pochi versi che per dovere di cronaca riportiamo qui di seguito:
Passato
Passato sofferente,
Ed a volte violento.
Passato pesante come una catena
Che imprigiona il corpo e la mente
Passato da ricordare
Per ricominciare
Perdonare e farsi perdonare
La vita non gli darà, però, la possibilità di ricordare, di ricominciare, di perdonare e di farsi perdonare. Un tumore lo aggredisce e lo spedisce al creatore la mattina del 24 giugno 2008.
Sono passati vent’anni da quell’orribile strage e l’Arma, ovviamente, non dimentica i suoi eroi. Le famiglie ancora oggi sono tristemente travolte dal dolore anche perché a distanza di tanti anni non hanno ancora avuto una spiegazione logica sul perché di quella strage. Al di là delle condanne e della verità processuale.
C’è una sola certezza, quel giorno, quel maledetto 12 febbraio 1992, su un anonimo marciapiede di Faiano di Pontecagnano cessò la vita dei due eroi Fortunato Arena e Claudio Pezzuto per mano di due ignobili delinquenti fino a quel momento quasi sconosciuti:  Carmine il mancino e Carmine il tossico.

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