il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

“Mio Padre” di Antonio Romano


Aldo Bianchini

TEGGIANO – Qualcuno potrebbe dire che Antonio Romano, autore del libro “Mio Padre”, è da annoverare semplicemente tra le numerose “nuove voci” del panorama letterario italiano. Non è così, ed a supporto della mia tesi porto precise considerazioni che vado ad esporre in questo mio scritto che mi permetto di chiamare recensione. Innanzitutto va detto che Antonio Romano, nato a Sassano nell’aprile del 1947, pur vivendo da molti anni lontano dal suo paese d’origine non ha dimenticato le sue radici, forse anche umili, sicuramente sane ed educative; degne, comunque, di essere tramandate di padre in figlio per diverse generazioni, tanto sono inossidabili nel tempo ed inattaccabili dal cambiamento dei costumi. Come sempre quando un autore si accinge a scrivere del padre, della madre o dei genitori in genere, corre il serio rischio di finire nella descrizione retorica e sentimentalistica nel tentativo di eclatare le virtù e le capacità affettive dei propri congiunti. Ho letto con attenzione il libro di Antonio Romano, un libro che in verità è un avvincente romanzo in grado di trascinarti nei periodi del primo dopoguerra ed in quelli immediatamente precedenti e successivi del secondo conflitto mondiale; un viaggio che l’autore compie in punta di piedi ma con eccezionale fermezza e sicurezza, si capisce che crede in quello che scrive. Un romanzo che sicuramente apre uno spaccato, visibile – percepibile e palpabile, sulla Sassano e sulla sua realtà contadina degli anni del fascismo fino alla sua caduta, un’epoca politica che l’autore tocca a volo d’angelo per non impantanarsi nella politica. Nel corso della lettura (quattrocento pagine che non lasciano spazio alla noia) mi sono spesso imbattuto, sarebbe sciocco non dirlo, nella retorica e nel sentimentalismo più scontato; ma l’autore resiste ad ogni tentazione emotiva (i cui impulsi traspaiono con chiarezza), non indugia più di tanto nella declinazione soltanto delle virtù del padre ma va avanti cercando di recitare la parte dello scrittore che raccoglie, confidenze, emozioni, frasi, convinzioni personali, prima di imprimerle sulla carta. Sembra quasi che il padre dell’autore sia ancora vivo, che accompagni il figlio per mano lungo tutto il sentiero della propria vita e che (in una dimensione dantesca) lo lasci ad un certo punto del cammino per farlo andare avanti da solo, sicuro della capacità del figlio di esserci sempre. Il dolore che Antonio prova per la morte del “suo Gaetano” rasenta, almeno nella descrizione dell’autore, quasi la gioia per gli insegnamenti ricevuti e per quelli che riuscirà a dare. Certo, nel romanzo ci sono luoghi comuni e cose ovvie, ma questo fa parte del gioco, anche se le cose ovvie vengono sciorinate con assoluta maestria e sempre con tatto ed umiltà. Il romanzo è quasi come un’intervista che il figlio fa al padre che lo ha lasciato con una intensità amorosa da far sì che la lettura non sia mai pesante ma sempre piacevole e, sotto certi aspetti, liberatoria. Infatti l’autore riesce a sdoganare tanti luoghi comuni sul rapporto genitori-figli e soprattutto su quello padre-figlio che è stato sempre, e rimane tale, un rapporto abbastanza complicato ed anche difficile rispetto a quello che esiste tra madre e figlio.
Nella post-fazione c’è una frase che mi ha colpito: “ogni singola pagina di questo libro trasuda l’amore profondissimo di Antonio per il padre Gaetano, un amore imperturbabile, indifferente agli assalti del tempo, dello spazio, della vita e della morte”; da qui si desume la semplicità e la grande abilità dell’autore che è riuscito a romanzare ed a far passare come unico ed intoccabile un sentimento che milioni e milioni di figli provano per i loro padri. E il romanzo parte proprio da questa affermazione per diventare un romanzo di tutti, anzi “il romanzo di tutti”, perché ognuno mentre legge si cala facilmente nella realtà del vissuto di Antonio e Gaetano per riportarlo nell’ambito del proprio vissuto, ai propri sentimenti, al proprio inscindibile rapporto con i genitori e con il padre in particolare. Insomma Antonio è riuscito a descrivere, partendo dai suoi, i sentimenti che tantissimi provano e vivono sulla propria pelle. Ma nel racconto romanzato Antonio pone anche all’attenzione generale le problematiche storiche del mondo del lavoro che nel tempo si sono soltanto mistificate sotto mentite spoglie ma che sono rimaste intatte ed inamovibili nella loro complessità. Il tutto in una raffigurazione storico-letteraria che lascia, a tratti, il lettore con il fiato sospeso. Dei tantissimi momenti di attenzione, mi ha colpito la descrizione, ad esempio di quei “guardia pesca” (controllori dei lagni e dei corsi d’acqua successivi alla bonifica del Vallo di Diano) che con i loro ricatti tenevano in pugno buona parte della popolazione dell’epoca; una sorta di “caporalato” per lo sfruttamento delle braccia lavorative che anche oggi è presente sotto altre forme; una pratica abominevole che lo Stato fa solo finta di voler combattere; e questa è storia di questi giorni, dei nostri giorni. Così come mi ha colpito la storia del soldato-calzolaio Antonio Cusati che si era fatto da solo e che da solo era riuscito a scalare vette importanti, per l’epoca, nella considerazione generale dei sassanesi ed anche dei valdianesi che tra le due guerre venivano, a turno, chiamati sotto le armi e venivano esaminati dal calzolaio prima di partire da Sala Consilina verso le diverse destinazioni. Scrive nella sua prefazione Barbara D’Alto che “Il cuore pulsante di questo scritto, quello che alimenta e unifica vicende e sentimenti, che offre un senso ultimativo all’intera narrazione, è contenuto in un pensiero espresso dell’autore nelle note introduttive: mio padre era stato tutto quanto Cristo voleva che un uomo fosse”. Un pensiero profondissimo di Antonio, un unicum nel panorama letterario attuale che sfiora la perfezione linguistica in quanto riesce in poche parole a dare la dimensione giusta di quel sentimento, quasi devozione, che dovrebbe sempre esistere nell’animo del figlio verso il padre. In conclusione, per dirla tutta, lo scrittore Antonio Romano non ha avuto bisogno del “ghostwriter” per scrivere un romanzo che è sgorgato, dalla prima all’ultima parola, del cuore. Per queste ragioni, e per molte altre ancora, è giusto che stasera il grande pubblico accorra nella sala auditorium del Vescovado di Teggiano per assistere alla presentazione del libro-romanzo.

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