il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

LA GIUSTIZIA IN DANTE

Giovanni Falci

ho accettato con vero piacere, e lo ho considerato un onore, l’invito della professoressa Scarsi, di cui sono stato alunno nell’anno scolastico 1972/73 nella III A del liceo De Sanctis di Salerno, di svolgere un intervento in occasione dell’evento che celebra il 750esimo anniversario della nascita di Dante Alighieri.

Devo, però, fare una premessa autogiustificativa: non ho avuto tanto tempo per prepararmi e, considerato che il mio lavoro è un altro, vi chiedo di perdonarmi se qualche concetto non sarà facilmente comprensibile o del tutto originale, anche perché è difficile trovare qualcosa che sia stato scritto organicamente sulla “Giustizia” e sul “Diritto” in Dante, tema sul quale mi intratterrò.

Credo che per affrontare il tema si debba seguire un percorso che inizia da qualche perché.

Perché Dante ha scritto la Divina Commedia?

I suoi riferimenti alla giustizia non si trovano solamente nella Divina Commedia, ma soprattutto nel De Monarchia.

Perché, però, ha deciso di scrivere quest’opera, nella quale la giustizia è quasi l’interprete principale?

Di massima, si spiega l’esigenza di metter in scena la giustizia come conseguenza della voglia di Dante di dimostrare la propria innocenza dalle accuse che gli erano state rivolte.

Dante, infatti, era stato condannato a morte due volte, la seconda volta con i suoi figli: «Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia».

Recita così il testo della sentenza emessa dal tribunale cittadino che segnò per sempre la vita del Sommo Poeta e insieme la storia della letteratura italiana.

Dante, dunque, avrebbe incentrato la sua opera sulla giustizia per propria difesa e, aggiungerei, anche per il gran desiderio di vendetta, soddisfatto.

Questa tesi è stata sostenuta da autorevoli commentatori di Dante da Foscolo a Sapegno i quali sostengono che alle origini della Commedia vi è l’accesa polemica, la collera sdegnosa dell’esule senza demerito, il risorgere violento di una coscienza offesa.

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In effetti a ben guardare potrei definire la Commedia come un grande maxi-processo in cui ci sono condannati, assolti ed anche altri affidati in prova al servizio sociale.

Ovviamente i condannati nell’inferno, gli assolti nel paradiso e gli affidati al servizio sociale in purgatorio.

Il thema probandum per tutti è il modo in cui si è vissuti e quindi gli atti che si sono commessi.

E allora, seppur brevemente, occorre ripercorrere la vicenda processuale di Dante che ebbe come esito quella condanna di cui prima ho letto il dispositivo.

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Guelfo convinto e iscritto all’Arte dei Medici e Speziali, Dante aveva già al suo attivo diversi incarichi politici ed era uno dei protagonisti della scena istituzionale della sua città.

L’autonomia della stessa per lui era un valore sacro da difendere contro qualsiasi ingerenza, sia da parte di sovrani stranieri, sia da parte del Papa.

Per tali ragioni accolse come un evento infausto l’ascesa al papato nel 1294, del cardinale Benedetto Caetani, favorita dalla rinuncia di papa Celestino V (più che plausibile il riferimento a lui nel verso «colui che fece per viltade il gran rifiuto» del III canto dell’Inferno).

Il nuovo pontefice, che aveva preso il nome di Bonifacio VIII, trovò nel letterato fiorentino un fiero oppositore alla sua politica espansionistica, che a Firenze finì per dividere il partito guelfo in due fazioni:

i Bianchi, capeggiati dalla famiglia dei Cerchi ed espressione dell’aristocrazia più aperta alle forze popolari, erano contrari a qualsiasi ingerenza da Roma;

i Neri, guidati dai Donateschi e rappresentati dalle famiglie locali più ricche, erano per interessi economici strettamente legati al Papa.

Schierato con i Bianchi, Dante si venne a trovare sempre più isolato dai suoi, oltre che odiato a morte dai suoi avversari, per via della sua partecipazione al Consiglio dei Cento che aveva deciso la messa al bando dalla città degli esponenti più violenti delle due fazioni.

A questo punto la strategia di Bonifacio VIII lo attirò in una trappola “letale”.

Dopo aver mandato Carlo di Valois, fratello di Filippo IV re di Francia, a prendere il controllo del Comune, fece in modo che il Poeta fosse inviato come ambasciatore a Roma per discutere la pace e qui trattenuto oltre il dovuto con l’inganno.

In questo frattempo, Carlo di Valois approfittò dei disordini cittadini per rovesciare il governo “bianco” di Firenze, nominando Podestà il fedele condottiero Cante Gabrielli.

Il nuovo Podestà, alleato con i Neri, iniziò un’azione persecutoria nei confronti dello scrittore che, oltre a vedersi saccheggiata la casa, finì sul banco degli imputati con accuse infamanti, tra cui l’estorsione e la baratteria.

Quest’ultimo reato (affrontato nei canti XXI e XXII dell’Inferno), assimilabile al moderno peculato e la corruzione, era utilizzato spesso come pretesto per far fuori i propri avversari.

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A questo punto si impone una riflessione: niente di nuovo sotto il sole!

L’uso per fini politici della giustizia.

L’esempio di Dante ne è una conferma così come lo sarà nel XVI secolo l’inquisizione e, per venire a fatti più recenti nel XX secolo la c.d. tangentopoli.

E’ spesso ricorrente nella storia il ricorso al processo per perseguire fini politici.

Quando ad esempio nel 500 la Chiesa stava perdendo importanza difronte ad una nuova classe sociale, quella dei mercanti, la stessa decise di riaffermare il proprio potere con un’azione squisitamente giuridica.

L’introduzione di una nuova figura di reato, l’eresia, quindi una nuova norma di diritto sostanziale e l’introduzione di una nuova norma processuale, la possibilità di procedere senza accusatores, cioè su denuncia anonima, e l’uso della tortura fisica come strumento di ricerca della prova.

Si ebbe così quel periodo passato alla storia come quello della inquisizione che permise al potere papale di liberarsi di oppositori scomodi attraverso processi ad personam.

Così è stato nel 1992 attraverso l’introduzione nel sistema della norma del finanziamento illecito dei partiti politici (norma di diritto sostanziale) e con l’uso abbastanza “allegro” e allargato, se non addirittura strumentale, della custodia cautelare che determinò lo stesso terrore della inquisizione e gli stessi risultati: una catena di confessioni di comodo che facevano terminare la tortura.

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Tornando a Dante fu organizzato un processo farsa al quale il Poeta preferì sottrarsi, presagendo il destino cui sarebbe andato incontro.

Si arrivò così alla sentenza del 10 marzo 1302 che condannava in contumacia l’imputato a due anni di confino, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, alla confisca dei beni e al pagamento dell’ammenda di 5000 fiorini piccoli.

Al suo reiterato rifiuto di presentarsi davanti al giudice, la pena, estesa nel 1315 ai figli Jacopo e Pietro, fu commutata nella confisca dei beni e nell’esilio perpetuo, con l’alternativa della condanna al rogo se fosse stato catturato.

La storica sentenza della condanna all’esilio è raccolta nel Libro del Chiodo, attualmente conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze.

Questa sentenza quindi costituì l’humus ideologico e stilistico del suo capolavoro immortale: la Divina Commedia.

La baratteria, intesa come reato, nell’attuale diritto è stata ormai sostituita da quello di corruzione di pubblico ufficiale.

Gli studiosi ritengono che il processo non avesse fondamento e che fosse un espediente per sbarazzarsi di un nemico politico.

L’accusa di baratteria era infatti frequente in quel tempo come mezzo per liberarsi degli uomini della fazione nemica, una sorte di finanziamento illecito del 1992 come dicevamo prima.

Con riferimento al termine vi sono due accezioni di baratteria:

una sua prima accezione è per così dire plebea e mercantile:

erano chiamati barattieri i ” calones “, i ” ganeones “, coloro che esercitavano la professione di facchino e addirittura di boia, chi teneva un banco di gioco, chi viveva, come ribaldo, alla giornata, rapinando ed esercitando mestieri vili e turpi, anche al seguito degli eserciti (Bongi).

Una sua seconda accezione è per così dire aristocratica e politica:

in tal senso, barattieri sono ” qui iudices pecunia corrumpunt, atque adeo ipsi iudices corrupti ” (Du Cange), cioè tutti coloro che, in quanto pubblici impiegati o investiti di pubbliche funzioni, sopra tutto di cariche politiche, si facevano corrompere da denaro e facevano praticamente commercio della cosa pubblica (e anche, ma forse solo in linea secondaria, i corruttori, coloro che fruivano delle illecite prestazioni dei funzionari corrotti).

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La baratteria s’incontra tre volte nella Commedia:

in If  XXI 41 un diavolo, rivolgendosi agli altri diavoli, grida:

O Malebranche, /

ecco un de li anzïan di Santa Zita! /

Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche /

 a quella terra, che n’è ben fornita: /

 ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo.

In If XXII 87 la stessa qualifica di barattiere vien data da Ciampolo a frate Gomita, che barattier fu non picciol, ma sovrano; e, poco oltre lo stesso Ciampolo riesce a sfuggire a un nuovo attacco dei diavoli, immergendosi in tempo sotto la pece e provocando così una zuffa fra i diavoli stessi:

e come il barattier fu disparito, /

così volse li artigli al suo compagno, /

e fu con lui sopra ‘l fosso ghermito.

Barattieri sono dunque i dannati della quinta bolgia dell’ottavo cerchio.

Dante immagina d’aver lasciato la quarta bolgia e di essersi affacciato sulla quinta, che trova mirabilmente oscura.

I dannati vi sono puniti immersi nella pece bollente, che ricorda al poeta quella del cantiere navale di Venezia.

A guardia stanno i diavoli neri, detti Malebranche, che hanno anche il compito di ghermire e strappare, con gli uncini di cui sono dotati, le carni dei barattieri.

Dante ricollegava alla baratteria un disvalore, prima che giuridico, morale che gli derivava da una sua coscienza cristiana e da tutta una tradizione etico-religiosa, specialmente medievale.

E’ singolare riflettere come Dante ricorra ad una interpretazione analogica per inquadrare il disvalore sociale della baratteria.

Nella casistica teologica, che va da Cassiano a S. Tommaso, manca questa voce nel senso specificamente tecnico sopra illustrato, ma non manca la condanna di quel tipo fondamentale di peccato, come la frode e l’avarizia, nel quale può ben rientrare la baratteria, che era sempre un accaparrarsi del denaro in modo subdolo e fraudolento.

Nei testi di S. Gregorio e di Isidoro, che ebbero abbastanza diffusione in Firenze ai tempi di Dante, l’avarizia è posta tra i ” perfecta vel principalia vitia ” e, nelle opere di Ugo da S. Vittore e di S. Tommaso, è considerata come ” immoderatus amor habendi possessiones “, come ” appetitus pecuniae ” rivolto ad acquistare beni e a privarne gli altri: il che non può accadere se non con frode, perché, sempre secondo S. Tommaso, chi brama ricchezze è costretto a ricorrere all’inganno.

Nel contesto tomistico, secondo il Reade, la baratteria va intesa come peccato contro la carità e la giustizia distributiva.

Addirittura di ” vitia criminalia “, a proposito di avarizia, aveva parlato Alcuino e, in tempi più recenti, Pier Damiani, quasi a classificazione di una colpa che era insieme religiosa e civile, come quella della baratteria.

Perciò non a caso Dante condensa in questa tanto l’amore del denaro, che egli condanna sopra tutto nelle forme dell’avarizia e dell’usura, quanto la frode, che egli considera propria dell’uomo (If  XI 25 e 52-60).

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Fatta questa premessa di ordine storico, indispensabile per comprendere il pensiero di Dante che va collocato nel suo tempo vorrei cercare di addentrarmi più specificatamente nell’idea che Dante aveva del diritto, della giustizia e della pena.

Mettendo Dante nel suo tempo si spiega forse la ragione per la quale l’omicidio non era considerato tra i peggiori reati — ammesso che oggi possa essere considerato tale — né il peggior peccato (visto che nella Commedia si parla di peccati).

Ciò può dipendere dal valore relativo che la vita aveva al suo tempo e dall’approccio alla persona umana tipico dell’epoca.

Nell’Inferno più che essere punita la persona è punito l’atto, è punita la violazione in sé.

Dante costruisce una scala nella quale sono evidenziati gli atti meritevoli di punizione e, se si considera che l’integrità fisica della persona era poco considerata al tempo, anche dalle autorità, si può dedurre che l’omicidio non era, generalmente parlando, considerato tanto grave quanto è considerato ai nostri tempi.

È necessario — quando si legge l’opera cercando di fare paragoni, di trovare connessioni, riferimenti tra il testo e la nostra vita quotidiana — collocare il lavoro di Dante in riferimento all’epoca in cui egli è vissuto.

Gli influssi dell’ambiente e del tempo sono notevoli e non possono essere tralasciati.

Essi non possono essere dimenticati in primo luogo riguardo alla giustizia.

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Dante parla esplicitamente di giustizia in più circostanze.

Per gli uomini del mondo che “mal vive” è necessario, secondo il poeta, rinnovare se stessi e ciascun altro individuo.

È necessario arrivare alla rieducazione di ciascuna persona, e una citazione, tratta dal Paradiso, che fa ben capire dove Dante collocasse la giustizia, è quella rivolta ai regnanti: “Diligite iustitiam”, amate la giustizia, “Qui iudicatis terram”, voi che regnate in terra (si tratta del primo versetto del libro della Sapienza che Dante nel XVIII canto vede disegnarsi nel cielo di Giove dalla danza delle anime).

Che la Giustizia sia manifestazione della volontà divina risulta anche nell’Inferno, sulla cui porta compare l’affermazione: “Giustizia mosse il mio alto fattore”.

La giustizia è stata la molla e la spinta che ha indotto Dio ad organizzare la vita ultraterrena in quel modo che Dante ci rappresenterà.

Dai versi che seguono risulta che la giustizia è tanto forte e tanto potente da essere di sprone per i dannati ad oltrepassare l’Acheronte: infatti l’armonia che si raggiunge attraverso l’affermazione della giustizia coinvolge, una volta abbandonata la vita terrena e giunti a comprendere la giustizia divina, anche i dannati, che passano dal timore della punizione al desiderio di subirla proprio perché l’armonia si realizzi.

Altri accenni alla giustizia sono contenuti in altre opere, come nel Convivio, per esempio, dove Dante afferma che il massimo dell’ordine del mondo risiede nel massimo della giustizia.

La giustizia è messa in relazione al proprio tempo.

Nella canzone “Tre donne intorno al cor mi sono venute”, Dante lamenta lo scempio della giustizia fatta ai suoi tempi.

È possibile che egli fosse un po’ parziale, per il suo coinvolgimento personale; fatto sta che vede la giustizia scempiata (la Giustizia terrena è con la gonna a brandelli, è stuprata, e la legge naturale e la legge positiva sono scalze e impresentabili): Questa è l’idea che Dante aveva di come fosse amministrata la giustizia al suo tempo.

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Possiamo ora cercare di rilevare il pensiero di Dante sulla giustizia come categoria.

La giustizia viene da Dio.

Addirittura è la volontà di giustizia a muovere Dio nelle sue azioni, ma tuttavia la giustizia amministrata in terra si trova in condizioni disperate.

Dante si rivolge domande sulla amministrazione della giustizia da parte di Dio: perché Dio permette che i giusti soffrano e i potenti pecchino senza punizione?

Alla domanda: “Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?” (Purgatorio, VI, 120) Dante non sa rispondere.

Si chiede se Dio non sia talora distratto per permettere che si verifichino tali ingiustizie.

Si tratta di un’indicazione importante sul modo di intendere il contenuto della giustizia da parte di Dante, modo sviluppato costantemente in tutta la sua opera e in tutta la Divina Commedia.

Il principio di giustizia è da Dante ritenuto un principio retributivo, secondo il quale al bene corrisponde il bene e al male corrisponde il male.

Dante è convinto che conseguenza della giustizia sia far corrispondere bene al bene e male al male.

In altri passi la Giustizia è definita come proporzione: ad esempio, nel secondo libro del De Monarchia, è la proporzione che deve esistere tra uomo e uomo, proporzione che serve alla società per evitare che la corruzione possa avere il sopravvento.

Questa è l’idea.

La conseguenza è che la giustizia deve portare premio al merito e punizione e castigo al demerito.

Questo è senso della giustizia intesa come valore e punto di riferimento.

All’identificazione del concetto di giustizia deve seguire l’identificazione del concetto di diritto, dopo la quale si potrà rispondere anche alla domanda relativa alla relazione tra moralità pubblica e legge.

L’idea di Dante del diritto è sicuramente influenzata notevolmente dalle conoscenze dell’epoca: Dante ha un’idea del diritto che si rifà soprattutto a San Tommaso e alla Scolastica.

Dante distingue uno Iustum naturale da uno Iustum legale, distinzione che pone il problema della giustificazione del diritto.

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