il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

La storia infinita

di Felice Bianchini junior

ROMA – Quando l’incapacità di trovare un accordo diventa insostenibile, ciò che viene in aiuto è l’evidenza, ovvero ciò che non può essere negato, poiché “palesemente dinanzi agli occhi”. Ciò che viene ritenuto evidente, tuttavia, è oggetto di negligenza: accade spesso che venga archiviato come certezza, e dimenticato. Indagare le “evidenze”, così, diviene – per i più – spreco di tempo ed energie.
Nel mondo “occidentale” viene insegnato che la guerra è un qualcosa di lontano, nel tempo e nello spazio. Tuttavia, basta un “click” sul telecomando per venire inondati da notizie di violenza e di conflitti armati, i quali vedono impegnate, quantomeno diplomaticamente, anche le “nostre” forze. Come si spiega? Noi occidentali non facciamo più la guerra: esportiamo la pace. Mentre la voce dell’occidente parla di pace, Papa Francesco e la Tv dicono che “viviamo in un mondo in guerra”. Ma questa guerra, dunque, mi riguarda?
La guerra non è altro che competizione, e la competizione è ritenuta evidentemente parte della nostra natura. In tempi di pace, non si parla più di guerra, ma di competitività. In cosa consiste la competizione? In nient’altro che un confronto che faccia emergere un vincitore; con la sola differenza che in questo nostro continuo confronto quotidiano manca spesso un arbitro. Si va infatti confondendo la “meritocrazia” con la “selezione naturale”.
Il quadro normativo (il potenziale “arbitro”) entro il quale si cerca di far confluire l’agire dell’essere umano, non è altro che il contenuto di un “contratto sociale” e non di una “legge divina”, perdendo così legittimità agli occhi di molti, i quali si riservano la possibilità di non sottoscriverlo, a costo di assumersi il rischio di dover “sfuggire”. Se poi il trasgredire diventa “fico”, abitudinario, nonché caratteristica del “forte”, il distacco delle nuove generazioni dal “contratto sociale” diviene sempre più profondo. La più evidente “piega” del contratto sociale si palesa, infatti, nell’impossibilità delle norme di essere attuate ed attuali, senza l’ausilio di una mediazione da parte dell’essere umano, sia che essa consista nel “rispetto”, sia che essa – vista l’incertezza del rispetto – consista nel “controllo”. Non a caso si è detto che lo Stato “detiene il monopolio della violenza”. Ciò che da queste considerazioni risulta evidente è che sia – o almeno sia stato – ritenuto necessario “relegare”, o ancora meglio “delegare” la violenza; che altro non vuol dire che la violenza è ineliminabile, quindi può essere solo consegnata nelle mani di qualcun altro, e non buttata via o messa da parte. Ora risulta più chiaro come sia possibile che, per quanto si parli di “pace”, ancora abbia spazio la parola “guerra”.
Questo è il mondo che si trova di fronte un nuovo arrivato: la pace che riempie l’aria, e la guerra che impazza sulla terra. Ciò che rimane da fare è chiudersi in un proprio rifugio, in un ambiente amico e pacifico, di modo da schivare il conflitto; per sopperire poi alle mancanze e ai bisogni materiali, nonché all’assenza del rifugio e del suo “rifornimento”, c’è bisogno di essere dotati di potere d’acquisto. Di conseguenza, l’ambizione dei più, ridotta all’osso, si configura come ricerca di rendita; se essa non è raggiungibile o non è desiderabile, il “piano B” si presenta in alcuni come ricerca di “lavoro”, mentre in altri, se esso non è controllato, incentivato, tutelato e ben retribuito, perde desiderabilità; e in sua assenza, l’unica possibilità che consente di non rimanere in miseria e “perdere la competizione” è “pensare fuori dagli schemi”, che spesso è un modo edulcorato per parlare di criminalità. Ciò che spinge verso la criminalità è spesso la necessità, e ciò che risulta conveniente è la “semplicità” che ne caratterizza il mondo, il quale non richiede curriculum, né va cercando titoli di studio; essa deve solo essere pagata con il rischio dovuto alla “pericolosità”. Se poi anche il pericolo è ritenuto allettante, allora il contratto sociale, così come è strutturato, perde ancora più vigore. In assenza di un vincolo morale, la sottoscrizione del contratto non è più necessaria, e se non è conveniente, allora aumenta il volume della trascuratezza.
Alla base della generale negligenza nei confronti del contratto sociale – dalla più lieve e innocente, alla più eccessiva ed efferata – che caratterizza anche il nostro occidente, vi sono due crisi fondamentali: la crisi del sistema economico e la crisi del percorso di formazione dell’individuo.
La scuola è vista da alcuni come una prigione, da altri come una vuota prassi che porta a un foglio di carta, e solo da pochi come “centro di sviluppo” della propria persona; sempre meno, poi, rimane appigliata al mondo del lavoro: la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, così come la conosciamo, infatti, assume più il carattere di perdita di tempo o addirittura di sfruttamento del lavoro minorile, piuttosto che somigliare ad un’esperienza formativa.
L’annichilimento di professori e studenti trasforma la scuola in una routine da “sopportare” per entrambi, priva di “utilità”. Ciò che è utile, infatti, è ciò che avviene fuori, ciò che viene fatto nel mondo reale. Il vano tentativo delle scuole di “farsi piacere”, infatti, trova i suoi limiti nella domanda: a cosa serve? L’assenza di una risposta soddisfacente, convincente si ripercuote sulla vita scolastica pratica, che diventa piatta. Utile è il foglio di carta, non il percorso; al massimo ciò che assume importanza è il voto. La stagnazione e la crisi del sistema economico – e in particolare del mercato del lavoro – pone inevitabilmente le sue radici nella crisi della formazione dell’essere umano; e l’un l’altra le due crisi si rincorrono, come un cane che si morde la coda.
Tutto ciò viene spacciato per “naturale e immodificabile corso delle cose”, e al contempo come “migliore condizione possibile per l’essere umano”. Nel frattempo, però, nel mondo si patisce la fame, continua la guerra.
Con un “Auryn” difettoso, ce ne andiamo girando all’interno della società dell’usa e getta, via via dimenticando ciò che gettiamo e lasciamo indietro, insieme con ciò che avviene intorno a noi. Di fronte a tutto questo, la domanda fondamentale, che a sua volta viene trascurata, è: “lasciar essere” tutto questo o gettarsi in una “prassi modificatrice”?

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