il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

GIUSTIZIA & PRESCRIZIONE: i paradossi di Davigo !!

Aldo Bianchini

SALERNO – Il dottor Piercamillo Davigo è stato uno dei magistrati simbolo, forse il più duro dell’epoca di tangentopoli, sicuramente il più attrezzato tecnicamente e culturalmente di quello che è passato alla storia come il “pool mani pulite” generato dalla Procura della Repubblica di Milano.

Il “dottor sottile”, così era chiamato ed è chiamato ancora Piercamillo Davigo è stato, senza dubbio alcuno, il vero ispiratore di “mani pulite” che vedeva in Antonio Di Pietro la punta di diamante utile per una esposizione pubblica senza precedenti della magistratura italiana.

Insomma se Di Pietro era la testa di cuoio e di ponte per sfondare e travolgere le linee difensive che la politica nazionale cercò di allestire per arginare la rivoluzione giudiziaria, sicuramente Davigo è stato il cervello pensante di quella mostruosa operazione nota come “tangentopoli”.

Qualcuno lo ha definito anche come “il filosofo” del teorema accusatorio scaraventato addosso a tantissimi politici agli inizi degli anni ’90, primo fra tutti il leader socialista Bettino Craxi che, comunque, non seppe affrontare la realtà dei fatti e dopo quello che apparve come l’argine più sicuro contro il teorema giudiziario, alludo all’interrogatorio-scontro in aula a Milano tra Bettino e Di Pietro, e fuggi in Tunisia ad Hammamet ridando fiato a quel teorema che dopo il discorso alla Camera dell’aprile del  29 aprile 93 sembrava essere stato sconfitto per sempre.

Il pool milanese, che nel corso degli anni registrò a turno la partecipazione diretta di “Antonio Di Pietro, Gerardo D’Ambrosio, Francesco Saverio Borrelli, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Armando Spataro, Francesco Greco e Tiziana Parenti” piano pian o si sfaldò ed alcuni addirittura (leggasi Parenti) misero in evidenza le distorsioni di quel gruppo di magistrati che nell’immaginario comune vennero identificati come eroi.

Sul campo, però, è rimasto immarcescibilmente freddo e penetrante il dottor sottile “Piercamillo Davigo” che con una serie incredibile di paradossi ha portato avanti fino ai giorni nostri una sua personale teoria su come dovrebbe essere riorganizzata la giustizia nel nostro Paese; fino allo scontro totale con gli avvocati che a Milano al momento del discorso di Davigo per l’inaugurazione dell’anno giudiziario hanno abbandonato l’aula in segno di contestazione.

Domenica scorsa, 2 febbraio 2020, il noto opinionista Aldo Grasso nel contesto della sua rubrica “Padiglione Italia” (pubblicata ogni domenica sulla prima pagina del Corriere della Sera) ha ricordato a tutti noi, elencandoli, quali e quanti sono stati e sono i paradossi di Davigo attraverso i quali il magistrato afferma che:

 

  • Le pratiche per il divorzio in Italia durano più della pena per l’omicidio del coniuge se a quest’ultimo si applicano le attenuanti generiche;
  • L’imputato assolto, o che vede ridotta la richiesta di pena, deve ritenersi un colpevole fortunato;
  • Non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti;
  • Non ci sono troppi prigionieri, ci sono troppe poche prigioni;
  • La prescrizione va abolita perché una volta che il processo comincia non si può fare una corsa contro il tempo;
  • Gli avvocati sono degli azzeccagarbugli perché rendono difficile il facile attraverso l’inutile.

 

Paradossi, solo paradossi (scrive Grasso), sia pure pronunciati con una certa supponenza e sarcasmo.

 

Se questa è la rappresentazione plastica della giustizia che alcuni magistrati vorrebbero, aggiungo io, è una giustizia che a me non piace; spero che non piaccia neppure ai lettori di questo giornale.

 

 

 

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