il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

LA PAURA DEL VIRUS SARS Cov-2

 

Dott. Nunzio Antonio Babino

(medico – già direttore sanitario P.O. L. Curto di Polla)

 

dott. Nunzio Antonio Babino - già direttore sanitario ospedale Polla

E’ noto che il virologo Prof. Giulio Tarro, ha scritto un libro che porta il titolo “Il virus della paura”, intendendo che il SARS Cov-2, questo è il nome del virus che causa la malattia denominata Covid-19, è diventato un grande portatore di “paura” tra la popolazione.

Riflettendo sugli eventi delle ultime settimane, dobbiamo riferirci alla “paura del virus” come soggetto attualmente dominante sul virus stesso.

Infatti non vi è dubbio che “la paura del virus” ha inciso negativamente e in modo sproporzionato sulla “fiducia” della popolazione nel sistema sanitario, causando livelli di paura individuale e collettiva prima assolutamente inimmaginabili, oltre il pericolo reale, ancorché si tratti di una malattia sicuramente seria dal punto di vista clinico.

Il problema “Covid”, come sinteticamente viene riferito dagli strumenti di comunicazione di massa, ha investito le popolazioni sul piano epidemiologico, visto che si tratta di un virus che si diffonde facilmente da una persona all’altra.

Appare più che legittima la domanda:

Perché la “paura del virus”, soprattutto nelle ultime settimane, si è diffusa oltre il normale “livello di paura” che è ragionevole avere nei confronti di una malattia infettiva?

Ritengo che la risposta sia da ricercare innanzi tutto in una comunicazione quotidiana sbagliata da parte dei mezzi di informazione, poi nell’uso improprio dei tamponi molecolari, non spiegando alla popolazione lo scopo del loro uso e non facendo conoscere la loro affidabilità. Infine estendendo l’uso dei tamponi a tutti i cosiddetti contatti.

Il disorientamento dei cittadini sembra inoltre essere alimentato da un atteggiamento della politica, che dimostra avere un certo interesse a protrarre lo stato di emergenza, nel tentativo di governare le conseguenze economiche sul lavoro e sulla produttività, esercitando il potere politico, come mai si era verificato negli anni passati. Necessariamente per contrastare efficacemente il virus SARS Cov-2 dobbiamo immaginare una svolta decisiva nel prossimo futuro.

 

1) – COMUNICAZIONE SBAGLIATA IN TV E SULLA CARTA STAMPATA

Ormai da otto mesi, ogni giorno, vengono comunicati dati che in realtà sono relativi alla diffusione del virus tra la popolazione, rilevata quotidianamente attraverso i tamponi, piuttosto che alla malattia. Nelle ultime settimane, sono stati fatti ogni giorno, sempre un maggior numero di tamponi e di conseguenza sono stati individuati sempre un maggior numero di soggetti “positivi” al test. 2

 

La comunicazione dei dati viene fatta sempre con toni finalizzati ad evidenziare il continuo crescere dei “numeri” e della cosiddetta “curva epidemiologica”, per cui viene creato un allarmismo crescente tra la popolazione, che inevitabilmente fa crescere la paura. Ogni giorno, con la paura cresce anche l’angoscia ed il disorientamento delle persone, che inevitabilmente perdono fiducia nelle istituzioni ed anche nel sistema sanitario, che deve svolgere la funzione di tutela della salute individuale e collettiva.

Ultimamente, con il crescere quotidiano dell’uso dei tamponi molecolari, che oggi Lunedi 26 ottobre, secondo il Bollettino ufficiale del Ministero della salute sono stati in Italia 17.012.000, i dati sul “Covid” devono essere oggetto di una riflessione seria ed attenta da parte delle Autorità preposte al controllo e al contenimento dell’epidemia.

Esaminiamo i dati in Italia del 26 ottobre 2020, giorno successivo a quello in cui il governo Conte ha annunciato per l’ennesima volta il nuovo DPCM che impone nuove misure restrittive, che si aggiungono a quelle emanate in precedenza. Su 124.686 tamponi eseguiti (161.880 nel giorno precedente) vengono annunciati 17.012 risultati “positivi” (21.273 nel giorno precedente), in diminuzione rispetto al giorno precedente.

Calcoliamo la percentuale dei “positivi” rispetto ai tamponi fatti il 26 ottobre e otteniamo 13, 64% (11,97 % il giorno precedente). Dal punto di vista epidemiologico, se i tamponi fossero stati fatti su tutta la popolazione italiana di circa 60.000.000 persone, 13,64% sarebbero risultati positivi, quindi oggi sono presenti in Italia 8.184.000 “positivi” (7.182.000 “positivi” il giorno precedente), di cui 17.012 “nuovi positivi” da mettere in quarantena.

La differenza tra la percentuale di “nuovi positivi” tra ieri ed oggi è statisticamente di 1.002.000 (oggi 8.184.000 – ieri 7.182.000). Che senso ha metterne in quarantena soltanto 17.012, cioè l’13,64% delle persone testate oggi? E gli altri statisticamente “positivi”, non testati nella giornata odierna, ma comunque effettivamente presenti nella popolazione, quanti sono? Non è dato sapere, perché i tamponi non sono stati fatti a tutta la popolazione.

Evidentemente non è possibile effettuare i test su tutta la popolazione nello stesso giorno, né nell’arco di più giorni, per ovvie ragioni di difficoltà organizzative e non solo. Risulta altresì evidente che il risultato dei tamponi è riferito alla giornata in cui vengono eseguiti i test e realisticamente non è possibile immaginare che i “positivi” siano sempre e comunque “contagiosi”.

Un sicuro fattore di allarme e quindi di paura nei confronti del virus è dovuto al fatto che sistematicamente, nell’annunciare i numeri relativi ai “positivi”, si parla sempre di “nuovi casi”, come se per questi soggetti si trattasse di malattia Covid-19 conclamata.

Ultimamente viene utilizzato anche il termine “asintomatici”, evitando accuratamente di precisare che non si tratta di persone malate, ma di persone che 3

 

hanno avuto un pregresso contatto con il virus. Eppure queste persone sono la maggioranza dei “positivi”, ben il 95%, ovvero su 100 positivi i malati con sintomi sono soltanto 5. Di essi probabilmente 2-3 persone possono essere curati a casa, mentre circa 2 persone o poco più hanno bisogno di ricovero ospedaliero. Ben 90 persone su cento non avranno la malattia.

E’ abbastanza chiaro, quindi, come il virus SARS Cov-2, pur essendo molto contagioso, causa la malattia Covid-19 in casi numericamente limitati e comunque la malattia ha una bassa letalità, rispetto ad altre malattie virali, come ad esempio l’AIDS, causata dal virus HIV, oppure la malattia causata dal virus Ebola.

Tuttavia tutti i telegiornali, ogni giorno, come se si trattasse di reti unificate, comunicano numeri “in crescita”, “impennate” come non mai e “curve in salita” rispetto al giorno precedente, confondendo i soggetti “asintomatici” con i soggetti “malati”. E’ evidente che nei cittadini che ascoltano ogni giorno cresce “la paura” del virus.

Cui prodest? A chi giova? Certamente non giova alle persone che ascoltano, le quali, in continuo stato di “paura”, finiscono con il farsi prendere dall’ angoscia, con conseguente diminuzione delle capacità di difesa immunitaria, diventando altresì più vulnerabili rispetto alla probabile aggressione del virus.

28 luglio 2020 - Libreria Mondadori di Sala Consilina - il prof. Giulio Tarro presenta il libro "Il virus della paura" alla presenza della giornlista Antonella Citro e del sindaco Francesco Cavallone

2) – UTILITA’ ED USO IMPROPRIO DEI TAMPONI MOLECOLARI

Per una ricerca epidemiologica scientificamente valida bisognerebbe fare i tamponi a tutta la popolazione, o almeno ad un campione rappresentativo della stessa. Ricercare una parte dei “positivi” ogni giorno per otto mesi ed oltre, significa avere un dato empirico, statisticamente non significativo, perché i soggetti “positivi” evidentemente variano da un giorno all’altro e oggi non sono numericamente uguali a quelli del mese precedente.

Ben sappiamo che i tamponi, a prescindere dal numero, si riferiscono al momento in cui vengono fatti ed il risultato è valido solo per quel giorno. Il soggetto oggi “negativo”, può essere “positivo” domani e, analogamente il soggetto oggi “positivo” può essere “negativo” domani.

Appare più che evidente il limite dell’uso dei tamponi ai fini della ricerca epidemiologica sulla diffusione del virus, mentre, come tantissimi altri test diagnostici usati in medicina, possono essere validi se utilizzati nella clinica per confermare l’eziologia della malattia in atto, rispetto a patologie clinicamente simili, ma dovute ad altre cause o comunque ad altri virus.

Le comunicazioni ufficiali, televisive, sul web e sulla carta stampata, non fanno mai alcun riferimento alla tecnica dei tamponi molecolari e all’affidabilità degli stessi, che sappiamo vengono prodotti in Cina, insieme alle mascherine, ai ventilatori polmonari ed a numerosi altri prodotti utilizzati per contrastare il virus SARS Cov-2. La tecnica dei tamponi molecolari consiste nel rilevare frammenti di RNA (acido 4

 

ribonucleico) del virus, attraverso un sofisticato processo di amplificazione virale denominato PCR, dall’inglese “Polymerase Chain Reaction”, in italiano “reazione a catena della polimerasi” oppure RT-PCR dall’inglese “Reverse Transcription Polymerase Chain Reaction”, in italiano “reazione a catena della polimerasi inversa”.

Il metodo del tampone molecolare è stato riconosciuto e validato dagli organismi internazionali per fare la diagnosi clinica di Covid-19 in un soggetto malato, ma viene utilizzato a scopo epidemiologico per rilevare la presenza di residui di RNA del virus SARS-CoV-2 in soggetti sani, che non hanno i sintomi della malattia. Alla popolazione non viene sufficientemente spiegato che il tampone molecolare viene utilizzato per testare i contatti dei soggetti che hanno manifestato la malattia, allo scopo di metterli in isolamento (quarantena) per il tempo previsto.

Molti ritengono di proteggersi dalla malattia facendo il tampone, per cui assistiamo a lunghe file di persone, anche in automobile per il “drive in”, tutti in attesa di fare il tampone, in un crescendo di “paura” e di “angoscia”, che ultimamente ha raggiunto limiti inaccettabili.

E’ noto come ultimamente sono notevolmente aumentate le richieste di visite psichiatriche. Anche il ricorso a tamponi a pagamento presso i laboratori privati è significativo del fatto che molti cittadini, presi dalla “paura” cercano nell’esecuzione del tampone molecolare una sorta di protezione dal virus per sé e per i propri familiari.

La comunicazione dei dati da parte dei telegiornali avviene sempre con riferimento alle ultime 24 ore, ma sappiamo che i tempi di risposta del tampone molecolare in pratica variano da 1 a 2 giorni dal prelievo, da 2 a 6 ore dall’arrivo in laboratorio. Ovviamente i tempi variano molto in riferimento alla tipologia di macchine in dotazione al laboratorio, al personale impegnato e alla quantità dei tamponi da processare nel giorno di riferimento.

Tutti i numeri vengono comunicati come certi e inconfutabili, con conseguenti obblighi di isolamento in quarantena e assoluto divieto di contatti per il tempo previsto, astensione dal lavoro fino all’esecuzione di altri tamponi, fino a quanto non si abbia un risultato “negativo”. Non si fa distinzione tra “sintomatici” ed “asintomatici”, che sono la maggioranza assoluta, 95 su cento, per cui tutti i “positivi” vengono ritenuti e dichiarati “nuovi casi” di soggetti contagiosi da mettere in isolamento.

Nessuno parla della vera sensibilità dei tamponi e della vera affidabilità dei risultati ottenuti con la pratica del tampone molecolare. La sensibilità del tampone molecolare è in media del 98%, quindi inferiore al 100%. Ne deriva in sostanza che su 100 persone infette un tampone molecolare ne individua in media 98.

Non si tiene conto che la sensibilità effettiva del tampone dipende anche da altre variabili, come ad esempio le modalità di raccolta del campione. Lo screening può essere eseguito nel momento sbagliato oppure il campione può non essere stato inserito abbastanza a fondo nel naso o nella faringe. 5

 

Sappiamo che se il prelievo viene fatto nella fase di incubazione o alla fine dell’infezione la quantità di virus troppo bassa, la cosiddetta carica virale, potrebbe non essere rilevata e quindi il risultato potrebbe essere un “falso negativo”. Anche la “positività” non ha certezze in assoluto, tant’è che vi sono i “falsi positivi”. L’esito positivo viene impropriamente interpretato non solo come contatto certo con il virus ma come infezione in atto al momento del prelievo. In definitiva, viene ignorato il fatto che essere “positivo” non necessariamente significa essere “contagioso”.

Sappiamo che la contagiosità è massima nelle 48 ore precedenti l’esordio dei sintomi e per circa sette giorni dopo, al massimo per due settimane. Alcune persone restano positive per mesi, ma dopo un certo tempo non sono più contagiose.

Il tampone viene processato con un procedimento di amplificazione dei residui di RNA virale ripetuto circa trentacinque volte, per cui l’esito diviene così sensibile da individuare tracce di RNA virale, ma si tratta di frammenti di virus “inoffensivi”, incapaci di replicarsi. Tuttavia in Italia l’esito “positivo” del tampone viene obbligatoriamente segnalato alle autorità sanitarie competenti e quindi come tale comunicato in televisione, sul web e sulla carta stampata.

Per chi fa un tampone è subito un grande disagio, in quanto è obbligato ad attendere l’esito in isolamento. L’esito positivo comporta la comunicazione alla ASL, che dispone l’isolamento e assume la vigilanza del soggetto positivo, anche senza sintomi di malattia quindi persona sana, non malata, presunta “contagiosa” senza possibilità di appello.

La persona il cui tampone ha dato esito positivo ha l’obbligo di isolamento e di quarantena, che viene esteso anche ai contatti stretti, familiari, colleghi o compagni di scuola. L’isolamento e la quarantena termineranno quando due tamponi successivi sono negativi o dopo un periodo di 14 giorni, nel caso non si sia fatto il tampone di controllo. Per ritornare alla vita normale sono necessari due tamponi negativi.

La necessità di avere due tamponi negativi per essere dichiarati non contagiosi è contestata da molti scienziati, i quali sono convinti che un singolo tampone negativo potrebbe essere sufficiente a indicare la avvenuta risoluzione dell’infezione. Resta il problema dei falsi positivi e dei falsi negativi, a volte con la malattia già in corso, del quale poco o nulla si parla.

 

3) – AFFIDABILITA’ DEI TAMPONI MOLECOLARI

Nel mese di aprile, nella relazione conclusiva di uno studio osservazionale condotto dalla clinica otorinolaringoiatrica dell’Ospedale Civile di Brescia, fu osservato che i tamponi molecolari sono tutt’altro che infallibili. Si è registrata una falsa “negatività” in più del 30% dei pazienti affetti dalla malattia Covid-19, per cui si è dovuto ripetere più volte il tampone per ottenere l’affidabilità diagnostica e per poter monitorare nel tempo i soggetti a rischio. Nello studio sono stati sottoposti a tampone 6

 

più di 500 pazienti ricoverati con malattia Covid-19, ma più del 30% sono risultati “negativi” al tampone.

In merito all’affidabilità dei tamponi molecolari, dimostrata nell’ospedale civile di Brescia “non superiore al 70%”, altri studi hanno confermato i limiti dei risultati del tampone molecolare. Molto significativo è lo studio cinese pubblicato a marzo 2020, autori GH Zhuang ed altri, condotto su soggetti asintomatici, il quale descrive il potenziale tasso di falsi positivi tra gli “individui infetti asintomatici” venuti in stretto contatto con pazienti COVID-19.

I risultati di questo studio dimostrano che “quando il tasso di infezione dei contatti stretti e la sensibilità e la specificità dei risultati riportati sono stati presi come stime puntuali, il valore predittivo positivo dello screening attivo era solo del 19,67%. Al contrario, il tasso di falsi positivi dei risultati “positivi” era dell’80,33%.

I risultati dell’analisi di sensibilità probabilistica multivariata hanno supportato i risultati del caso base, con una probabilità del 75% per il tasso di falsi positivi di risultati “positivi” oltre il 47%”. Le conclusioni dello studio hanno portato gli scienziati a dire che “negli stretti contatti dei pazienti COVID-19, quasi la metà o anche più degli individui “infetti asintomatici” riportati nello screening del test dell’acido nucleico attivo potrebbero essere falsi positivi”.

Un’altra ricerca del Center for Disease Prevention della Corea, ha rintracciato 790 contatti diretti di 285 persone asintomatiche positive, dei 790 nessuno era positivo ai test. Anche Giorgio Palù, virologo dell’Università di Padova alla fine dello scorso mese di maggio ha sostenuto “che il tampone è un mezzo per fare un prelievo e per questo motivo il buon esito dipende da molte variabili, a partire da chi fa il prelievo e in che modo, la situazione del paziente, dal modo in cui il materiale prelevato con il tampone viene prelevato e congelato, dalla quantità di virus presente.

La sensibilità di questa analisi è infatti del 60%, vale a dire che in quattro casi su dieci non si riesce ad avere una diagnosi corretta. E’ un sistema che va corredato ed integrato con la clinica”. Il Prof. Palù ha sostenuto inoltre che l’analisi delle tracce genetiche del virus SARS CoV-2 “potrebbero amplificare anche alcuni frammenti del virus”, ma questo non significa che il virus sia in grado di replicarsi, secondo il virologo di Padova.

Secondo quanto ha affermato il Prof. Matteo Bassetti, Direttore della Clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova e componente della task force Covid della Regione Liguria, “si può avere il Covid e sfuggire ai vari test. Il tampone naso-gola ha due variabili: la prima è quella dell’operatore che lo fa e che potrebbe commettere degli errori, la seconda chi processa il campione raccolto in laboratorio. Consideriamo, per quanto riguarda i campioni, fino al 30% può essere un falso negativo, se poi ci mettiamo gli errori umani ecco che il tampone può essere un falso negativo fino al 50% dei casi”.

Il dottor Chris Smalley, della Norton Healthcare nel Kentucky, Stati Uniti d’America, si è occupato di diversi pazienti che erano negativi al test, ma venivano 7

 

poi ricoverati con quadri clinici anche gravi, con sintomi simili alla malattia Covid. In Francia rappresenta un caso significativo di “falsa negatività del tampone” quello della ragazza sedicenne francese “Julie”, trovata con 2 tamponi negativi, ma poi deceduta.

Un altro studio effettuato a febbraio 2020 in Cina e portato avanti su ben 1000 pazienti, pubblicato sulla rivista scientifica “Radiology”, ha dimostrato come il tampone dava un “falso negativo” in circa il 33% dei casi. Il Prof. Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, ha preso in considerazione 133 ricercatori dello stesso istituto e 298 dipendenti della Brembo, riscontrando 40 casi di tamponi positivi.

La “positività“ dei tamponi non è emersa immediatamente, ma, come ha spiegato il Prof. Remuzzi, “solo in seguito a cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, corrispondenti a 35.000-38.000 copie di RNA virale”. E’ ciò che viene fatto per processare i tamponi effettuati dal personale del laboratorio delle AA.SS.LL. Il fatto che per avere un tampone positivo bisogna amplificarla fino a circa 35 volte significa che la carica virale originaria può essere molto bassa e non contagiosa.

Remuzzi ha parlato anche del rischio contagio, precisando: “Sotto le centomila copie di RNA non c’è sostanziale rischio di contagio, secondo un lavoro appena pubblicato da Nature e confermato da diversi altri studi. Quindi, nessuno dei nostri 40 positivi risulterebbe contagioso. Questo significa che il numero dei nuovi casi può riguardare persone che hanno nel tampone così poco RNA da non riuscire neppure a infettare le cellule. A contatto con l’RNA dei veri positivi, quelli di marzo e inizio aprile, le cellule invece morivano in poche ore”.

Pertanto sarebbe opportuno che i media cominciassero a smetterla di usare la parola “contagiato” per definire una persona in buona salute il cui tampone sia risultato positivo, dopo l’amplificazione di ben 35 volte della quantità di RNA presente nel prelievo naso-faringeo. Il professore Remuzzi, a tal proposito e in relazione a quanto avviene ogni giorno in televisione, ha precisato che “commentare ogni giorno quei dati non è necessario, proprio perché non riguardano positività che ricadono nella vita reale”.

Emerge una chiara non affidabilità dei test molecolari oro-faringei attualmente in uso. Anche negli Stati Uniti d’America prevale la convinzione che per parlare di affidabilità dei tamponi molecolari che, come ha detto il Professore del Dipartimento di statistica Tom Taylor del Dipartimento di statistica Center for Disease control (CDC), andrebbero eseguite delle prove, che fino ad ora non sono state possibili a causa dei tempi brevi.

Taylor ha precisato che, per valutare l’affidabilità dei tamponi, il CDC sta lavorando a prove estese ed importanti, che richiedono addirittura un anno. Lo stesso Taylor ha ulteriormente precisato che finora da parte dei produttori di tamponi e dei laboratori americani si è proceduto in assenza di validazione scientifica, seria ed approfondita, dei test che si stanno utilizzando. 8

 

4) – PROSPETTIVE FUTURE PER CONTRASTARE IL VIRUS SARS Cov-2

E’ innegabile che proprio in questi giorni siamo ad una svolta decisiva per il “sistema di tracciamento” futuro. Gli ospedali sono “presi da assalto” e ormai da più parti, soprattutto dalla Fondazione Insieme contro il Cancro, dall’Associazione Italiana Oncologia Medica, dalla Società Italiana Ematologia e dalla Società Italiana Cardiologia, si evidenzia che negli ospedali le numerose altre patologie che affliggono i malati non vengono più curate.

D’altra parte, come è noto, si verifica il fatto che i cittadini, impauriti ed angosciati dalle “comunicazioni” quotidiane dei telegiornali e della stampa sul “Covid”, ogni giorno si riversano nei pronto soccorso ospedalieri, sempre più numerosi, scavalcando la medicina territoriale, a sua volta in difficoltà per i crescenti divieti di “contatto” tra le persone, compresi gli ambulatori dei medici di medicina generale.

Ormai ad undici milioni di italiani, affetti da altre patologie, è divenuto difficile accedere in ospedale, se non esplicitamente vietato per le necessità non urgente. E’ proprio di questi giorni l’allarme per questa assurda situazione che si è creata, in quanto questi pazienti non possono accedere all’ospedale per le visite e i controlli di cui hanno bisogno, rischiando la vita e facendo aggravare in modo irreversibile le rispettive patologie.

Si aggiunga che, come ben noto, almeno il 20% della popolazione fragile, e non solo gli anziani, hanno dovuto rinunciare a recarsi negli ospedali e negli ambulatori di riferimento, in quanto letteralmente “spaventati” dalla “comunicazione sul Covid” da parte dei mezzi di informazione. Proprio in questi giorni Il personale ospedaliero e delle strutture sanitarie, a seguito dell’uso dei tamponi come “caccia agli asintomatici” comincia ad evidenziare sempre più nuove “positività”, tanto che interi reparti vengono chiusi e paralizzati, il personale “messo in quarantena”, ovvero messo a riposo, nonostante non abbia alcun sintono.

Allora è giunto il momento di chiedersi: cosa fare?

Continuare così per tutti i mesi invernali che ci aspettano, fino alla prossima primavera, oppure affrontare la situazione relativa all’uso dei tamponi a scopo di ricerca epidemiologica nella popolazione italiana che ormai è “positiva” per circa otto milioni di individui? Alla luce delle esperienze fatte, può essere reso più razionale e soprattutto più sostenibile l’uso dei tamponi molecolari. Da marzo ad oggi, secondo il bollettino del Ministero della sanità, ne sono stati eseguiti 14.778.688. Ad oggi l’impegno economico ha abbondantemente superato il miliardo di euro e ha messo in crisi organizzativa tutte le AA.SS.LL. d’Italia.

Ma lo sforzo organizzativo, con riferimento al personale e ai mezzi necessari, potrà continuare come in questi giorni per ulteriori sei mesi, fino alla prossima primavera? Ormai non vi dovrebbe essere alcun dubbio che la diffusione del virus SARS Cov-2 sia ad andamento stagionale, come avviene ogni anno per tutti i 9

 

coronavirus, cui il patogeno della Covid-19 appartiene, insieme ai virus dell’influenza, delle sindromi parainfluenzali e del comune raffreddore, degli adenovirus e dei rinovirus, ecc.

La diffusione del contagio sarà inevitabile anche nei prossimi mesi con clima freddo ed umido, nonostante le note “misure” del distanziamento, delle mascherine e delle “chiusure” delle attività. Nonostante i numerosi tamponi molecolari che verranno fatti di giorno in giorno, individuando sempre più persone “positive” da mettere in quarantena, mentre i soggetti per i quali non è emersa la necessità di fare il tampone, magari effettivamente malate, continueranno ad essere trasmettitori del virus.

E’ significativo che proprio nella giornata di oggi 26 ottobre, è stato pubblicato sul “Corriere della sera” un interessante articolo a firma della giornalista Cristina Marrone. Il titolo è il seguente: “Covid, niente tamponi per gli asintomatici? La proposta delle Regioni e le regole già in vigore”. Nel testo dell’articolo si legge che “le Regioni, con l’acqua alla gola hanno chiesto di tamponare solo i sintomatici e i famigliari conviventi, tenuto conto che il virus si diffonde soprattutto in famiglia (l’80% dei focolai è tra le mura domestiche).” Effettivamente il virus si trasmette prevalentemente nelle famiglie e sui mezzi di trasporto, in ogni caso tra gli individui che partecipano agli assembramenti di qualsiasi genere.

Personalmente sono convinto che la richiesta delle Regioni non sia da sottovalutare e ritengo che merita la giusta attenzione da parte del Governo per le motivazioni espresse dalla giornalista Cristina Marrone che possono essere riassunte nei concetti che ritengo utile riportare di seguito, come considerazioni obbligate sul “problema Covid” nel corso dei prossimi mesi invernali, da novembre 2020 ad aprile 2021.

Essere “positivo asintomatico” al nuovo Coronavirus vuol dire aver contratto il virus, ma non manifestare i sintomi della malattia Covid-19. Quindi dal punto di vista scientifico i soggetti “asintomatici” non possono essere considerati soggetti malati, per cui non hanno bisogno di cure, né domiciliari, né ospedaliere.

I contatti della persona “asintomatica” non possono essere considerati “contagiosi” sempre e comunque, almeno fino a quando queste persone non svilupperanno eventuali sintomi della malattia, visto che il tampone “fotografa la situazione” al momento del prelievo, ma non può prevedere il futuro.

Sappiamo che la forte contagiosità del virus si verifica nel periodo immediatamente precedente alla comparsa dei primi sintomi, ovvero due o tre giorni prima dell’insorgere della malattia. Dunque dobbiamo opportunamente distinguere tra soggetti “asintomatici” e soggetti “pre-asintomatici”.

Per soggetti “asintomatici” si devono intendere i soggetti che non hanno i sintomi e quindi non hanno la malattia, né la svilupperanno in seguito. Per soggetti “pre-asintomatici” si devono intendere le persone che nel giro di due o tre giorni hanno i sintomi e quindi sviluppano la malattia. 10

 

Numerosi studi epidemiologici hanno stimato che la maggior parte delle infezioni, fino ad una percentuale dell’80 per cento, deriva da soggetti “pre-sintomatici.” Non è difficile distinguere questi soggetti due o tre giorni dopo il prelievo del tampone, quando spesso nella maggior parte dei casi viene conosciuto l’esito del test, perché appunto dopo 2-3 giorni si può distinguere tra chi non è malato e chi invece lo sarà.

Dunque, perché allora nell’attività di “tracciamento” non si distinguono queste due tipologie di “positivi” e viene invece sancita la necessità di isolamento per tutti gli “asintomatici”, che poi sappiamo essere la maggioranza assoluta, fino al 95%, dei soggetti individuati come “positivi” dal tampone molecolare?

Oggi la platea dei potenziali “asintomatici” si è allargata moltissimo, come naturale conseguenza del diffondersi del virus tra la popolazione e non solo tra i malati. Tuttavia i malati, per fortuna saranno sempre una minima parte della popolazione che ha avuto contatto con il virus ed ha sviluppato immunità.

Dunque sarebbe opportuno rivedere la regola oggi in vigore per i “positivi asintomatici”, secondo la quale i positivi asintomatici devono restare in isolamento per almeno 14 giorni dal momento in cui viene comunicato l’esito del test eseguito con il tampone. La regola vigente prevede che al termine di questo periodo, ultimamente ridotto a 10 giorni solo per i contatti “non stretti”, devono sottoporsi a un nuovo tampone. L’isolamento termina solo se risulta l’ultimo tampone risulta negativo.

Un sistema di “tracciamento” dei contatti più sostenibile dal punto di vista organizzativo e di maggiore efficacia dovrebbe essere limitato soltanto ai “contatti stretti”, intendendosi come tali i familiari del malato. Ritengo che sia opportuno, ma anche obbligato a causa delle difficoltà organizzative che hanno messo in crisi le AA.SS.LL.

E’ significativo che lo stesso Prof. Fabrizio Pregliasco, ormai famoso virologo dell’ospedale Galeazzi di Milano, tra i più rigorosi sostenitori del “tracciamento” delle persone da sottoporre a tampone, ha riconosciuto che “nella situazione in cui siamo è giusto dare la precedenza ai familiari dei contagiati perché in casa sussiste davvero un contatto stretto e prolungato e il virus si diffonde facilmente”.

Diversamente, se si continuerà a voler praticare i tracciamento esteso a “tutti i contatti”, come è stato fatto fino ad oggi, il sistema organizzativo non potrà reggere nei prossimi mesi e giustamente le Regioni temono di non potercela fare.

Una ultima considerazione, certamente non meno importante delle precedenti è stata riportata oggi dallo stesso “Corriere della sera”: «Non si può fare il tampone a tutti e oggi la richiesta di eseguire test sembra motivata dalla ricerca di un conforto psicologico”.

Dott. Nunzio Antonio Babino

1 Commento

  1. COME AL SOLITO LA COLPA RICADE SULLA STAMPA?
    Condivido l’articolata analisi dell’ottimo Dott. Nunzio Babino,nel nostro territorio la fase emergenziale è stata gestita molto bene.In Italia con la pandemia sono venuti alla luce i problemi della carenza storica della medicina preventiva.Un esempio per tutti le lunghe attese per i tamponi! Purtroppo è mancato il minimo di coordinamento della medicina territoriale con tutti gli altri attori del sistema sanitario,in particolar modo con le strutture ospedaliere e con i medici di famiglia. URGE un cambiamento istituzionale della medicina preventiva territoriale!

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