il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

“Il viaggio della speranza”: una piaga nella sanità del sud (II parte)

 

 

Prof. Nicola Femminella (storico – scrittore)

 

Prof. Nicola Femminella

Riprendo l’articolo sulla sanità nel meridione d’Italia con questa seconda parte riguardante il soffocante esodo, ormai consolidato, verso le regioni del nord, che da anni patiscono le nostre popolazioni, alla ricerca di un servizio sanitario efficiente e del tutto rassicurante. Molti risalgono lo stivale per la cura di patologie, alcune delle quali, si deve dire, potrebbero ricevere tutele curative idonee anche nei nostri ospedali, nonostante nella maggioranza dei casi il viaggio sia motivato da ragioni fondate. Ho già elencato nella prima parte di questo articolo alcune cifre che documentano gli aggravi finanziari sui bilanci delle nostre istituzioni regionali e sulle singole famiglie e, al contrario, le convenienze economiche che ne ricavano quelle situate nella parte alta del nostro Paese.

Nelle pieghe dei dati forniti ho anche fatto cenno alle ricadute positive sull’occupazione dei giovani che abitano al nord. In rialzo per l’allestimento di nuovi posti letto e anche per una rete di strutture che accolgono le famiglie degli ammalati, per assisterle durante la loro permanenza nelle città, accanto ai propri congiunti, a volte per periodi abbastanza lunghi: una delle conseguenze dell’indotto. L’associazione “Casa Amica” a Milano ospita quasi seimila meridionali all’anno e cifre ugualmente significative si hanno in altre città mete dei viaggi della speranza. Anche sul versante di queste specifiche dinamiche si evolvono i dati statistici relativi ai posti di lavoro disponibili in un territorio, con cifre che concorrono al permanere del divario tra gli occupati del nord e quelli del sud. Molti miei alunni, in possesso di titoli professionali idonei, sono disseminati in tali istituzioni di accoglienza o nei nosocomi del nord, assunti a tempo indeterminato, a significare la saldezza e l’estensione nel tempo delle ragioni che oggi causano il fenomeno. Le attestano ricerche e proiezioni che prevedono nelle regioni del settentrione strutture sanitarie, pubbliche e private, sempre più attrezzate e accoglienti, connesse agli istituti di ricerca avanzata, impegnate nella formazione degli addetti e in grado, quindi, di fornire prestazioni di livello superiore agli standard consolidati negli apparati sanitari del meridione, che si affannano nel trovare dirigenti o commissari straordinari in grado di apportare sostanziali cambiamenti di rotta. Dove è difficile sostituire, in talune aziende sanitarie, la TAC obsoleta o rinnovare la sala operatoria di vecchia generazione. In più Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, per capirci, sono le regioni che rivendicano ormai a voce alta l’autonomia differenziata, che sicuramente incentiverebbe la fuga dei pazienti verso il Nord, con la sanità del Sud sempre meno capace di mantenere il passo.

Ma vi sono altre cause che determinano la diaspora degli ammalati verso Milano e le altre città che esercitano il medesimo richiamo. Nel settentrione crescono le cliniche e gli ospedali di qualità, perché ingenti investimenti pubblici e privati, ne accrescono la magnificenza, allocati in cittadelle della sanità,  dotate di una narrazione logistica che assicura accoglienza e ricoveri ben organizzati per degenze inappuntabili. Si definiscono dimore di lusso e certamente non espongono pronto soccorso stipati né pazienti accolti sulle lettighe in attesa di ricoveri, come talvolta capita di vedere tramite le immagine televisive riferite ai nostri ospedali. I macchinari e le apparecchiature strumentali, gli arredi vengono rinnovati col procedere veloce delle tecnologie scandite da investimenti mirati. Non sono frequenti e patologici gli iter burocratici di gare e bandi di affidamento o di acquisto.  Questi, in alcuni casi, durano anni prima di assistere all’inaugurazione di un ospedale o di un nuovo reparto. Le vicende dell’ospedale di Agropoli hanno visto cortei e proteste per la sua riapertura. In giro per il sud ho avuto modo di notare strutture sanitarie incompiute e predate di servizi igienici, porte e finestre, ridotte in scheletri pietosi abbandonati alle intemperie e al degrado inaccettabile. Veri e propri monumenti alla violazione dell’agire umano. Le ASL a lamentare carenze negli organici e richieste di attrezzature necessarie inevase, perché in quasi tutte le regioni del sud, per i debiti insostenibili e i livelli essenziali di assistenza (LEA) non garantiti, dall’inizio di questo secolo, sono stati nominati commissari straordinari che in realtà hanno lottato con gravami accumulati. Non recuperabili con i piani di rientro e i tagli lineari posti in essere, che hanno causato ulteriori danni. Sovente affiora il cancro del clientelismo e del favoritismo, che premiano l’asservimento alla bottega ed escludono del tutto la meritocrazia. Tali pratiche procurano nel tempo professionalità piatte e scadenti, perpetrate dalla mancanza di predisposizione alla propria formazione. Cala il rigore morale necessario per migliorare lo spirito di servizio e la competenza professionale. E ancora, tra le negatività, liste di attesa improponibili, politiche dissennate,   infiltrazioni di gruppi corruttivi per accaparrarsi appalti e convenzioni in talune occasioni. Il tutto accanto ad una sfiducia crescente che l’utenza ha accumulato nei confronti del servizio sanitario meridionale, per cui anche i presìdi e i medici degni di considerazione, in grado di assicurare ottime cure mediche, non raccolgono il necessario favore. Finanche per patologie non gravi.  Nonostante, nelle nostre regioni siano presenti medici e organici di chiara fama, avvalorati da riconoscimenti accademici e apprezzamenti unanimi su riviste e in convegni nazionali, che combattono ogni giorno su una trincea difficile da difendere. Medici e operatori paramedici, amministrativi e personale adibito alle molteplici mansioni, presidiano postazioni tormentate, ostinati a non abbandonarle per amore della propria terra. In taluni casi sono dichiarati eroi e io ne ho conosciuto molti, ai quali le comunità devono rispetto e rivolgere encomi, perché sono anche esempi fulgidi per le giovani generazioni. Anche qui cito dei dati.

Fanpage.it  12 ottobre 2018 “…Manuela. Milanese doc…dal nord è arrivata al sud per un intervento chirurgico fondamentale per la sua vita…in una struttura ospedaliera di Catanzaro, in Calabria, il Sant’Anna Hospital di Catanzaro, Centro di riferimento del Servizio sanitario nazionale per l’alta specialità del Cuore, dopo essere stata colpita da una ischemia cerebrale…”

CASERTA FOCUS 25 marzo 2021

“Tra le malattie soggette a migrazione sanitaria passiva infatti ci sono quelle dell’apparato cardiovascolare come la stenosi aortica degenerativa, una grave patologia di una valvola cardiaca per la cui terapia oggi si ricorre sempre più alla TAVI (la sostituzione della valvola aortica attraverso un catetere) al posto del più invasivo e classico intervento di cardiochirurgia a cuore aperto. Tra i numerosi effetti del Covid-19…il Presidio ospedaliero di Pinetagrande a Castelvolturno ha registrato un incremento del 20% proprio degli impianti TAVI… Arturo Giordano, direttore del reparto di Interventistica Cardiovascolare…”abbiamo strutture che possono essere annoverate tra le eccellenze nazionali… tanto da risultare tra i primi centri in Italia”.

OCCHIO 1 Agosto 2019…in tutta Italia i famosi Robot chirurgici “Da Vinci” sono 116, ma il maggior numero è concentrato nelle regioni del centro-nord…Al Sud, invece, sono appena 22, meno di un quarto…l’esodo dal Sud è una naturale conseguenza.

Questo dato richiama il servizio della Set TV di Vallo della Lucania 5 gennaio 2022:

“…alla Casa di Cura Cobellis di Vallo della  Lucania…nei giorni scorsi è stato effettuato un intervento chirurgico particolarmente complesso utilizzando la chirurgia robotica…La diagnosi per il 54 enne era tumore renale bilaterale ma con dimensioni diverse… il paziente è stato seguito dall’unita funzionale di urologia diretta dal dottor Aniello Cavaliere che grazie alla chirurgia robotica ha eseguito un delicato intervento durato circa 2 ore e mezzo in anestesia totale per la nefrectomia totale del rene sinistro e per quella parziale conservativa asportando solo la massa tumorale di quello destro, per garantirne la funzionalità,…il paziente a soli 5 giorni dall’intervento è stato dimesso. Grande soddisfazione da parte del dottor  Aniello Cavaliere: “da un anno e mezzo abbiamo introdotto la chirurgia robotica ed abbiamo eseguito circa una sessantina finora di interventi di prostatectomia totale, cistctomia radicale per cancro alla vescica, ma anche per patologie benigne del rene quali ablazione e giuntopatia.” Il direttore generale dottor Massimo Cobellis sottolinea che il risultato è frutto di scelte programmate e mirate per la crescita della clinica. È un importante programma di investimenti in tecnologie, formazione e personale altamente qualificato che da anni la Casa di Cura Cobellis continua a portare avanti.”

E si potrebbe continuare con presìdi della salute riconosciuti a livello nazionale: L’Istituto Nazionale Tumori di Napoli “Fondazione G[UW1] . Pascale”, l’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza” San Giovanni Rotondo, l’Ospedale “Santissima Annunziata” di Cosenza, l’Azienda Ospedaliera “Villa Sofia-Cervello a Palermo”, l’Ospedale “San Vincenzo” a Taormina, “L’Azienda ospedaliera di rilievo nazionale e di alta specialità   di San Giuseppe Moscati” ad Avellino ed altri.

In conclusione, non sono tutte limpide le acque nel mare sanitario, per larghi tratti stagnante nel Mezzogiorno. Ma ce ne sono e ci dicono che le cose possono cambiare.

 

 

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