Resilienza a Napoli

Filippo Ispirato
SALERNO – Lunedì 29 e martedì 30 giugno 2015 si è svolto, presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, un convegno internazionale sul tema della resilienza. Scopo del convegno è stata la necessità di approfondire il significato di un termine e, al tempo stesso, di un concetto, quello di “resilienza”, che è diventato gradualmente il “concetto-chiave di un’epoca” per il suo valore simbolico ed evocativo, in un periodo in cui il suo accesso interpretativo più frequente è collegato ad un’altra parola: “crisi”. Il 2015 è stato definito “l’anno della resilienza” dai vertici di diversi organismi internazionali quali lo United Nations Office for Disaster Risk Reduction (UNISDR). La comunità internazionale, infatti, si interroga sulle nuove crisi e catastrofi ed individua nella resilienza il concetto chiave per affrontarle. La resilienza implica, infatti, elasticità e capacità di adattamento dei corpi, delle passioni, di interi sistemi e territori. Tali qualità oggi appaiono più che mai preziose per uscire dal “guado” rappresentato da una crisi, una crisi epocale che è figlia della finanziarizzazione dell’economia e della globalizzazione dei mercati a scapito dell’economia reale e produttiva. La globalizzazione ha tradito, infatti, le nostre aspettative di prosperità e di stabilità economica ed il caso Grecia degli ultimi giorni ne è un esempio concreto. La globalizzazione ha prodotto innumerevoli effetti positivi, ma ha portato anche tanta fragilità e vulnerabilità, aggravando il problema della lotta per le risorse e per la sopravvivenza, piuttosto che risolverlo, come presagiva ed auspicava già anni fa l’economista Keynes per i suoi nipoti. Al giorno d’oggi, “i nipoti di Keynes” – o dovremmo dire i suoi “pronipoti”, visto che sono trascorsi ormai più di ottant’anni dalla prima edizione (1931) del celebre saggio Economic Possibilities for Our Grandchildren – vivono indubbiamente in un mondo più grande e più aperto di quello in cui viveva il loro illustre progenitore, ma l’unico risultato che hanno ottenuto è quello di renderlo molto più pericoloso, incerto ed instabile. L’economia globale ed il capitalismo estremizzato cercano sempre più manodopera a basso costo per aumentare profitti ed utili, a scapito del benessere della comunità. Basta infatti guardarsi intorno per rendersene conto: la rivoluzione tecnologica travolge i sistemi economici e sociali; le società sono sempre più sofisticate e complesse, ma al tempo stesso più diseguali, più espulsive e più esposte al tracollo; la crisi economica fiacca i popoli ed impoverisce le nazioni; i disastri naturali, in continuo aumento, sono spesso provocati dall’azione diretta o indiretta dell’uomo e producono danni fisici ed economici devastanti; il progressivo ridursi delle nascite e l’invecchiamento della popolazione mettono a dura prova la sostenibilità dei sistemi di assistenza sociale e sanitaria dei paesi ricchi ed industrializzati. Le soluzioni politiche tradizionali, ovvero la creazione di sistemi di welfare nazionali corporativi ed universalistici, sono progressivamente divenute insostenibili per ragioni di spending review, e la loro progressiva evoluzione verso sistemi di welfare liberali e regionali ne mette in crisi la funzione redistributiva ed inclusiva, soprattutto al mutare progressivo della composizione della popolazione determinato dalle migrazioni. Il governo di questi processi è affidato ad un settore pubblico in continua evoluzione, in ragione della profonda riorganizzazione del governo locale che, in nome di sussidiarietà e adeguatezza, sta prendendo forma in alcuni grandi paesi europei. Si impone dunque un cambiamento, un nuovo approccio ai problemi del mondo, che porti ad un’inversione di tendenza o, in alternativa, al recupero di quella spinta originaria che potrebbe portare finalmente in salvo i “nipoti di Keynes”, al di fuori del guado in cui sono rimasti intrappolati. Per fare questo è necessario, tuttavia, prendere coscienza dei cambiamenti in atto ed adattarsi ad essi in modo rapido e costante. La chiave di tutto, la via per la salvezza, è ora più che mai la resilienza, e cioè la capacità di rispondere all’incertezza e alle trasformazioni attuando strategie adattive e creando continuamente nuove forme di equilibrio, diverse da quella di partenza. È l’unico metodo che può aiutarci ad “addomesticare la belva”, per convincerla a cambiare traiettoria e farle fare ciò che vogliamo, vale a dire, accrescere il benessere e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni che abitano il pianeta, specialmente di quelle più povere, nel rispetto della democrazia e della giustizia sociale. Il convegno organizzato a Napoli, presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha cercato di analizzare le suddette problematiche, esplorando la possibilità di migliorare le capacità di adattamento dei sistemi economici e sociali ai cambiamenti in atto in Italia e nel mondo. All’evento hanno partecipato eminenti studiosi italiani (i Professori Marco Musella, Carlo Amatucci, Alfredo Contieri, Lilia Costabile, Augusto Guarino, Giovanna Morelli, Federico Pica, Salvatore Strozza) ed internazionali (i Professori Matthias Theodor Vogt dell’Università di Hochschule Zittau/Görlitz, Max Haller dell’Università di Graz, Tetsu Sakurai dell’Università di Kobe e Mario Cerrato dell’Università di Glasgow), nonché giovani ricercatori (fra cui Luigi Ferrara, Laura Mariateresa Durante e Salvatore Villani, che ha ideato ed organizzato il convegno), i quali hanno dibattuto, da un punto di vista multidisciplinare, sui diversi significati ed applicazioni del concetto di resilienza. Nelle sei sessioni in cui era articolato il convegno è stato presentato un numero cospicuo di relazioni (1) sulle diverse interpretazioni, letture critiche ed applicazioni del concetto di resilienza, (2) sulla relazione tra crisi economica, competitività e resilienza organizzativa, (3) sul rapporto tra istituzioni pubbliche e resilienza, (4) sulla questione della complessità, crisi e resilienza dei sistemi economici e sociali, (5) sul tema della resilienza rispetto ai fenomeni migratori e, infine, (6) sulla diffusione del concetto di resilienza nella letteratura contemporanea di area anglofona e spagnola.

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