RUGGI: Polichetti e il caso ambulanze private … appello a Verdoliva e Sosto

 

 

Aldo Bianchini

 

SALERNO –  Il “caso delle ambulanze private” che sostano nei pressi dell’Ospedale Ruggi di San Leonardo è una enorme notizia; è stata rilanciata in questi giorni dall’immarcescibile dr. prof. Mario Polichetti (segretario nazionale dell’UdC-sanità, già primario preso il Ruggi e in procinto di ritornare) e come al solito la stampa locale si è limitata a pubblicarla con più o meno spazio ma senza alcun doveroso approfondimento; ma tant’è, così funziona il giornalismo dalle nostre parti. E’ sufficiente riempire di notizie i giornali e i telegiornali (che sono vere e proprie “teleinterviste”) e il grave problema passa in secondo ordine; e il lavoro diuturno fatto da Polichetti viene presto dimenticato.

Insomma Polichetti ha messo il dito in una piaga purulenta che rischia di infettare tutto il Sistema Sanitario Locale che riguarda l’intera provincia di Salerno.

Il problema delle ambulanze private e di come le stesse vengono gestite dai legittimi proprietari è un argomento gravissimo che l’AOU Ruggi e l’ASL/Salerno farebbero bene a mettere nel loro mirino per evitare, prima che sia troppo tardi, che la cancrena dovuta alle connessioni illecite tra i privati e i dipendenti (pochi ma ci sono !!) pubblici della sanità diventi inarrestabile a tutto danno degli utenti (la parte debole del sistema !!).

Tengano molto ben presente i direttori generali e ingegneri Ciro Verdoliva (AOU Ruggi) e Gennaro Sosto (ASL Salerno)    che il problema non riguarda soltanto le ambulanze che sostano nei pressi del Ruggi, ma avvolge e travolge tutti i plessi ospedalieri del territorio di competenza della ASL, con l’aggravante che in provincia il “sistema di scambio pubblico – privato” è ancora più squallido e demoralizzante; arrivando in alcuni casi a vere e proprie estorsioni.

Il decisionismo e l’autorevolezza di Verdoliva e Sosto, deputati a gestire la nostra sanità pubblica nei prossimi anni, possono fare moltissimo per centrare e risolvere l’antico e squallido problema.

Capisco che per il giornalismo le denunce in tali casi diventano cose serissime che vanno a scontrarsi con la fantomatica autonomia e indipendenza dei giudici che, in molti casi, soprattutto in sede civile vanno disperatamente alla ricerca in maniera filosofica di motivazioni da portare a sentenze che spesso colpiscono i giornalisti in sede locale; non giustifico la totale assenza su queste problematiche in quanto il nostro è davvero il “bel Paese” in cui quasi sempre un’assoluzione in sede penale non si ribalta automaticamente in sede civile dove, per maturato convincimento, i giudici si dilettano a filosofeggiare per far perdere a tutti il filo del discorso logico dal quale la giustizia non dovrebbe mai allontanarsi.

Qualche mese fa, dinanzi ad un tribunale della nostra circoscrizione, si è conclusa una vicenda orribile che avevo trattato giornalisticamente tredici anni fa; avevo raccontato schematicamente quanto accaduto nel corso di una conferenza stampa indetta da un direttore sanitario di un presidio ospedaliero in merito per chiarire il punto della situazione che aveva coinvolto un paziente costretto a pagare a peso d’oro un’ambulanza privata per il trasporto urgente in un altro presidio ospedaliero pur essendo presente l’ambulanza pubblica nel parcheggio del plesso.

Ebbene, dopo tredici anni, in sede civile dopo che quella penale era finita nelle secche della burocrazia tra la direzione dell’ospedale e la Procura della Repubblica, ho subito una sentenza di condanna con delle motivazioni da far venire davvero il mal di stomaco; tra i diversi indagati sono stato condannato soltanto io per aver cercato di scrivere la verità.

Sto leggendo e rileggendo la sentenza (p.c. 219/2013 R.G.) ed ogni volta che la leggo ne capisco sempre di meno; alla fine ho maturato la convinzione che se quella sentenza dovesse essere applicata in sede nazionale dovrebbero immediatamente chiudere i battenti i programmi (giornalismo d’inchiesta e cronaca giudiziaria) che furoreggiano sui grandi network televisivi (tabloid e riviste comprese); come dire che anche nell’immaginario di molti magistrati i piccoli giornali e le tv locali sono le giuste palestre per fare sfoggio di ogni tipo di cognizione giuridica, tanto i piccoli non potranno mai difendersi come i grandi.

 

 

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