Da Giovanni Falci (avvocato)
Ho girato il mondo in lungo e largo e quindi ho mangiato dappertutto; bene, male, così così. Alla fine (facendo comunque le corna e grattando dove è necessario), ha vinto, su Montecarlo, Saint Moritz, Parigi, Roma, Milano, Barcellona, Lugano, Costiera Amalfitana e Sorrentina, Capri, Ischia, Firenze, Marrakech e tanti altri posti ancora, “la scialuppa” di Napoli e ha vinto la squadra capitanata da Salvatore e Marianna.
Premetto che non ho mai rilasciato recensioni neanche quando mi sono state richieste, e anche questa che scrivo non vuole essere una semplice recensione ma un atto di affetto.
Oggi il mondo della ristorazione è particolare, direi troppo sofisticato, troppo ricercato, troppo glamour; praticamente “troppo”.
“La scialuppa” invece non è troppo e più di troppo.
Non è solo quello che ti propone che è assolutamente speciale, ma è “come” te lo propone che fa la differenza.
Ricordo una volta che in un ristorante di quelli “famosi” in cui si fanno e organizzano “degustazioni” stavo per mandare indietro un agnello alla brace.
La descrizione dello chef dell’agnello che avremmo mangiato mi aveva letteralmente disgustato. Più che descrizione di una pietanza era una autopsia dell’agnello con la narrazione dettagliata del momento in cui era stato macellato; il tutto con aplomb da anatomopatologo.
Alla “Scialuppa” invece il fattore vincente è il sorriso.
A casa di un mio amico c’è una targa sulla quale campeggia questa scritta in francese: “Ici le sourire est de riguer”; sembra fatta a posta per “la scialuppa”; anzi la proporrei a Marianna e Salvatore come idea da affiggere all’ingresso.
Il sorriso che ti accoglie da parte di tutto il personale non è tanto il risultato di un’allegria interiore ma ne è la causa.
Se per strada, in un incrocio casuale di percorsi, o in ufficio, o durante un’attesa, ci si lasciasse scappare un sorriso quando gli occhi si incontrano (come accade appena arrivi alla Scialuppa), si riuscirebbe forse non solo a ottenere un po’ di simpatia e complicità, ma ci si scioglierebbe anche dentro, superando i nodi della tensione e della solitudine.
Questa sensazione la porto dentro dal febbraio 2016 (giornata con neve in città), il giorno delle dimissioni di mia moglie dalla clinica Mediterranea dove aveva subito un intervento di ablazione cardiaca.
Prima di rientrare a Salerno, visto l’orario, abbiamo deciso di fermarci a pranzare, ovviamente alla “scialuppa”.
Raccontato a Salvatore la ragione della nostra tappa da lui, abbiamo visto arrivare, dopo poco, a tavola una bottiglia di champagne.
Alla mia obiezione perché ritenevo trattarsi di un errore, Salvatore, con qualche chilo in più, all’epoca, ma sempre con quel sorriso, ci disse che quello era l’omaggio per festeggiare la guarigione di mia moglie.
Pensate che possa esistere al mondo un posto, anzi un luogo simile?
Proprio così “la scialuppa” non è un posto delimitato da geometria e geografia, ma è un “luogo” che è un concetto esistenziale; non a caso diciamo “ti senti o sei fuori luogo”.
Io alla scialuppa mi sento sempre a mio agio e mai fuori luogo.
Giovanni Falci
