Elezioni 27: l’inutile urlo di Landini

 

Aldo Bianchini

SALERNO – A qualcuno di giovine età quello che sto per scrivere può apparire frutto di sterile retorica e di compassato amarcord, ma io continuo a scrivere ciò che penso.

I sindacalisti del tempo che fu avevano tutta un’altra stoffa rispetto all’insipienza ed alla totale impreparazione di Maurizio Landini assurto ad un ruolo che sicuramente non è all’altezza di mantenere.

Eppure in tanti, me compreso, avevamo qualche anno fa auspicato la caduta di Susanna Camusso (prima donna salita sul trono della CGIL) e la salita al potere del metalmeccanico e sindacalista di fabbrica Maurizio Landini; sembrava poter essere l’uomo giusto al posto giusto per lottare al fianco dei lavoratori nell’ottica della conquista e conferma dei loro sacrosanti diritti proprio perché proveniente dalla fabbrica e dalle catene di montaggio.

Invece, almeno per quanto mi riguarda, è stato una delusione assoluta; l’ho visto ieri in tutti i tg nazionali che a Roma gridava e si affannava come un ossesso, e mentre lo guardavo mi appariva sempre più uno strumento nelle mani dei maneggioni della politica di sinistra (Schlein. Conte, Bonelli e Fratoianni) che non ne azzeccano manco una, soprattutto quando mettono nel mirino il governo Meloni su argomenti delicatissimi come la sicurezza, la difesa, il lavoro e l’economia.

Quanta è enorme la distanza, quasi siderale, tra i sindacalisti della cosiddetta prima repubblica e questi individui di oggi; quelli di un tempo (e qui apro l’amarcord) riuscivano a tenere a bada sia il partito cui si ispiravano che ogni governo nazionale nell’epoca in cui si susseguivano un paio di volte all’anno.

Allora sì che la CGIL era una guida, possibilmente anche morale, di tutti, finanche dei giovani che si ispiravano alle idee sovietiche e socialiste ed erano pronti a scendere in campo fisicamente per combattere le scremature di quello che era stato il ventennio fascista.

La CGIL ha avuto finanche il merito storico di aver combattuto e sconfitto la famigerata “Fiat di Valletta” che costringeva gli operai a turni massacranti sulle catene di montaggio senza alcuna protezione antinfortunistica e con un salario da vera miseria .

Per questa ragione la CGIL crebbe divenendo presto il primo sindacato italiano in difesa dei diritti dei lavoratori; e raggiunse cifre di iscritti eccezionalmente astronomiche con alcuni milioni di lavoratori che versavano il loro obolo mensile incassato direttamente dalle buste paga.

Poi nel momento del maggior successo, la promulgazione dello Statuto dei Lavoratori del 1970 quasi intoccabile come la Carta Costituzionale e dopo la difesa della democrazia negli anni di piombo, qualcosa incominciò a cambiare anche se il sistema resse fino all’epoca di tangentopoli che determinò la caduta della prima repubblica.

Poi è stato tutto uno sfacelo, un degrado, spesso soltanto confusione e lesione dei diritti degli stessi lavoratori, fino al punto che i sindacati in genere e la CGIL in particolare ha perso milioni di iscritti, soggetti che non hanno più creduto nell’azione seria, trasparente e legittima che per decenni aveva accompagnato decine di milioni di persone.

Ed è arrivato Landini con le sue urla, con il sangue che si addensa sul viso con il rischio di un malore, con parole pesanti che, comunque, non hanno alcun senso logico o almeno non producono ciò che Egli forse ritiene di poter conquistare.

Forse voleva fare il premier ma nelle mani dei quattro è diventato soltanto un tragico strumento di lotta politica che nulla ha a che fare con i lavoratori.

Ed ora ci si avvia verso un nuovo sciopero generale previsto per il 20 novembre prossimo; e gli occhi di Landini sul palco romano quasi si illuminano e ritorna il sereno sul viso, quasi come se avesse raggiunto il suo massimo obiettivo con uno strumento che bisognerebbe, invece, usare i eccezionalmente ed in forma più pacata e non con gli annunci gridati a squarciagola.

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