il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

RIINA: è morto il capo dei capi … e adesso ?

Aldo Bianchini

SALERNO – Nel reparto di massima sicurezza dell’ospedale maggiore di Parma alle ore 3.37 del mattino del 17 novembre 2017, venerdì, è morto Totò Riina, il capo riconosciuto della mafia in questi ultimi decenni è sceso, si spera, all’inferno se davvero nell’al di là esiste una distinzione tra buoni e cattivi.
La prima considerazione, dopo la sua morte, che verrebbe da fare è quella di dire “finalmente”; ma siamo tutti o quasi cattolici e, quindi, ci corre l’obbligo di rispettare la morte senza andare molto oltre perché abbiamo anche l’altro più importante obbligo di rispettare tutti i familiari delle vittime di mafia che sono centinaia, e quasi sempre per ordine diretto del “capo dei capi”.
Rispetto anche la breve frase che Salvo, il figlio di Totò, ha postato su FB il 16 novembre, giorno dell’87° compleanno del padre: “Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà. Ti voglio bene, tuo Salvo”. La cosa vergognosa è che quel posto ha ricevuto ben 500 like; è inutile commentare.
Ma ci sono altre due cose vergognose. La prima, che a Corleone subito dopo la morte del capo sono state sbarrate porte e finestre di tutto il paese, non so se per ossequio o per timore, sicuramente per un atto di vigliaccheria collettiva. La seconda, è che le telecamere dell’informazione sono state invitate a non inquadrare in maniera costante ed asfissiante la casa di Totò, e stranamente tutti hanno ubbidito mettendo in mostra un altro volto dell’informazione. Anche qui è inutile commentare.
“U’ curtu” oppure “la belva”, questi i nomignoli più noti di Totò Riina che era nato a Corleone il 16 novembre 1930 e che è morto a Parma il 17 novembre 2017; il capo dei capi è stato, tecnicamente, il vero capo operativo della mafia siciliana e mondiale dal 1982 al 15 gennaio 1993, momento della sua clamorosa cattura dopo moltissimi anni di latitanza dorata. Secondo gli osservatori il vero potere di Riina nasce nel 1958 quando, insieme al famigerato Luciano Liggio, assassinò l’allora capo dei capi Michele Navarra con il conseguente sterminio di tutti gli uomini di Navarra nel corso di un vero e proprio conflitto durato fino al 1963. Dunque Totò Riina ha dominato in lungo e in largo lo scenario mafioso almeno per trentacinque anni in forma diretta e per i successivi ventiquattro in forma indiretta dalla posizione di carcerato al 41/bis. In pratica Riina è stata latitante dal 1969 al 1993, pur vivendo quasi sempre nella sua amata Corleone sotto gli occhi silenziosi e complici di tutti.
Ordinò le stragi più dolorose del nostro Paese, tre quelle che hanno avuto eco mondiale: Capaci e Via D’Amelio; nella prima del 3 settembre 1982 morirono il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’autista in Via Carini a Palermo; nella seconda del 23 maggio 1992 morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta in loc. Capaci allo svincolo dell’autostrada che porta dall’aeroporto verso Palermo; nella terza del 19 luglio 1992 morirono il giudice Paolo Borsellino e i cinque uomini della scorta in Via D’Amelio a Palermo.
La sua fama di “belva” prese piede in tutta la sua drammaticità dopo l’assassinio del procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione, e dell’autista Antonino Lo Russo eseguito direttamente da Totò Riina in Via dei Cipressi a Palermo nella mattinata del 5 maggio 1971.
Ho seguito attentamente le numerose interviste realizzate dai vari network nazionali nel centro di Corleone; quelle degli anziani mi sono scivolate addosso senza lasciare tracce particolari, si sa benissimo che quella classe di età non vede, non sente, non parla; esterefatto, però alle parole di alcuni giovani che parlano soltanto di un passato da chiudere in fretta. Probabilmente la mafia riesce ad entrare anche nell’immaginario collettivo e non soltanto nelle psicologia personale della gente; da qui la difficoltà di combatterla e di distruggerla.
La mafia è come i vasi comunicanti ovvero come le scatole cinesi, ne apri una e ti sfuggono tutta le altre che immediatamente cambiano pelle, abitudini, dislocazione, diventando sempre più specializzate ed anche più feroci.
In tutta sincerità mi auguro di non vedere in giro per le strade di Corleone il solito manifesto funebre “Marito, padre e nonno esemplare”; speriamo che lo Stato ci risparmi questo eventuale ulteriore schiaffo alla legalità.
E adesso cosa accadrà ? Niente di niente, morto il re viva il re, la mafia continuerà a navigare nei mari della tranquillità, a cambiare pelle, a riciclarsi come soltanto lei sa fare.

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