il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

A 50 anni dal ’68

 

Giovanni Falci

 

SALERNO – E’ solo un “inizio” è stato lo slogan più famoso e anche più bello del ’68.

Il ’68 però non è esploso improvvisamente, è stato in un certo senso preparato per lo meno da un decennio; da quel decennio in cui l’Italia per la prima volta è divenuto un paese moderno, quando cioè ha superato la arretratezza storica del suo capitalismo.

Questo mutamento è avvenuto tra gli anni 50 e gli anni 60 con quel fenomeno definito “neocapitalismo”. Per l’Italia il neocapitalismo significò l’ingresso nel capitalismo moderno.

L’epoca moderna comincia proprio in questo decennio. L’inizio coincide quindi con la modernizzazione del paese che ebbe origine dalle lotte operaie dei primi anni sessanta.

Possiamo allora dire che il moderno e la modernità è uno dei maggiori simboli del ’68; l’  inizio è allora quello dell’inizio di un paese moderno.

Però subito dopo il ’68 c’è stata una forte reazione del sistema; chi deteneva il potere riteneva che la spinta fosse stata eccessiva, troppo forte, che avesse catapultato troppo avanti la società: bisognava dunque arginare questa spinta e trattenerla, cosa che è stata fatta in vari modi con la reazione.

La strategia della tensione è stato proprio il tentativo di trattenere l’onda rivoluzionaria e ricacciarla indietro.

Proprio per questa ragione e per questa ambiguità (in quel momento sembrava una grande spinta poi reintegrata nell’apparato del sistema), sarei tentato dall’escludere il termine rivoluzione per il ’68. Sembra eccessivo, in realtà quel movimento è stato una forte modernizzazione di sistema tra le cui cause va sicuramente valorizzato il baby boom.

Proprio quest’ultima caratteristica rende impossibile oggi quello che da più parti si auspica: bisognerebbe rifare il ’68. Oggi è impossibile per la semplice ragione che non ci sono più i giovani che allora erano una massa enorme che sfondava e vinceva come a Valle Giulia. Nel ’68 c’era una società giovane e di giovani.

Sui contenuti non può non farsi riferimento a quel famoso libretto con gli slogan del maggio francese: l’immaginazione al potere.

Questo è per  me lo slogan sicuramente più riuscito e straordinario che si rivolgeva ad un pubblico giovane che lo comprendeva e condivideva perché per un giovane è sempre implicita la novità, il gusto per la rottura.

E’ lì nel ’68 che ha preso la parola una generazione, la mia, che rompeva anche nel linguaggio, ma che non disdegnava di studiare i grandi classici greci e latini.

Essere moderni non significava essere ignoranti.

Tutti gli slogan del ’68 che usavano questo nuovo linguaggio più diretto e democratico andavano nella direzione dissacrante. Per questa ragione invece che rivoluzione sarebbe più appropriato il termine “contestazione”: si opponeva e quindi contestava a un linguaggio un altro linguaggio, a uno stile di vita un altro stile di vita. Una “rivoluzione di costume” sicuramente, un rovesciamento di usi e abitudini. Veniva messo sotto critica tutto quello che c’era: questa è una grande conquista del ’68.

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