il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

VALLO DI DIANO ALLA RICERCA DELL’EQUILIBRIO TRA TERRA E ACQUA. IL FIUME TANÀGRO NELLE CITAZIONI ROMANE. LA BONIFICA ROMANA

Dr. Michele D’Alessio (giornalista-agronomo)

 

Il Vallo di Diano

Il Vallo di Diano, e forse quasi tutta l’Italia, si tratta di un territorio fragile e mutevole in balìa del mare, dei fiumi e del clima, come abbiamo detto la volta scorsa. Da sempre, il territorio è stato sempre al centro della politica, a volte con la creazione di Enti specifici (a volte inutili) che in caso di qualche intervento urgente su fiumi, portano a doppi, tripli, quadrupli, infiniti pareri, oltre a creare immobilismo e inerzia, provocano un continuo, costante e avvilente scaricabarile, cosi che la burocrazia sui temi ambientali non determina tutela e valorizzazione, ma abbandono e degrado. Questo, pero, non accade solo adesso, con la politica attuale, ma come ci riferisce lo scrittore, ricercatore e nuovo depositario di Storia Romana e attuale del Vallo ma soprattutto di Polla, il Dottore Vitantonio Capozzi, nei secoli la burocrazia ci è sempre stata (forse in maniera minore)       “… Le attività di bonifica effettuati dai sovrani borbonici non sono che una parte, ancorché importante e poderosa, del tentativo di dare ordine al dissesto idrogeologico imperante e perdurante nel Vallo di Diano sin dalla notte dei tempi. Ripercorriamo insieme le tappe storiche che hanno segnato il lungo cammino di sistemazione della vallata, toccando anche concetti di carattere generale.

Il fiume Tanagro

La bonifica è un’incessante, complessa attività alla continua ricerca di un difficile equilibrio tra Acqua e Terra, equilibrio sempre perduto e continuamente da riconquistare, sempre più esposto al pericolo di un irreversibile collasso.

E ancora oggi l’opera dell’uomo, presumibilmente iniziata dal tempo dei Pelasgi, continua inarrestabilmente, tutta protesa a “creare” la pianura e, così, conquistarla alle condizioni elementari di una presenza umana, in forte crescita, restituendola – con prosciugamenti, con strade, abitazioni, opere di civiltà – a popolazioni che da secoli, per insicurezza del territorio e varie altre concause storiche, ne erano state bandite. La bonifica nel Vallo di Diano costituisce quindi una riforma complessiva del territorio, incaricata di sostituire il processo storico, di creare ex novo un rapporto fra popolazioni e risorse che, nel tempo, si era formato attraverso il lavorio molecolare di un processo durato secoli.

Sappiamo che sulle acque dei fiumi è passata la Storia. Come è anche noto che sulle sue sponde si sono svolte molte vicende che, tramandate di generazione in generazione, si sono radicate nella cultura dei popoli che le hanno manipolate e trasformate in miti e leggende. Stessa sorte è toccata alla leggenda de Il Solitario della Polla, una storia nata sul lago e sulle sponde del fiume Tanàgro, giunta a noi grazie allo studioso napoletano Tommaso Aurelio De Felici, il quale, insieme a tante altre, la volle inserire nel suo libro Leggende e Tradizioni Patrie, editato nel 1855 e nel 1859. Della leggenda, che si offre come una realistica e dettagliata descrizione del territorio di Polla, così come appariva ai tempi della regina Giovanna II^, con i suoi inghiottitoi, dette Crive, con il suo Lago e il suo paesaggio, con le boscaglie e gli arbusti di vario genere, che esaltavano il disordine idrogeologico, si parlerà ampiamente più avanti. Sul fiume Calore-Tanàgro, detto anche Nègro, e del suo scorrere lungo il Vallo di Diano numerose sono le citazioni storiche. Ovviamente, ad epoche storiche differenti corrisponde una diversa descrizione del suo ambiente, del territorio e del suo sfruttamento economico. Ricostruire la storia del nostro fiume e cercare tutte le informazioni storiche scritte in passato, ci consentirà di avere, oltre che una visione più completa di esso, la possibilità di capire quali siano state le problematiche che hanno afflitto le popolazioni e quali le soluzioni, a dire il vero pochissime, adottate per risolvere i diversi disagi. L’intento, com’è ovvio che sia, è quello di porci nei confronti della storia in un’ottica di rispetto e di apprendimento. Secondo la nota formula ciceroniana, “historia magistra vitae” (la storia è maestra di vita), conoscere gli errori, le incongruenze, le incomprensioni e le storture che sono stati consumati in passato, ci aiuterà sicuramente a non ripeterli e a guardare in avanti con animo più sereno le strategie da intraprendere per la soluzione dei problemi. Proprio per questo motivo nel seguente capitolo si cercherà di descrivere nel modo più esauriente possibile le testimonianze e gli eventi più importanti che hanno contraddistinto la storia del fiume Tanàgro.  I primi ad occuparsi del fiume Tanàgro e del suo scorrere lungo il Vallo di Diano furono Publio Virgilio Marone (70 a.C.–19 a.C.) e Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio (23 d.C. – 79 d.C.) per distinguerlo dal nipote Gaio Plinio Cecilio. Iniziamo dal secondo.

Il fiume Tanagro in una foto d'epoca

Grande osservatore della natura nel mondo antico, Plinio il Vecchio, nel libro Naturalis Historia, descrive il fiume Tanàgro come un corso d’acqua che scorre nel Vallo di Diano e che, una volta sommersosi, riprende il suo naturale defluire, uscendo dopo venti miglia: “In campo Atinate, fluvius mersus, post XX milia passuum, exit”. In proposito si osserva come lo storico abbia commesso un errore manifesto nel confondere due miglia di cammino sotterraneo del fiume con ventimila e che il campus Atinas qui vuole indicare una definizione generica dell’area geografica, corrispondente a quella del Vallo di Diano, attraverso il suo centro principale, Atena Lucana. (V. Bracco, Atina, «Supplementa Italica», n.s. 3, Roma 1987, p. 55).

Prima di Plinio toccò al sommo poeta latino Publio Virgilio Marone, nel libro III del suo Georgicon, descrivere la vallata attraversata dal Tanàgro. E lo fa osservando come l’aria fosse scossa da furiosi muggiti echeggianti nei boschi e la sponda del Tanàgro fosse in secca e, quindi, con scarsa quantità d’acqua (…furit migitibus aether concussus, silvaeque, et sicci ripa Tanagri.). Va qui osservato che la voce al genitivo sicci, non assumendo il significato privo d’acqua, esprimerebbe, in modo più convincente, il concetto di poco vigore, soprattutto in relazione alla sua portata. L’epiteto usato dal Virgilio si riferisce evidentemente al periodo estivo, quando il fiume scorre con minore quantità d’acqua.

Le caratteristiche del Tanàgro riportate dai due scrittori latini ci inducono a fare alcune riflessioni.

È notorio che le acque dei fiumi, nei tempi passati, non fossero state apportatrici di soli benefici. Infatti, gran parte delle acque superficiali che stagnavano nel periodo estivo divenivano di fatto veicoli portanti di malattie infettive. E, a tal proposito, Virgilio, osservava come il tafano (un insetto assai molesto, somigliante ad una mosca), volando in sciami lungo le pendici dei monti e dei boschi, pungesse e molestasse le mandrie con il suo fastidioso ronzio, tanto da metterle in fuga. E nel fuggire le povere bestie riempivano di muggiti l’aria che echeggiava nel bosco e lungo le rive del Tanàgro in secca.

Vero è che questo stato di cose abbia condizionato, e non poco, la vita degli uomini, che preferirono la montagna alla pianura, proprio perché ritenuta più sicura e dove si respirava un’aria più salubre. Ed anche perché durante i periodi invernali nel Vallo di Diano le inondazioni del Tanàgro procuravano danni notevoli e nessun altro paese ne soffriva tanto quanto Polla, per la sua posizione in prossimità della strozzatura della valle, dove il fiume, nel rigurgitare le sue acque, formava un lago di circa due miglia di circonferenza (quattro chilometri circa), come confermato dalla storiografia pre e post rinascimentale.

Dal libro Notizie storiche sulla distrutta città di Atinum Lucana (Tipografia De Marsico, Sala Consilina 1901) di Giovan Battista Curto, oriundo di Atena Lucana, apprendiamo che i Pelasgi e i Greci furono i primi che tentarono di intervenire con opere manutentive sugli inghiottitoi naturali, detti Crive o Clive, ubicati nel territorio di Polla, per dare loro una sistemazione adeguata. Invero, sulla presenza pelasgica a Polla ci sono altri storici a pensarla allo stesso modo (ex multis Curcio Rubertini, Antonini, ecc.). Ma solo dopo la conquista romana (II^ sec. a.C. circa), assistiamo ad un più razionale e consistente intervento di riordino e di bonifica del territorio. Lo conferma lo storico Leopoldo Cassese (1901 – 1960) nei suoi Scritti di storia meridionale (P. Laveglia editore, Salerno 1970, pp. 123 e ss.). Questi ricorda come i romani si fossero adoperati per bonificare la valle (fàcere agrum) e come, al fine di facilitare il deflusso delle acque, avessero intrapreso la grandiosa opera del taglio della roccia, detta Foxatum, nel punto dove inizia la forra detta di Campestrino. E a tal riguardo cita il rinvenimento, in contrada Maltempo di Polla, dell’epigrafe marmorea con sopra inciso: “Pontem. Et. Foxatum. Romani. F.”. Dell’epigrafe invero, e prima di lui, fece menzione l’Ingegnere Giuseppe Pollio citandola in una relazione tecnica trasmessa all’Ill.mo Conte Signor D. Cesare Coppola, Presidente della Regia Camera, Commissario Delegato de’ Regi Lagni (Vedasi anche il Manoscritto presso il fondo Intendenza, ramo bonifiche, presso Archivio di Stato di Salerno, busta 1600, f.118). Poiché della lapide non v’è riscontro alcuno, si ritiene che la stessa possa essere falsa anche se l’attributo è rimasto (V. Bracco, Inscriptiones Italiae, Roma,1974, III, 1, n. 16, pag. 165, Inscriptiones falsae).

Prof. Vitantonio Capozzi

In verità è verosimile ritenere che i Romani, a partire dal II^ sec. a.C., abbiano affrontato il tormentato tema della bonifica del territorio, come la costruzione del Ponte in pietra a cinque archi sul fiume Tanagro. La loro fattiva azione protesa a sistemare l’ager pubblicus è testimoniata dal Lapis Pollae, detto anche Elogium. È un documento epigrafico del II secolo a. C., di straordinaria importanza, rinvenuto in contrada S. Pietro del comune di Polla che, per certi versi, riflette anche la vita del tempo. Tralasciando le parti che a noi non interessano per la materia trattata, il monumento epigrafico ci ricorda come queste zone fossero state inizialmente abitate dai pastori, i quali, proprio in quegli anni, dovettero cedere il campo agli agricoltori (fecei ut paastores cederent aratoribus). Del resto, il processo di romanizzazione prevedeva, oltre la costruzione dei Fora, di strade e ponti, poderosi interventi per bonificare i terreni, con l’intento di favorire la messa a coltura dei territori conquistati. Dunque, i pastori (Lucani) lasciarono il passo agli “aratores” (Romani). E mentre forse il lavoro delle fucine e le attività di scambio dei metalli, sempre affidata ai misteriosi “alloglotti”, andavano scemando nel territorio occupato dai coloni romani, si sviluppò una forte comunità di “aratores” a fianco dell’elemento lucano dei “pastores” e dei greci, provenienti dalle città ioniche, dediti essenzialmente ai traffici. L’epigrafe rappresenta uno dei documenti più importanti dell’età repubblicana, in quanto la forma in cui è stilata e i dati che da essa si ricavano ne fanno un singolare documento a metà tra miliarium, Itinerarium ed elogium.

L’attuazione sul posto della riforma agraria, attraverso l’assegnazione agli agricoltori dei terreni appartenenti allo Stato romano e sottratti ai pastori, la cosiddetta centuriazione, ci fa anche pensare ad una radicale trasformazione del territorio in un ambiente più ordinato e meglio governato dalla mano dell’uomo. Purtroppo, la via ab Regio ad Capuam, che un tempo era anello di congiunzione tra l’estremo sud dell’Italia e il centro, che rappresentava un importante sistema viario che favoriva traffici d’ogni genere, caduta in estremo abbandono, ben presto divenne non più utilizzabile, perché, come ricorda lo stesso Cassese (op. citata), “venne corrosa e quasi sommersa dalle montane acque. L’agro pubblico, che le assegnazioni dei Gracchi avevano contribuito a distribuire agli agricoltori, i quali vi avevano impresso un’orma benefica e feconda, quasi scomparve sotto la furia distruttrice delle acque”. L’epigrafe tardoantica del Lapis Pollae rimane l’unica fonte storica, fino al periodo bassomedievale, a testimoniare i tentativi di bonifica effettuati sul territorio. Il processo di urbanizzazione nel Vallo di Diano, a partire dal medioevo, aveva determinato l’immediata necessità di nuovi spazi collinari da coltivare e di legna per la costruzione di nuove case. Il bosco fornì spazi liberi con rilevante quantità di legname utilizzato nelle costruzioni e il continuo disboscamento comportò un disseto idrogeologico. Proprio perché le acque piovane, non più trattenute dalle radici, si andavano via via raccogliendo con sempre maggiore velocità negli impluvi, tanto da favorire il loro raggiungimento, in tempi brevissimi, nei collettori vallivi. Sagomati dalla natura per smaltire determinati volumi d’acqua, impluvi e collettori versavano in un grave squilibrio e dissesto ambientale…”. Visto l’importanza della annosa questione del fiume Tanagro, con il dottor Capozzi, per adesso ci fermiamo qua, per riprendere la prossima volta sui vari tentativi di bonifica nel Medioevo e dei tempi nostri, ad opera della potente famiglia dei Sanseverino di Teggiano fino ad arrivare a quella di Mussolini.

 

3 Commenti

  1. SONO MOLTO INTERESSANTI QUESTI ARTICOLI STORICI, DOVREBBERO ESSERE FATTI ANCHE PER ALTRI ARGOMENTO . COMPLIMENTI AL DOTTORE CAPOZZI,, AL DIRETTORE, ALLA REDAZIONE E A CHI LI SCRIVE….

  2. E’ un lavoro interessante che è trattato con perizia e con conoscenza storica, documentata, sicura e precisa.
    Il fiume Tanagro ha avuto, nel corso degli anni,dai Pelasgi – Greci al periodo dell’impero romano e fino ai giorni nostri,delle bonifiche,ma,nonostante ciò,continua ad esondare. Questo è un pericolo costante per gli abitanti di Polla. Per evitare tali esondazioni,è necessario, a mio parere,abbassare il letto del fiume e pulire gli argini, per far sì che le acque defluiscano senza essere trattenute negli anfratti.

  3. Il signor SCELZA GENNARO ha fatto una analisi perfetta ed ha espresso un pensiero preciso, ora ci chiediamo, visto le numerose e frequenti esondazioni attuali del Tanagro, ma i Romani erano più intelligenti di noi ? ? visto che a quei tempi le esondazioni erano rare….

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