“QUESTA UNIVERSITA’ CHE STA MORENDO”. IL CASO-ZEVIANI.

di Michele Ingenito

Le Università italiane lo bocciano? E gli Inglesi se lo portano a Cambridge/UK, dove sostituirà in cattedra un Premio Nobel addirittura!

Pazzesco? Assurdo? Incredibile? No, un tipico caso all’italiana. Chi ci guadagnerà? Gli altri, naturalmente. L’Inghilterra nel caso specifico.

Ciò che non è riuscito a compiere in tanti anni tra i corridoi sempre complici e mafiosi di noti atenei nostrani, lo ha risolto in meno di 24 ore in una delle sedi universitarie più prestigiose in assoluto nel mondo: Cambridge.

Sia pure a 56 anni, il neurologo milanese Zeviani da una parte consolida la propria fama di studioso e di ricercatore di livello mondiale nel settore della neurologia e della neuro genetica in particolare, dall’altra si toglie definitivamente dalle scatole del regno degli intoccabili, i discendenti, nonché eredi per diritto spermatozoico dei padri-padroni della medicina italiana. Alla faccia del rinnovamento!

E’ di queste ore la decisione del governo-Monti, su imbeccata provvidenziale della tosta ministra Fornero, di riservare un paio di miliardi di euro alle famiglie povere del Mezzogiorno e dei giovani soprattutto. In questo caso non di quelli ignoranti, che non hanno potuto studiare. Ma di quegli infiniti laureati a spasso, sulla base delle loro specifiche competenze.

Finalmente! Qualcuno comincia a ragionare all’americana in base alla efficacissima tesi americana dell’uomo giusto al posto giusto; sia pure, date le circostanze, per elemosina e carità.

A questo punto, non è giunta l’ora, signor Presidente del Consiglio, di cogliere l’occasione per fare una bella retata tra i tanti ingiustificati occupanti di cattedre universitarie delicatissime, come quelle di medicina, ad esempio, o di altre discipline di tipo scientifico soprattutto, per verificarne le capacità reale e la fondatezza logica a fronte di infiniti, vuoti e, quindi, falsi paroloni che hanno fatto solo ridondanza nei verbali concorsuali degli ultimi dieci anni che li riguardano? A partire dalla legge-Zecchino del 2000 applicata in maniera infame, ripetutamente, nei cosiddetti concorsi locali?

Il caso-Zeviani è ormai alla ribalta della cronaca nazionale. E’ sufficiente collegarsi ad Internet per verificare i particolari dell’ennesima figuraccia internazional-accademica nostrana.

Del resto, in un paese dominato dai tanti Trota&lode, cosa volete che gliene importi ai potenti blasonati delle caste nostrane di uno Zeviani esportato oltre Manica!

Quale sarà la qualità dei futuri medici italiani che, nell’impossibilità di superare il ‘test’ di ingresso nel Paese di origine, se ne vanno tranquillamente a Tirana (ALBANIA) per conseguire lì la tanto agognata laurea in medicina, ufficialmente sede distaccata dell’Università di Tor Vergata? Fatta la legge, trovato l’inganno! I figli di papà medici stiano pure tranquilli. Il passa parola della casta ha trovato il trucco ufficiale per una formazione albanese in vista di una futura cattedra italiana-doc.

La cosa che fa ridere di più è in questo paese un po’ troppo medioevale al negativo è la convinzione profonda che una cattedra universitaria sia un biglietto di visita irrinunciabile per i figli di papà. L’elenco delle dinastie nazionali è così lungo da infastidire, ormai, chi pure non ne può più di nepotismi elevati al quadrato. Ormai c’è di tutto. Drogati inclusi.

Di Trota in cattedra ce ne sono a bizzeffe, come si sa. Perché prendersela, allora (si fa per dire), con il povero rampollo-Bossi se, alla fin fine, si è solo accontentato di una laurea fantasma, limpida come il Kristal, conseguita, perfino a sua insaputa, in quel di Tirana (ALBANIA), per meglio giustificare un seggio nel consiglio regionale della Lombardia? Medioevo più, Medioevo meno, siamo alle solite. Dal papà-barone, figlio-barone.

“L’università sta morendo? Manderemo i nostri figli a studiare all’estero? Diventeremo una colonia culturale?” Domande impietose che, giorno dopo giorno, riecheggiano spaventose alle nostre orecchie. Parole che un formidabile e intramontabile Maestro del pensiero moderno, tra i padri in assoluto dell’Anglistica italiana contemporanea, Fernando Ferrara, si poneva anni fa: lucidamente, criticamente; oscura profezia di un tempo che fu, che – purtroppo – è, che forse e ancora a lungo sarà in cotanta accademia italiana: ieri come oggi, oggi come domani. Per non trovare insoddisfatti il nulla prima di diventare nulla.

Siamo, perciò, estremamente grati al direttore di questo giornale se vorrà pubblicare una testimonianza autorevole di Fernando Ferrara sul problema-università degli anni ’70; una testimonianza storicamente antica, eppure spaventosamente attuale, nel segno dei grandi maestri che pure questo Paese vanta, nella sua superiore e ineguagliabile tradizione di cultura e civiltà.

 

« (…) chiunque io sia, né io né nessun altro che sia uomo, saremo mai contenti di nulla, finché non troveremo la pace nell’essere nulla. (W.Shakespeare, Riccardo II

‘La funzione dell’università che rinasce’: tra profezia e realtà

FERNANDO FERRARA

Le università italiane sono allo stremo: ogni organico disegno e unitario appare ormai smarrito; le sedi sono disseminate, smobilitate; gli istituti si rannicchiano avviliti in mediocri appartamenti d’affitto, in vecchi palazzi fatiscenti e umidi, in nuovi edifici imbellettati dagli speculatori secondo gli schemi del design funzionale e precocemente invecchiati; gli emblemi del Sapere, della Cultura sono scomparsi, sommersi dall’onda montante delle scritte, dei fogli, dei manifesti, dei tatze bao che formano ormai uno spesso palinsesto quasi decennale sui muri, i docenti appaiono e scompaiono, un po’ furtivi, un po’ preoccupati, un po’ stravolti; gli studenti vagano smarriti o cinici, sempre impietosi; c’è poca luce; le porte sono sconnesse, le attrezzature insufficienti, inefficienti, obsolete; il disordine e la frammentazione sono l’esteriore manifestazione di una destrutturazione orami giunta allo stadio finale della decomposizione.

Il paese, in genere, assente, distratto; per lo più scettico o sufficiente e poi, a un tratto, angosciato: l’università sta morendo? Manderemo i nostri figli a studiare all’estero? Diventeremo una colonia culturale? E i quadri dirigenti per il domani? Cosa fare di tutti questi disoccupati con laurea?

I dirigenti della politica e dell’economia scuotono la testa: il male sembra incurabile. Qualcuno propone rimedi drastici ma senza eccessiva convinzione; qualcuno corre ai riparie nascono asettici, forse sterili, centri di ricerca esterni all’università, lontani dalle tabe della contestazione, del lassismo, dell’assenteismo, che sembra aver infettato ogni cosa. Nel mentre i docenti invecchiano, invecchiano perché gli hanno vietato di riprodursi chiudendo con una legge stolida e mistificante l’accesso ai nuovi studiosi.

Questa università che sta morendo, è l’università fondata dalla borghesia liberale piemontese e lombarda e riadeguata dal fascismo (con la complicità dell’idealismo degenere) alle proprie esigenze funzionali. E’ quindi, per definizione, un’università retorica, provinciale, autoritaria, miope e disonesta. Gli insegnanti onesti e di valore vi sono vissuti a disagio e vi sono stati sempre eccezione. E’ inevitabile e giusto che stia morendo e alla meritata morte – com’è noto – è stata sospinta dai migliori fra i suoi studenti e docenti. (…)

Esiste e sopravvive solo ciò che sa rendersi indispensabile; l’università che sta morendo è, in questa forma, un escrescenza superflua, forse indesiderabile, sul corpo della società italiana. Tutto quello che vi si ‘insegna’ lo si può imparare assai meglio fuori di essa (…), quello che vi si apprende, comunque, non è mai sufficiente per l’esercizio responsabile e competente di una professione. Né val la pena di stare ad ascoltare gli esaltati o i manigoldi che parlano di ‘formazione culturale’ astratta e disinteressata: la malattia mentale o la delinquenza non sono argomenti di cui ci si vuole qui interessare. Occorre perciò che si riformuli una proposta che renda utile, anzi indispensabile, la funzione dell’università che rinasce. E’ questo l’obiettivo comune dei tanti gruppi che – tra le rovine di un’istituzione che è crollata – sono al lavoro: per raggiungere questo obiettivo occorre reinterpretare il modello conoscitivo, giungere al superamento delle sue categorie arcaiche, delle sue metodologie obsolete e delle sue teorie impotenti – che rispecchiano gli interessi e le strutture di una egemonia sociale (e quindi culturale e ideologica) ormai sconfitta per costituirne di  nuove che siano funzionali alle strutture e alle esigenze della società d’oggi (…)”

(estratto dalla Presentazione di F. Ferrara al volume Messaggi e ambiente. La comunicazione nuova struttura delle società umane a cura di G.R. Cardona e F. Ferrara, Collana Cultura e Società, n° 4, Officina Edizioni, 1977, pp. 7-8.)

(estratto da Il Corriere della Sera)

Va a Cambridge lo scienziato
«bocciato» dagli atenei italiani

Prenderà il posto di un premio Nobel. «Mi hanno scelto in 24 ore». Il neurologo Zeviani: da noi si impedisce il ricambio

Matteo Zeviani

MILANO – I successi nella ricerca scientifica adesso lo portano al Medical Research Council di Cambridge a prendere il posto di un premio Nobel, John Walker. Ma nell’Italia troppo spesso sotto i riflettori per le cattedre assegnate a mogli, figli, cognati, amici e amici degli amici, il medico e ricercatore italiano Massimo Zeviani, 56 anni, non è riuscito a vincere un concorso universitario. Dalla fine degli anni Ottanta, la sua attività nel laboratorio dell’Istituto Neurologico Besta di Milano si è concentrata sulla disfunzione dei mitocondri, le centrali delle cellule che forniscono l’energia indispensabile a tutti i processi vitali, come il cuore che batte, i muscoli che si contraggono e i neuroni che si connettono tra loro: gli studi di Zeviani hanno portato all’identificazione dei principali geni patogeni, all’individuazione dei meccanismi che producono le malattie e alla sperimentazione di nuove terapie. Sono scoperte che gli sono valse riconoscimenti internazionali come il premio Brain per la ricerca neurogenetica e pubblicazioni su riviste prestigiose come Nature e Science .

Dal prossimo gennaio il ricercatore andrà a lavorare a Cambridge come capo della Mitochondrial Biology Unit, diretta negli ultimi 14 anni dal Nobel John Walker, oggi 71 enne. Per raggiungere il traguardo Zeviani ha spedito lo scorso ottobre il curriculum vitae e il 17 gennaio ha sostenuto un colloquio di un’ora con 15 scienziati e autorità britanniche, guidati da sir John Stewart Savill, presidente del Medical Research Council.Partito verso Londra solo con la chiavetta di memoria del Pcpiena di progetti, Zeviani ritorna a Milano il giorno successivo con la risposta in tasca: «Nel giro di 24 ore – ricorda – mi hanno fatto sapere che l’ambìto posto era mio». Per le sue ricerche il medico avrà a disposizione 50 milioni di euro in 5 anni.

L’orgoglio e l’amarezza. Dall’università italiana Zeviani si è visto sbattere la porta in faccia ben due volte: la prima, tempo fa, per un concorso nazionale per una cattedra da professore associato di Patologia generale, il secondo a Padova cinque anni fa per diventare professore ordinario di Biologia molecolare. Sull’argomento è impossibile strappargli un commento, non è tempo di polemiche per Zeviani, ma una considerazione se la lascia scappare: «Io devo molto a Milano, e all’Istituto Besta in particolare – dice -. Quello universitario è, invece, un mondo chiuso e autoreferenziale, che impedisce il ricambio. La selezione fatta a Cambridge invece è stata veloce, snella, basata sulla comparazione delle competenze e sui valori della trasparenza». Alberto Guglielmo, ai vertici del Neurologico Besta commenta: «Il prestigioso incarico a cui è stato chiamato Massimo Zeviani a Cambridge è anche un riconoscimento dei livelli di eccellenza della ricerca e delle cure che vengono effettuate nel nostro Istituto. La sua partenza non deve essere considerata come un episodio di fuga di cervelli, ma piuttosto un arricchimento delle nostre partnership internazionali».
Tutto vero. Ma è sempre di ieri un’altra notizia che fa riflettere: nella graduatoria degli scienziati migliori del mondo – pubblicata su tisreports.com dalla Virtual Italian Academy (legata all’università di Manchester) – dei 188 nomi sedici sono italiani, ma solo cinque lavorano in Italia (l’elenco è nella tabella pubblicata a lato).

La classifica è stilata sulla base dell’h-index, l’indice che misura sia il numero delle pubblicazioni internazionali, sia il loro impatto sulla comunità scientifica internazionale valutato sul numero delle citazioni bibliografiche. L’Italia vede in cima Alberto Mantovani, 64 anni, direttore scientifico dell’Humanitas (49ª posizione), e Giuseppe Remuzzi, 63 anni, tra i volti dell’Istituto farmacologico Mario Negri e primario di Nefrologia ai Riuniti di Bergamo (62ª posizione). Nella lista ci sono ben 26 premi Nobel. Insomma: la ricerca biomedica italiana è una delle migliori a livello internazionale. L’immunologo Douglas Green, alla 57ª posizione della graduatoria, fa notare: «Colpisce certamente come l’Italia sia ben rappresentata in quella lista». Sintetizza il concetto Mauro Degli Esposti, presidente della Via-Academy.org: «Il mondo riconosce che gli italiani sono più bravi di altri, ma il loro Paese non sembra curarsene troppo».

Simona Ravizza
sravizza@corriere.it

 

 

 

 

 

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