Marchionne ed il futuro della Fiat in Italia

 

Filippo Ispirato

In questo fine settimana si è tenuta a Torino “La Repubblica delle Idee” una due giorni di confronti, interviste, seminari e dibattiti organizzata dal quotidiano romano “La Repubblica”, dedicata al tema del lavoro, un argomento di grandissima attualità, in cui i protagonisti sono stati i giovani, particolarmente colpiti dalla crisi che attanaglia il nostro paese in questi ultimi anni.

E’ stata scelta Torino, in quanto la metropoli del Nord Ovest rappresenta l’emblema del vecchio modello di sviluppo economico italiano ormai superato, con la grande industria in affanno e che, a differenza di Milano, ha rappresentato per decenni la sua unica fonte di sviluppo.

Di particolare impatto sono stati i 90 minuti di intervista tra l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ed il direttore del quotidiano, Ezio Mauro, in cui si è parlato a lungo del futuro dell’azienda automobilistica in Italia e della crisi che il settore sta attraversando in Italia.

La Fiat, secondo le parole di Marchionne, a differenza di altre case automobilistiche che stanno chiudendo gli stabilimenti in Europa per trasferire la produzione in Nord Africa, Est Europa o Asia, non ha alcuna intenzione di chiudere i suoi stabilimenti in Italia, in particolare quello storico di Mirafiori-Torino dove è nata l’azienda.

Fuori dal Teatro Carignano, dove ha avuto luogo l’intervista, si sono tenuti dei cortei promossi da parte di alcune organizzazioni sindacali per protestare contro i mancati piani di sviluppo promessi negli anni scorsi dalla Fiat, ma mai attuati, che stanno portando lentamente il torinese ad una situazione di “desertificazione industriale”.

Il futuro della casa automobilistica e quello occupazionale dei dipendenti del gruppo sembra piuttosto controverso; se da una parte ci sono rassicurazioni sul piano di investimenti nel nostro paese e sull’avvio di produzione di nuovi modelli su tutti gli stabilimenti per garantire la piena occupazione, indipendentemente dalla formazione politica che vincerà le elezioni a Febbraio, dall’altra i lavoratori sono sempre più preoccupati per un’improvvisa marcia indietro da parte della dirigenza che, traendo la maggior parte dei suoi margini fuori dall’Europa, potrebbe decidere di ridurre ulteriormente in futuro la produzione nel nostro paese per trasferirla in Brasile o negli Stati Uniti.

Solo il tempo e gli anni a venire ci faranno capire quanto serie e reali saranno le intenzioni di Marchionne e del gruppo di investire in Italia.

Non bisogna dimenticare che, indipendentemente dal mantenimento delle promesse di un capitano d’azienda che è interessato esclusivamente a produrre utili per gli azionisti, sarà anche compito della nostra classe politica creare le condizioni che consentano una permanenza del gruppo e delle altre aziende in Italia:

–       Una minore tassazione per le aziende ed i lavoratori, che consentano di ridurre il peso fiscale ormai diventato insostenibile, sia per i grandi gruppi che per il comparto delle aziende di medie e piccole dimensioni

–       Ridurre in maniera sensibile l’impatto della burocrazia per la classe imprenditoriale che ostacola pesantemente il loro operato

–       Fermare il circolo vizioso secondo il quale le aziende, per ridurre i costi e rimanere competitive sul mercato, debbano scaricare il “sacrificio” sulle condizioni lavorative ed economiche dei propri dipendenti. Negli ultimi anni si è parlato spesso di recupero di produttività, che però ha significato solo l’abbattimento dei diritti dei lavoratori e dello Stato Sociale, con aumento della precarizzazione del lavoro e conseguente diminuzione dei consumi interni del paese.

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