Parmenide e le vie dell’essere

 

di Angelo Giubileo (scrittore)

“Allora di via resta soltanto una parola, che ‘è'” (Parmenide, frammento 7, v. 6; trad.: G. Cerri)

La via estetica, sono d’accordo con il mio amico Paolo, rappresenta l’apice dell’esperienza estatica in un orizzonte di senso che può dirsi ancora “umano”. E tuttavia, l’esperienza stessa si caratterizza come “trasformazione” della natura stessa dell’”ente”, che è (noumeno), e, nella simultaneità del “tempo-presente”, appare (fenomeno). Nel tempo-storico trascorso, la società ha assunto diverse forme di pre-dominio sull’individuo, così che lo stesso “Apparato-scientifico-tecnologico” si mostra oggi “virtualmente” capace di costruire un, sempre potenziale, e apparentemente “nuovo”, orizzonte di senso. Che anche presume esso stesso, mediante il proprio linguaggio conoscitivo, di essere, come erroneamente ritenuto per altri linguaggi e altre vie, viceversa e in fine capace di replicare esattamente la struttura “originaria” di ciò che chiamiamo (nel gergo di Parmenide) “umano”. La via tecnologica pare quindi avere preso il dominio della possibilità (o potenza) dell’essere nella costruenda società, definita già “post-umana”, e di cui si narra a partire dalla seconda metà circa del secolo scorso (e, in particolare, F. Jameson negli USA e J. F. Lyotard in Europa).
Che sia un bene o un male, è questione che attiene alla via dell’etica classica, ciclicamente oltrepassata e abbandonata per via degli esiti inconcludenti, e comunque incapace di stabilizzare, produrre stabilità o, altrimenti a dirsi, “unità”. Il discorso etico si pone pertanto in scia alla via politica, che, in epoca attuale, sulla scorta della riflessione di Marcuse, ripropone, per l’effetto che ci interessa, ancora una volta la questione e quindi il problema dell’”alienazione umana”. Interrogativo che, nell’orizzonte per l’appunto “umano” di senso, ci riconduce in pratica al tema “originario”, e quindi “originale”, della separazione, così come bene introdotto in Occidente -all’inizio della tradizione scritta del pensiero scientifico (“filo”-letteralmente amico-“sofico”, che deriva dal linguaggio antico dei “sofoi”, letteralmente: sapienti) – da Anassimandro.
E tuttavia, questo medesimo orizzonte, ripetiamo “umano”, si presenta “aperto”, così come ottimamente rappresentato dal(la figura del) “Kaos” di Esiodo, e quindi niente a che vedere con lo spazio politico viceversa finito, e quindi limitato, costruito all’interno dei confini segnati della polis.
Ma, ancora: oltre perfino lo spazio caotico dell’inizio, per il senso “umano” è possibile “cogliere” (da raccogliere) ancora una separazione, e quindi una differenza, o, meglio a dirsi, una divisione dell’essere, che sarebbe pertanto “al di là”. E invece, questo “al di là” potrebbe anche non essere e quindi non servire al linguaggio: se fosse raggiunta un’altra “dimensione”, causale o casuale è qui indifferente, che, dal punto di vista “umano” del linguaggio, quale che sia, replichi esattamente ciò che: “è”. Una sorta di “eterno ritorno” nietzschiano, modellato sulla figura di un nuovo prototipo post-umano, a cui la cinematografia ha dato sovente il nome di “replicante”. Ma, posto anche che questo non accada e accade genericamente “altro”, al senso “umano” dell’orizzonte non serve comunque un “al di là” che non sia, come in effetti “è”, quello indicato da Parmenide, secondo il quale “è” è esattamente l’unica parola capace, dotata di tutto il senso necessario, e quindi l’unico termine che possa dirsi di senso compiuto. Quanto alle vie dell’attualità, la via tecnologica sembra quindi rappresentare una chance maggiore per l’individuo, da solo o in lotta contro la società, nell’ambito (o “dimora”, nel senso heideggeriano del termine) di un discorso in cui, se pur “umano”, è comunque a Parmenide che, potremmo correttamente dire, spetta l’ultima parola.

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