Il giudizio degli uomini e quello di Dio

 

da Salvatore Memoli

Avv. Salvatore Memoli

SALERNO – Ho creduto per tanto tempo nella giustizia. Ho pensato a consolidare un’idea molto obiettiva per tutta la mia vita, abbeverandomi agli ideali più nobili incontrati di volta in volta nelle fasi educative della mia Azione Cattolica, nelle aule universitarie, nei processi giudiziari, seguiti fin dal tempo degli anni liceali, negli approfondimenti, avidamente letti, di tutti gli scritti di giuristi importanti, cattolici e laici, che hanno onorato concezioni alte della giustizia come valore e come apparato degli Stati di diritto.

Per me, ancora dopo anni, la giustizia è una delle attività umane che avvicina di più l’operato dell’uomo a quella di Dio. Il giudicare è una prerogativa preminente di Dio, solo Dio può farlo senza aggiungere attributi alla sua attività. Il suo giudicare non è una sovrapposizione di attività al suo essere creatore, Dio giudica naturalmente, per Lui il giudizio è conoscenza, conoscenza pura, cognizione piena della sua opera creatrice. Dio giudica conoscendo e la conoscenza è per Dio un entrare nelle cose, nelle loro evoluzioni, definirle senza condizionarle, accompagnarle nella loro completezza che è un disporsi libero nel piano dell’esistenza.

Il giudizio di Dio è per sua natura intrinsecamente trascendente, non si ferma al “qui ed ora” delle cose umane, a quei giudizi umani su uomini e cose che sono slegati dal piano della salvezza, che si fermano all’immanente. Il Giudizio di Dio è chiave per la conoscenza integrale della persona, ne individua la reale consistenza attuale ma tiene conto dell’evoluzione della stessa storia della persona e ne coglie il substrato etico e morale che parla della sua identità. Dio non fa il fermo immagine della persona per trarre il suo giudizio. Dio si affida ad una cognizione complessiva e percepisce quello che la persona voleva essere, quello che la persona è nel suo presente, quello che la persona diventerà al culmine del suo percorso evolutivo che lo vede esclusivo protagonista. Il giudizio dell’uomo su un altro uomo è l’opera più difficile da fare, una prerogativa che dovrebbe mettere il giudice su un piedistallo che è pericoloso, provocatorio ed inquietante per suoi contenuti e per sua dimensione sociale.

Dopo tanti anni i segnali che mi arrivano dal mondo della giustizia degli uomini sono molto confusi e parziali. L’uomo giudicante mi sembra lacunoso, parziale e fortemente vendicativo. Molti giudici si sentono invincibili ed immuni da vizi nella loro attività. Non metto in discussione questa prerogativa professionale ed etica dei Giudici ma i fatti ci riportano a casistiche di giudicato che risentono di pronunciati defettibili, che rispondono a logiche dialettiche più che a determinazioni di matrici estrinseche frutto di verità non negoziabili ed oggettivamente fuori da pressioni di parte.
Nel nostro giudicato ci si riferisce al politicamente corretto ma niente è meno corretto di sforzi innaturali di dare parvenza di obiettività.

Farebbe bene a tutti un bagno di umiltà e di rilettura dei grandi principi morali ed etici, tra questi la teologia dell’umanesimo integrale, quella che ha il volto dell’uomo ed il volto di Dio.

Il giudizio giusto potrà essere un’utopia sul piano sostanziale, il giudizio corrente, frettoloso, in serie, dejà vu, è al contrario la vera aberrazione. Aberrazione che diventa insopportabile quando la condanna raggiunge un innocente. Tutte le volte che un innocente viene condannato non è un calcolo statistico di numeri che ci possono stare. È la prova che giudicare i propri simili non ci rende socialmente credibili. Ci limita, ci caratterizza e ci punisce al ruolo di homo homini lupus !

A qualcuno può stare bene?

 

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