Aldo Bianchini
SALERNO – Ogni anno, di questi tempi, i grandi network del Paese rievocano puntualmente uno dei grandi “COLD CASE” della storia italiana legato agli anni di piombo e più precisamente all’attività terroristica delle cosiddette Brigate Rosse, molto più famose e determinate di quelle Nere che pur nella loro efferata azione furono di gran lunga meno incisive.
Il caso riguarda il famigerato “sequestro di Vallarino Gancia” che nella sua estensione temporale fu un accadimento rapidissimo perché si concluse con la liberazione del sequestrato nel giro di meno di 24 ore; iniziò intorno alle 15.00 del 4 giugno 1975 e si concluse intorno alle 11.00 del mattino del 5 giugno 1975.
Il sequestro Gancia – Fu un sequestro di persona avvenuto in Italia nel 1975 durante gli anni di piombo. Un nucleo armato delle Brigate Rosse sequestrò il 4 giugno l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, figlio del proprietario dell’omonima casa vinicola, al fine di ottenere un riscatto con cui finanziare l’attività dell’organizzazione terroristica per la lotta armata. Il sequestro si concluse il giorno successivo quando i rapitori incaricati della detenzione dell’ostaggio furono individuati da una pattuglia dei carabinieri che fece irruzione nella cascina Spiotta d’Arzello, vicino ad Acqui Terme, dove era tenuto nascosto Gancia. Lo scontro a fuoco con l’impiego di armi automatiche e bombe a mano causò la morte dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e della terrorista Margherita Cagol, capo del nucleo brigatista e moglie di Renato Curcio, oltre al grave ferimento di altri due carabinieri, tra cui il tenente Umberto Rocca che perse un braccio e un occhio; l’ostaggio venne liberato incolume. Il sanguinoso avvenimento, i cui dettagli non sono mai stati precisati completamente, ebbe profonde ripercussioni per la storia delle Brigate Rosse: esacerbò il risentimento e la violenza del gruppo terroristico e segnò il passaggio a una fase più cruenta della lotta armata. (Fonte Wikipedia).
Il sequestro appassionò tutta l’Italia anche se non era iniziata ancora l’epoca della grande cronaca nero-giudiziaria in tv; il rapito era il rampollo di una delle famiglie più ricche del Paese e questo già di per se divideva in due gli schieramenti anti e pro Brigate Rosse.
I servizi televisivi e di carta stampata di questo periodo hanno, comunque, continuato a far passare il messaggio di quel sanguinoso evento (due morti e alcuni feriti nello scontro a fuoco) come uno degli eventi più misteriosi e contraddittori i cui dettagli non sono mai stati completamente precisati.
I cronisti di oggi hanno completamente dimenticato il libro “BR – Imputazione: banda armata – Cronaca e documenti delle Brigate Rosse” scritto nel 1977 da Vincenzo Tessandori per la Garzanti; è utile ricordare che Tessandori (giornalista – fotografo – reporter) ha scritto diversi libri sulle BR delle cui vicende ne ha dettagliatamente ricostruito la storia; in quel libro l’autore riporta le due versioni giudiziarie, antitetiche e contrastanti, assunte dalle dichiarazioni a verbale dei due protagonisti: un carabiniere ed un terrorista:
VERSIONE del CARABINIERE – Nel pubblico dibattimento l’appuntato dei Carabinieri dichiarò che avendo messo la macchina di servizio a mò di sbarramento sulla strada impedì all’auto sulla quale c’era Margherita Cagol (moglie di Renato Curcio) ed avendo visto che la brigatista mentre scendeva dall’auto imbracciava un mitra, fece fuoco tre volte ed attinse al petto la giovane. Il medico che fece l’autopsia dichiarò che “il colpo mortale fu quello inferto al torace che ha prodotto la morte pressochè istantanea del soggetto mentre le precedenti ferite, con ogni verosimiglianza, sono state inferte qualche minuto prima”, segno questo che lo scontro al fuoco era stato lungo e molto doloroso.
VERSIONE del BRIGATISTA – Il brigatista che guidava la Fiat/127 con a bordo la Cagol riuscì ad aprire la portiera ed a fuggire per rifugiarsi in alcuni cespugli dove fu, poi, catturato. In aula dichiarò: “Mara giaceva ferita ma viva e rantolante sull’erba, dopo la sparatoria. Un carabiniere ha chiesto per radio istruzioni, poi si è avvicinato e le ha sparato a freddo. Uccidere i rivoluzionari non è reato, L’ordine del Ministero dell’Interno è di fare il minor numero possibile di prigionieri”.
Queste, ovviamente, le dichiarazioni a verbale nell’ambito del processo che seguì al sequestro ed alla strage sulla quale, anche per le versioni contrastanti, regna tuttora il massimo mistero.