Nuova sindrome dimissionaria

 

 

Da Antonio Cortese (docente – giornalista)

Tra paradossi equivoci e malintesi la società italiana arranca il passo comunque in avanti come a dire gente allegra iddio l’aiuta.

 

Non sembra però il modo corretto per progredire se in questo quotidiano refresh del sistema vadano ad alimentarsi gli asti per lotte di potere intestine alla nazione. Gli italiani si sono accorti tardi della profezia di Andy Warhol per cui ognuno ottiene o combatte per il proprio quarto d’ora di notorietà, distratti da un revisionismo storico dimenticato a scuola.

 

Evoluzione e democrazia messa a disposizione dai media tecnologici alla portata di ognuno e si smussano i vertici, si levigano le poltrone di chi avesse dato per assunto determinate autorità o voci in capitoli da rileggere.

 

Il neo perbenismo ritardatario in preda alle ansie e alla fretta arrivata alla frutta, in presa di coscienza ed onestà intellettuale fa dimettere oggi tizio domani caio specie nella politica e nei settori correlati ad essa.

 

Poi solitamente risultano in vari campi professionali cambi improvvisati sul solito copione o rimpiazzi di scritturazione di e da personaggi disillusi dalla breve durata del protagonismo raggiunto.

 

Ad esempio nello sport del calcio giocato professionalmente é difficile che un campione ora si distingua per più di sei mesi, dopo i quali la troppa esposizione alle frequenze radiotelevisive  o alle onde web e satellitari, moltiplicatesi, da almeno dieci anni brucia di fiamme rilasciate da qualsiasi dichiarazione incognita fino a ieri.

 

Chiedere le dimissioni a taluni personaggi di siffatto quadro tradizional-popolare già era una sporadica prassi in preda o successivamente a scandali di gestione ad opera di capi o caporali  corrotti se non economicamente di sovente ma da incompetenza maturata ed evidente.

 

Ora il “dimettersi” succede non solamente a chi viene bombardato dai tirapiedi o dai franchi tiratori, ma da chi se ne può permettere il lusso: dimettersi sembra si trasformi in futuro in un diritto umanitario da sbandierare. Perversioni delle incompetenze autorizzate, tollerate dalla evoluzione della società edonista.

 

Inoltre sembra che il dimettersi lo si possa esercitare specie una volta provato lo status di onestà personale quindi in tale distorsione di concetti di legittimità si assiste al perseverare di determinate cariche fallaci pubbliche o private che siano.

 

Si tratta spesso di battaglie di orgoglio infantili senza alcun senso dello Stato e della Nazione. Allontanando una metafora musicale, le canzoni di Franco Battiato sono state apprese e canticchiate solamente dal motus ritmico; quelle di Pino Daniele invece sembrano ascoltate come quelle di “Pino Daniente”.

 

Effettuato questo break argomentativo, difendere l’evidenzia dimissionaria non potrebbe essere poi prassi onesta almeno per coerenza istruttiva secondo l’istituzionalizzazione del merito quale valore riconosciuto ma usurpato ad applicato in alcuni casi a gerarchie vigliacche.

 

Dichiararsi “persona onesta” o “per bene” non é una autocertificazione legale o come in alcuni casi una improvvisa specchiata di coscienza che diventa anche talvolta una sorta di autogol.

La retorica elementare ed improvvisa ben venga come moda eloquente ma almeno a me non impressiona perché nella vita valgono i fatti e non le parole come le si dice quando le si dice dove le si dica; se proprio valga il qualunquismo aulico.

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