Francesco Guccini e quell’urlo al cielo contro le ingiustizie.

 

Da Angelo Andriuolo

Ad un evento tragico dei primi giorni di agosto, il due per la precisione, di tantissimi anni fa, è legata una delle più note e dolci ballate folk di Francesco  Guccini, in Morte di F.S. o Canzone per un’amica. Entrambi i titoli sono presenti, e come opere distinte, nell’archivio delle opere musicali SIAE.

A circa 10 km dal casello di Reggio Emilia l’auto di Silvana Fontana, amica carissima di Francesco, improvvisamente valica l’aiuola spartitraffico, scontrandosi frontalmente con una Fiat 1500 che viaggiava in senso opposto. Silvana spira tre ore dopo in ospedale. La notizia arriva al cantautore mentre sta finendo di registrare le canzoni del suo album di esordio Folk beat n. 1 a Milano; scrive il  brano in  onore della sua amica  e lo inserì all’ultimo minuto nell’album.

Questo pensiero improvviso (qualcuno potrebbe definirlo mind-pops) mi ha fatto ricordare  un’ altra composizione; ed in maniera quasi  automatica,  forse perché evoca principi fortemente in crisi in questo momento storico. A Roberto Leydi – il più grande etnomusicologo o, forse meglio,   l’Alan Lomax nostrano che considera Guccini una delle più alte espressioni del folk italiano -, piace moltissimo quella ballata. Ma per lui,  la più bella canzone popolare del nostro Dopoguerra è un altro brano di Francesco, La locomotiva,  traccia n. 1 dell’ album Radici del 1972.

Anche questa è ispirata  ad un evento tragico ma altamente simbolico dell’estate di oltre un secolo fa, il 20 luglio 1893 per la precisione. Il fuochista anarchico Pietro Rigosi, 28 anni, sposato e padre di due bambine, poco prima delle 5 pomeridiane si impadronisce di una locomotiva sganciandola da un treno merci nella stazione di Poggio Renatico e si dirige verso la stazione di Bologna a 50 km/h, una velocità straordinaria per quei tempi. Il personale tecnico della stazione riesce ad evitare la strage,  deviando la corsa della locomotiva su un binario morto, dove  “… con l’ultimo suo grido d’animale, la macchina … esplose contro il cielo …”  schiantandosi contro carri merci in sosta.

Non vi sono elementi  certi sulle motivazioni del  gesto.  L’uomo sopravvisse anche se gravemente sfregiato e menomato e pare che durante il ricovero in ospedale avesse affermato “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!”, dichiarazione più che sufficiente  a convincere l’opinione pubblica che si fosse trattato di un gesto politico. Le autorità e le cronache dell’epoca ridussero l’evento al semplice gesto di un pazzo, condannandolo così  all’oblio.

Almeno fino a quando Guccini non squarcia, con la sua musica,  il velo della damnatio memoriae su di un evento di cui viene casualmente a conoscenza mentre consulta documenti relativi ad alcuni operai dell’Ottocento,  trasformando così Rigosi in un simbolo della lotta di classe, in un paladino della giustizia sociale.

C’è, infatti,  un’altra circostanza quantomeno singolare e che, proprio per questo,  può servire a chiarire, ancorché indirettamente,  i fatti. Del Rigosi erano ben note le simpatie per il movimento anarchico, fatto questo  che lo aveva portato più volte ad essere multato o sospeso del servizio per atti di insubordinazione. Nonostante ciò, egli non venne incriminato per quel gesto  e non ricevette quindi alcuna condanna; fu solo esonerato dal servizio in ferrovia per motivi di salute (aveva  subito anche l’amputazione di una gamba) con  la corresponsione di un sussidio a titolo di buona uscita.

Per lui, formato ai principi dell’idea anarchica che  “… spiegava allora le sue ali …”,  convinto che “… gli uomini son tutti uguali …“ e che contro ai re e ai tiranni oramai “… scoppiava nella via la bomba proletaria e illuminava l’ aria la fiaccola dell’ anarchia…”,  la sola ipotesi  di una “buona uscita”  dovette sembrare un’  offesa gravissima ed insopportabile. Ritirò perciò  il sussidio solo quando la motivazione venne cambiata da “buona uscita” in “elargizione”.  Non vi sono, per la storia,  altre notizie sulla sua vita.

Certo, la semplicità armonica, con i suoi otto minuti di ossessionante sequenza di Do Sol7 Do, Fa Sol7 Do,  avvicina  ai canoni della  canzone popolare questa composizione, che peraltro   risulta sostanzialmente  costruita sullo stile dei brani anarchici di Pietro Gori (Addio a Lugano, Inno del Primo Maggio, Stornelli d’esilio). Senza tenere ovviamente conto dell’arrangiamento, caratterizzato dall’assoluto predominio delle chitarre alla Crosby, Still, Nash & Young, con il piano, la batteria, le tastiere e finanche  il moog che  sbucano,  discreti e mai invadenti,  qua e là.

E a noi?! A noi resta il senso e la metafora straordinari di quegli ultimi versi: “… E che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”.

 

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