Da avv. Maurizio Manzo
Nell’epoca medievale coloro che detengono il monopolio del sapere, della scrittura, appartengono al clero (monaci – prelati – ecc.), a loro è dato ed arrogato il compito di pensare per l’umanità per la società.
Gli ecclesiastici, sopratutto prima del XIII secolo, si allontanano di molto dal mondo della donna, ritirati (come erano) nei monasteri lontani dal mondo reale, che a quell’epoca (dopo la disfatta dell’impero romano e della sua gentilizia civiltà) era di una durezza inimmaginabile anche la sola sopravvivenza.
Questi chierici però avevano ben poca conoscenza dell’altro sesso e pressoché nulla del mondo femminile. Un esempio per tutti Guibert di Nogent (1124), il quale era un “oblato”, cioè dato al monastero da bambino, nato da madre data in sposa a dodici anni.
Da ciò l’abbrivio culturale di detti uomini che, dall’alto della loro ignoranza de facto del sesso e della donna null’altro potevano diventare che misogini ed alimentatori della misoginia. La letteratura dei chierici “gira in tondo” nutriti dalle “Scritture” e dai “Trattati” ritrovati. Ruminano incessantemente nei loro propri commentari, forgiando un mondo maschilistico in cui la donna è secondaria, gregaria, in funzione utilitaristica al proprio padre, marito.
Quando innovano pescano sempre e solo dal vecchio, dal passato e da lì che producono il nuovo, riproponendo il solito comportamento di cambiare tutto per non cambiare nulla, il tutto celato da una nuova veste.
Gli innovatori, tra questi prelati, erano già all’opera tra l’XI ed il XII secolo da ricordare Marbodo di Rennes (1123) e Ildeberto di Lavardin (1133) ambedue di estrazione sociale modesta e preparati nelle scuole-cattedrali, ancora Anselmo di Canterbury (1109), Ivo di Chartres (1116). Questi uomini danno vita ad un movimento di fondo della cristianità medievale, un movimento di riforma dal quale deriva la sbocciatura dei monasteri di Cluny (Francia), Camaldoli (Napoli), Vallombrosa (Regello/FI), circa nell’XI secolo. Poi nella seconda parte del secolo l’iniziativa passa ai papi, da qui la storiografia qualifica questo periodo con l’etichetta di “Riforma Gregoriana” in omaggio allo spunto decisivo che diede Papa Gregorio VII (1073-1085) le cui spoglie sono tenute presso la Cattedrale di Salerno. I promotori della riforma in primo luogo lavorarono per la liberazione dell’istituzione ecclesiastica dal controllo che avevano realizzato i “poteri secolari” (cioè le Signorie nobili – Principi – Imperatori), quindi riprendendo l’autorità in materia di: elezione dei vescovi e dei pontefici, regolare i costumi del clero estendendo anche ai “preti secolari” la regola del celibato, la monogamia quale regola indissolubile, sacramentale, del matrimonio, dall’inizio del XII secolo, ed altro ancora.
Maurizio Manzo
(Avvocato)