Da avv. Giuseppe Amorelli
Il corpo di Pier Paolo Pasolini, venne ritrovato martoriato sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, la notte tra l’uno ed il due novembre dell’anno 1975.
Un Intellettuale “scomodo” , anticonformista e controcorrente, è stato coscienza critica , acuto interprete e osservatore delle trasformazioni sociali della sua epoca. Pasolini si sentiva intellettuale di transizione tra il mondo delle culture popolari e quello della società industriale avanzata. Intuiva un grande cambiamento nella società italiana, un cambiamento che investiva tutte le società avanzate. Nonostante il carattere intuitivo di alcuni interventi, Pasolini sapeva definire con precisione molti caratteri di questi processi avvenuti in Italia nel secondo dopoguerra. Il Pasolini “corsaro” e polemista, analizza e critica in modo particolare la “società dei consumi” Fu uno dei primi a cogliere gli aspetti controversi e negativi delle trasformazioni sociali, economiche e culturali intervenute nella società italiana tra la fine degli anni Cinquanta e la metà dei Settanta, l’Italia del “boom economico” che nel giro di pochi anni ha conosciuto un rapido processo di industrializzazione e di modernizzazione che ha determinato la concomitante scomparsa dell’atavica società contadina paleoindustriale (emblematico il celebre articolo – Corriere della sera, 1 febbraio 1975 – sulla scomparsa delle lucciole, metafora della fine di una civiltà che sapeva conservare nel rapporto con la natura un elemento di sacralità e di mistero) e con essa le sue «culture originali», le sue tradizioni e i suoi valori, in primo luogo la parsimonia e la frugalità. Pasolini definisce quella fase storica «età del pane» poiché il consumo era limitato ai beni essenziali, necessari a soddisfare i bisogni primari, mentre la società dei consumi è fondata sul consumo di beni voluttuari e superflui. Ma, è l’amara e quanto mai attuale constatazione dello scrittore, una società che si fonda sull’inessenzialità e sul superfluo determina che anche la vita sia superflua e inessenziale..
Negli ultimi anni, con creatività eccezionale, Pasolini intensifica i suoi interventi polemici e saggistici, raccolti principalmente in Empirismo eretico (1972), Scritti corsari (1975) e nella raccolta di interventi semipostuma Lettere luterane (1976), presentando “una spietata e capillare indagine sullo sfascio della società italiana.
Pasolini è stato soprattutto un Profeta con lucida e viva consapevolezza delinea l’irriversibile mutamento antropologico in corso, denunciando la pericolosa omologazione culturale imposta dal consumismo e dalla televisione. I suoi scritti corsari e le sue lettere luterane diventano così manifesti contro un progresso che cancella le differenze, che distrugge le radici, che annulla l’identità e la singolarità. anticipando il divenire della società italiana. Scriveva nell’anno 1975 (Scritti Corsari di Pasolini raccoglie gli articoli, le interviste e le recensioni di Pier Paolo Pasolini pubblicate sul “Corriere della Sera”, sul “Tempo illustrato” (quotidiano di Napoli), su “Il Mondo”, sulla “Nuova Generazione” e sul “Paese Sera” (edizione pomeridiana del “Paese” di Roma), tra il 1973 ed il 1975): “Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale. Dall’articolo “Il vuoto del potere” ovvero “L’articolo delle lucciole”, “Il Corriere della Sera”, Tribuna aperta, sabato 1 febbraio 1975, poi confluito negli Scritti Corsari, Pasolini delinea in maniera lucida e critica la società degli anni 70 che ritrae fedelmente la società in cui oggi “sopravviviamo” L’Italia del 1975 è un paese in profonda trasformazione, attraversato da tensioni sociali, economiche e politiche che segnano la fine del “miracolo economico” e l’avvento di una modernità contraddittoria.: “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo.Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi, davanti alle loro ideologie, hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo .Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo.” “Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato la “società dei consumi”. Una definizione che sembra innocua. E invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere gli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura. (…) La società dei consumi ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di un’irregolamentazione superficiale, scenografica, ma di una irregolamentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Pasolini continua nella sua spietata denuncia : Il consumismo altri non è che una nuova forma totalitaria in quanto del tutto totalizzante, in quanto alienante fino al limite estremo della degradazione antropologica, (o genocidio Marx) Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali.
Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato La tv ha omologato l’Italia, e in nome di un’ideologia edonistica neo-laica ha distrutto ogni autenticità e concretezza. Questa televisione autoritaria e repressiva ha fatto sì che ora gli analfabeti si vergognino della propria ignoranza. Così in un suo articolo al Corriere dell sera del 09.novembre 1973.
La società dei consumi non promuove dunque un vero umanesimo integrale né un vero progresso, è regressiva e disumanizzante. Per questa sua serrata critica del progresso Pasolini fu accusato di sostenere tesi passatiste, reazionarie e antimoderne. Non fu compreso il senso della sua analisi critica della società italiana di quegli anni, la portata della sua lucida e profetica denuncia.
La critica alla società industriale avanzata, definita come società tecnologica e dei consumi fu gia nell’anno 1964, sollevata da Herber Marcuse , filosofo e sociologo nell’opera “L’Homme unidimensional” ( L’uomo ad una dimensione) . Per Marcuse, come anche per Pasolini, la società dei consumi appiattisce il pensiero, sopprime le capacità di criticare e genera bisogni fittizi. Dietro il velo dell’abbondanza si nasconde un sistema di dominazione sempre piu totalizzante, che neutralizza sistematicamente ogni potenziale trasformazione sociale.
Per Pasolini La scrittura è un atto politico, una forma di ribellione e una richiesta d’amore .La scrittura diviene dunque atto politico e psicologico insieme, una forma di cura e ribellione, una richiesta d’amore gridata con violenza nelle pagine di “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, opere che scuotono le coscienze e scandalizzano la società borghese, incapace di accettare una realtà così nuda, così scomoda. Il suo “ grido”, la sua “voce” a favore degli umili, degli ultimi , dei diseredati dagli esclusi dagli emarginati delle borgate è rimasta inascoltata proprio da quella società generata dalla ideologia del consumo dove nella vita frenetica delle citta gli “esseri umani” , secondo le logiche del mercato e dove regna l’omologazione dei valori, vivono in un “penitenziario” del consumismo.
La sua analisi politica, antropologica, sociologia è di una attualità stupefacente. Infatti nell’attuale era della tecnica, l’utilità (insieme all’efficienza e alla funzionalità) è diventata il criterio supremo di ogni valore. La logica dell’utile ha soppiantato la ricerca del senso, riducendo l’essere umano a un semplice funzionario di apparati. Il primato dell’utile e la fine dei fini Criterio unico: Si valutano le cose non più in base al loro valore intrinseco, al bene o al bello, ma unicamente in base alla dicotomia utile/inutile o funziona/non funziona.
Si è giunti alla “marginalizzazione dell’umano”: Emozioni, sentimenti, amore, dolore e sogni vengono espulsi o considerati irrilevanti perché non rientrano nei parametri della produttività Si tratta di una profonda regressione antropologica, non soltanto di un effetto secondario del progresso tecnologico.
L’uomo sta perdendo la mente e anche l’anima, e quindi si riduce a corpo, a muscoli che gli consentono di svolgere le mansioni dell’Homo faber, che corre, consuma Vengono meno le facoltà ideative, ma anche i desideri, il piacere di sapere, tutto riporta al fare come segno di essere. Non più il “cogito ergo sum”, ma “faccio dunque non sono morto”
Pasolini ancora una volta ci lascia un insegnamento:
«Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con i discorsi, con gli scritti, con i versi: la lotta più dura è quella che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti.» Recuperiamo l’”Umanitas” dinanzi a queste barbarie