Da Angelo Andriuolo
La notizia della morte di Jimi Hendrix si diffuse in un baleno il 18 settembre 1970, cinquantasei anni orsono verso le 11.00; fu la pattinatrice tedesca Monica Dannemann, allora compagna di Jimi, a rinvenirlo esanime sul letto del Samarkand Hotel, al 22 di Lansdowne Crescent.
Era una mattina di pioggia. E forse in quella pioggia c’erano il dolore e le lacrime di tutti i suoi fans, una marea sparsa per il mondo, il dolore e le lacrime di tutti gli amanti del rock e del blues. Quella mattina non morì solo un grandissimo chitarrista, forse il più grande, all’apice del successo appena ventisettenne; quella mattina prese vita – l’antitesi e il paradosso sono nei fatti – il famoso Club dei 27. Nel giro di pochi mesi sarebbero scomparse altre due icone del rock e del blues degli anni sessanta ed anch’essi appena ventisettenni: Janis Joplin, morta il 4 ottobre 1970 a Los Angeles, e Jim Morrison, il leader e cantante dei Doors, morto a Parigi il 3 luglio 1971.
Da qualche anno Hendrix soffriva di insonnia che curava con barbiturici in quantità tutt’altro che congrue: sembra che quella mattina ne avesse ingerito venti volte la dose raccomandata. Arrivò al St. Mary Abbots che era già morto. Il coroner Gavin Thurston che eseguì l’autopsia stabilì che Hendrix era morto per asfissia causata dal suo stesso vomito indotto dal micidiale mix di sonniferi ed alcool. Una versione che non convinse appieno: diversi elementi poco chiari hanno fatto sorgere nel tempo sospetti mai però provati. Secondo alcune ricostruzioni, Hendrix potrebbe essere stato trovato ancora vivo e morto a causa della posizione errata in cui fu lasciato dai paramedici durante il trasporto. Né sono mancati dubbi sul ruolo del manager Michael Jeffrey che sembrerebbe avesse stipulato una polizza sulla vita a favore della gestione, arrivando a far eliminare il chitarrista. Sino ad illazioni su un complotto politico o mafioso, in ragione del ruolo di attivista militante e di antimilitarista dell’artista.
Jimi Hendrix era nato a Seattle il 27 novembre 1942 da James Allen Hendrix e dalla diciassettenne Lucille Jeter. Per anni convive con la nonna, una indiana Cherooke purosangue il cui influsso amplifica le sue radici indiane ed il suo spirito ribelle. A 12 anni riceve in regalo la sua prima chitarra elettrica, chiamata da lui affettuosamente “Al”, un piccolo strumento con cui comincia le sue prime esperienze musicali da autodidatta.
La morte della madre, avvenuta tre anni dopo, lo segna profondamente. Viene espulso da scuola e comincia a darsi al vagabondaggio, guadagnandosi da vivere con gruppi di rhythm and blues e di rock’n’roll. Arrestato nel 1961 perché trovato alla guida di auto rubate, riesce ad evitare la reclusione arruolandosi nei paracadutisti; dopo di che inizierà una intensa attività da session-man diventando in breve tempo il chitarrista di Little Richard, Wilson Pickett, Tina Turner, King Curtis.
Ma a cambiare la sua vita fu l’incontro con la modella Linda Keith (allora la ragazza di Keith Richards) durante uno dei tanti piccoli concerti che egli teneva nelle periferie americane. Fu lei a regalargli una chitarra elettrica di qualità e a presentargli Chas Chandler, il bassista degli Animals, che stava proprio allora allontanandosi dal gruppo per abbracciare una proficua carriera di manager. E fu proprio Chas a portarlo a Londra dove Jimi cominciò ad esibirsi al Saville Theatre. Qui prese contatto con il colorato mondo del flower-power inglese, e conobbe Donovan, Paul Mc Cartney, Eric Clapton. Qui anche nasce, e sempre grazie a Chandler, la sua storica band formata dal batterista Mitch Mitchell e dal bassista Noel Redding che viene significativamente battezzata The Jimi Hendrix Experience e diventa in breve tempo un unto di riferimento a Londra.
Il loro primo singolo, Hey Joe rimane nelle classifiche inglesi del 1966 per dieci settimane. L’album di esordio, Are You Experienced? del 1967, è una compilation psichedelica zeppa di inni generazionali e conquista rapidamente l’Europa, complici un paio di tour nel corso dei quali il suo entourage alimenta l’immagine di Hendrix come dedito alle più estreme esperienze di droga e sesso.
Poi il ritorno in America nel giugno del 1967, e il Monterey International Pop Festival, durante il quale da fuoco alla sua chitarra raccogliendo un’ovazione interminabile: Hendrix è già diventato la più potente icona rock del tempo.
Sulla tecnica di Hendrix si scritto tanto e tantissimo c’è sul web. Certamente sul suo suono unico ha inciso il fatto che suonasse una chitarra per destri (la Fender Stratocaster) capovolta e adattata per mancini: venivano così invertita l’inclinazione dei pickup e modificata la tensione delle corde. Ma anche l’uso del pollice della mano sinistra per premere i tasti sul manico delle note basse che permetteva di liberare le altre dita per intrecciare accordi e melodie insieme.
Da ultimo, certamente hanno inciso l’uso di accordi non ortodossi, posizioni di accordi uniche e piene di tensione armonica come il famoso accordo Hendrix E7#9, noto anche accordo di Mi 7 diesis 9 divenuto il fulcro sonoro di capolavori come Purple Haze. L’idea era geniale: l’accordo è infatti composto da tonica (fondamentale, Mi), terza maggiore (Sol), quinta giusta (Si), settima minore (Re) e nona aumentata (#9), che corrisponde a un Sol naturale, ossia una terza minore.
E basta l’attacco di Hey Joe per avvolgerti in atmosfera unica. Grazie ancora, Jimi!!