AMORE: Francesca sorpassa Beatrice !!

Da Blitz Quotidiano

ROMA – Francesca da Rimini ha “sorpassato” Beatrice nel cuore degli italiani. Erano partite con un distacco consistente: la prima nel secondo cerchio dell’Inferno, la seconda nell’Empireo del Paradiso. La prima icona dell’amore senza speranza di “redenzione”, la seconda immagine dell’amore senza fine, anticamera del Divino. Ma alla lunga ad essere più amata dagli italiani e non è stata Francesca da Rimini (o da Polenta).

A lei, e non a Beatrice (che probabilmente fu Beatrice Portinari) è dedicata la mostra “Divina Passione“, sessanta edizioni rarissime della Divina Commedia (la prima risalente al 1472) della collezione del torinese Livio Ambrogio, esposte al Museo della Città di Rimini.

Il mito di Francesca da Rimini è una storia nella storia, il lento riscatto dell’amante che Dante e i suoi contemporanei avevano condannato alla maledizione, perché adultera. Sia Paolo che Francesca erano sposati, erano per giunta cognati. Così, nelle prime edizioni illustrate della Divina Commedia il girone dei lussuriosi è tutto fiamme e sofferenza, non c’è l’indulgenza e l’umana pietà che i filologi più attenti hanno notato già nelle terzine di Dante.

«È solo alla fine del Settecento, con l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, che Francesca comincia a essere guardata con occhi nuovi», dice Ferruccio Farina, coordinatore del Convegno internazionale e curatore di questa mostra insieme con Livio Ambrogio. «Da peccatrice, comincia a essere considerata vittima di un inganno, costretta a sposare il disgustoso Gianciotto dopo che le avevano fatto credere che avrebbe sposato il fratello, Paolo. Qui in mostra abbiamo la prima opera che, dopo secoli, in qualche modo riabilita la mia concittadina, e cioè “Francesca di Arimino” di Francesco Gianni, del 1795».

All’inizio dell’Ottocento Dante, dopo un lungo periodo di oblio, viene riscoperto e riletto con una diversa sensibilità. E così la figura di Francesca: «La colpa è purificata dall’ardore della passione, e la verecondia abbellisce la confessione della libidine; e in tutti questi versi la compassione pare l’unica Musa», scrive Ugo Foscolo. Nel 1831 Mazzini pone Francesca e il suo anelito di libertà come esempio dei valori di un vero italiano. Francesco De Sanctis scriverà: «Beatrice non ha potuto divenire popolare ed è rimasta materia inesausta di dispute e di arzigogoli. Francesca al contrario acquistò un’immensa popolarità… Non ha Francesca alcuna qualità volgare o malvagia, come odio, o rancore, o dispetto, e neppure alcuna speciale qualità buona: sembra che nel suo animo non possa farsi adito ad altro sentimento che l’amore. Amore, Amore, Amore!».

Più che la lussuria c’è il segno dell’amore eterno nella Francesca raffigurata da Gustave Doré, presente in questa mostra con la sua prima tiratura, del 1861. Nella Divina Commedia illustrata a cura degli Alinari (1922-’23) «Francesca, nella piena bellezza del suo corpo nudo, più che soffrire sembra bearsi del dolce abbraccio dell’amato». L’edizione del 1921 illustrata dall’austriaco Franz von Bayros ci mostra poi una Francesca sensuale, erotica. La mostra arriva alle 56 tavole di Renato Guttuso, 1970.

 

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